Roma, 29 giugno1999
(A proposito di una lettera pubblicata nella rubrica
della Signora Palombelli su "Repubblica del 27 giugno 1999)
Gentile Signora Palombelli,
I giudizi negativi
formulati a priori sull'impreparazione psico - culturale degli studenti e sull'incapacità
professionale dei docenti si stanno rivelando in buona parte infondati: sembra che i
ragazzi siano in grado di svolgere le diverse prove, comprese quelle "nuove" di
italiano e il temutissimo test. I toni sulla stampa si stanno smorzando, qualcuno osserva
con un certo stupore che i professori cercano di creare un clima sereno e che i giovani
sembrano saper rispondere a domande tanto difficili da essere quasi incomprensibili per i
cronisti.
Negli stessi momenti, un
intervento dal titolo "Professori, siete innocenti?" pubblicato sulla
"Repubblica" del 27 giugno nella Sua rubrica "Lettere" sembra chiamare
l'intera classe docente a rispondere di istigazione al suicidio! E pensare che dal
"Silenzio dei docenti" avevo cancellato l'espressione "il prof.
espiatorio" non solo perché evidente imitazione di un titolo di Michele Serra, ma
soprattutto perché mi sembrava troppo polemica!
Chiedendomi se sono diventata
paranoica, leggo e rileggo l'intervento, accantonando anche qualche dubbio (tanto la
sostanza dell'accusa non cambierebbe) sulla completa autenticità del quadro tratteggiato.
Nello sfondo si delinea la personalità di un ragazzo sveglio, tutto sport, hobby e amici.
Per la scuola, solo l'indispensabile e, se si va sotto la sufficienza, nessun problema: la
mammina è bravissima a difenderti di fronte ai professori! Lei non ha tagliato il cordone
ombelicale, ma lui sì, eccome! Complimenti! Non tutti ci sarebbero riusciti con una
genitrice così protagonista!
Tornando al problema, sarebbe
facile rispondere - facendo il verso all'accusa - che se io insegnante non sono innocente,
non lo sono nemmeno: il padre forse assente, la madre iperprotettiva o assente anche lei,
gli amici poco sensibili, i gruppi religiosi e le istituzioni di volontariato, non in
grado di dare motivazioni, i media che diffondono un certo tipo di modelli di vita. Si
potrebbe continuare, magari con l'autista del bus che è stato sgarbato, le ragazze che
preferiscono gli altri, il vigile che ha fatto una multa, il tizio che è passato avanti
al fast - food....tutti colpevoli. Come si sarebbe detto un tempo, la vera colpevole è la
"società", quindi tutti assolti, professori compresi.
Non mi sembra una buona strada da
percorrere per risolvere un problema così tragico: quello che importa non è trovare
responsabilità indimostrabili dopo che i fatti sono avvenuti, ma porre in atto strategie
capaci di prevenire.
Le strategie!
En passant, dato che
l'argomento non è sintetizzabile in poche righe, i programmi (nella scuola che conosco,
quella dell'obbligo) sono funzionali a finalità cognitive, che discendono, a loro volta
da obiettivi educativi. In altri termini: i docenti, in base alla conoscenza dell'ambiente
socio - culturale in cui opera la scuola, definiscono collegialmente gli obiettivi
formativi ed individuano le abilità da conseguire. I famigerati programmi sono gli ultimi
ad essere formulati. Nella progettazione, che viene verificata periodicamente e che può
quindi essere modificata durante l'anno scolastico, si tiene sempre conto delle
difficoltà individuali degli alunni e si mettono in atto strategie di sostegno e di
recupero.
Il punto è che, naturalmente,
non sempre e non per tutti tali strategie si rivelano efficaci e che gli interventi spesso
falliscono o provocano addirittura rifiuti e irrigidimenti, non solo in presenza di gravi
problemi, ma anche nei normali momenti di difficoltà e di chiusura all'adulto propri
dell'età evolutiva. Bisogna focalizzare meglio la situazione e cercare le modifiche più
opportune. Qualche volta è meglio semplicemente aspettare che il momento sia superato,
qualche altