Roma, 25 giugno 1999

(Le riflessioni che seguono sono state pubblicate in rete dalla rivista del CIDI e da Form&InForm
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Il silenzio dei docenti

 

Tra i riti più diffusi sulla stampa e in televisione ricorre, non solo in questo periodo di esame di stato, la "Caccia al prof." detta anche "Del prof. ignorante" oppure "Quando presi un bel voto con quel professore severissimo, ingannandolo" ovvero "Al tempo mio sì che si studiava...." e in alternativa "La scuola non tiene il passo" e, magari nello stesso articolo, "La scuola pensa troppo alle tecnologie informatiche" oppure: "Informa e non forma", concludendo comunque sempre: "Sono gli insegnanti che devono essere aggiornati!".

Per quanto è dato capire, chi firma gli articoli non ha una chiara informazione sulla scuola di oggi: obiettivi educativi e didattici, metodologie, sistemi di valutazione, monitoraggio, autonomia... sono termini sconosciuti, i riferimenti sembrano sempre e soltanto quelli di personali ricordi scolastici, con scarsa conoscenza della realtà, a parte, talvolta, quella, sempre filtrata dall'Ego del giornalista, di un figlio attualmente alla prese con "la maturità".

Perché gli insegnanti tacciono? Si sentono colpevoli e non hanno nulla da dire a propria discolpa? Sono troppo stanchi alla fine di un anno scolastico più pesante di altri? Non saprei. Le uniche voci di docenti che mi è capitato di ascoltare in questi giorni sono quelle dei pochi cui è stato concesso di rispondere in due parole alla distratta domanda di un intervistatore, all'uscita del più noto liceo di qualche città. La "maturità" giornalistica sembra infatti essere solo quella classica, preferibilmente conseguita nella propria scuola di un tempo.

.Nasce il sospetto che a nessuno, nel mondo dell'informazione giornalistica, interessi conoscere la realtà della scuola e che l'obiettivo sia semplicemente quello di scrivere un elegante pezzo di retorica un po' vuota, "gelatinosa", come si è elegantemente espresso un articolista a proposito dei temi scolastici, che, presumo, non ha occasione di leggere da decenni.

Personalmente, quale insegnante di scuola media inferiore, non ho conoscenza e competenza del complesso e composito universo delle scuole superiori, tranne che per alcuni lavori svolti in comune tra il nostro istituto ed altri dello stesso distretto sulla "Continuità didattica" e sull'Orientamento scolastico. Non mi sento quindi di esprimere opinioni sui percorsi formativi e cognitivi che gli insegnanti di migliaia di diversi istituti possono avere progettato e seguito nel corrente e nei precedenti anni scolastici, né di valutare i risultati del loro lavoro.

Vorrei solo esprimere brevi osservazioni su due articoli pubblicati il 23 giugno scorso, primo giorno dell'esame di stato, da due diversi quotidiani.

Luciano Gallino su "La Stampa" in "Maturità nuova, scuola vecchia" dà per scontato che gli studenti non sappiano scrivere e che nessuno l'abbia insegnato loro per tempo.

Domanda: su quali criteri di valutazione si è basato, quali strumenti ha utilizzato, quale significativo campione ha potuto esaminare?.

Durante il triennio di scuola media inferiore (o forse questa scuola non ha importanza formativa?) gli alunni si esercitano su diverse forme di espressione scritta, ad esempio: riassunto, testo poetico, ma anche telegramma, lettere di diversi generi e destinatari e (udite, udite!) articolo giornalistico; compiono analisi del testo - dipende dal docente utilizzare in modo equilibrato tale tecnica, al fine di far meglio comprendere e apprezzare la lettura, non di prenderla in uggia- con esercitazioni orali e scritte; svolgono temi secondo i tre tipi di tracce previste dalla legge per gli esami di terza media: argomento personale, attualità o cultura, relazione su un'attività svolta nell'ambito di qualsiasi disciplina.

Come si può facilmente appurare, queste esercitazioni vengono svolte in ogni scuola media di tutta l'Italia, per lo meno dal tempo dei programmi del 1979. Può darsi che non bastino per imparare a scrivere, ma certo è gratuito affermare che "nessuno si sia preoccupato di costruire la pista" e che "il nuovo esame di maturità" abbia "eretto un traguardo nel vuoto". Per tener fede alla brevità che mi sono proposta, vorrei solo aggiungere, a proposito dell'elegante incipit sui "profeti da cyber-café" che l'informatica e la multimedialità vengono utilizzate da molti di noi docenti dell'obbligo proprio per migliorare l'espressione scritta e per organizzare i pensieri in modo coerente.

"Maturità il sogno impossibile" apparso su "La Repubblica" a firma di Umberto Galimberti, si basa su una specie di piccolo peccato originale: afferma che gli esami di maturità sono cambiati nella forma e nel contenuto, ma non nella parola che li designa, inesattezza insignificante, se non fosse che da questo presupposto parte una complessa e raffinata serie di argomentazioni. Provo a riassumere molto pedestremente:

I giovani d'oggi sono immaturi, la scuola non provvede ad aiutarli a costruire la loro identità, in quanto i professori pensano solo all'istruzione, non all'educazione, termine che indica capacità di armonizzare ragione e impulsi, cioè maturità. Tale situazione è senza vie d'uscita perché l'istruzione è possibile solo laddove l'educazione sia avvenuta. Gli insegnanti sono, dunque, impreparati al difficile compito di creare un legame emotivo con lo studente, che permetta la formazione dell'autostima e, di conseguenza, della motivazione. Ciò porta i ragazzi, quando non addirittura al suicidio, spesso alla droga e quasi sempre ad un crescente senso di estraniamento dalla realtà. Inutile modificare gli esami, bisogna modificare gli insegnanti.

Forse il ragionamento è fondato su presupposti evidenti, benché non tutti mi appaiano tali.

Per esempio: è probabile che l'esame di stato non misuri realmente la maturità, ma chi e come ha decretato che i giovani siano immaturi? Con quali strumenti si può stabilire se un docente è un educatore o no? L'autore è sicuro che il tipo di rapporto tra docente e discente implicitamente delineato nell'articolo sia il più opportuno per la formazione di un giovane? Non sarà troppo invadente o addirittura simile al rapporto paziente - analista? Chi sa per certo se e quanti docenti siano demotivati, quanti impreparati culturalmente o emotivamente? Perché si dà per scontato che i docenti non siano aggiornati da un punto di vista educativo e didattico?

Le domande non sono ironiche: a scuola stiamo provando a testare dei questionari per la valutazione dei risultati dell'offerta formativa e ci piacerebbe trovare validi aiuti in proposito.

Ultimissima osservazione.

Forse è vero che gli insegnanti non sono in grado di guidare gli alunni nella stesura di un articolo giornalistico, ma nessuno sembra rendersi conto di una stranezza: moltissime persone appartenenti ai campi più disparati, certo non solo a quello giornalistico, ritengono di essere in grado di spiegare ai docenti che cosa dovrebbero insegnare e come dovrebbero gestire il rapporto con gli alunni. Le loro parole spesso sono irritanti, a volte si contraddicono al loro interno e rivelano idee assai confuse sulla scuola, sulla popolazione scolastica, sulla stessa società. Al di sotto della superficie del discorso, traspare quasi sempre il disinteresse per la scuola attuale, a volte il rifiuto di percepirne l'evoluzione, mentre è evidente il bisogno che ciascuno ha di parlare delle proprie passate esperienze di alunno e del proprio forse ambivalente rapporto con la scuola.

Possiamo pensare che gli insegnanti tacciano proprio perché sono consapevoli del fatto che in realtà si sta parlando d'altro, non di loro, dei loro alunni, del loro lavoro?

 

Lina Donata Rechichi

 

 

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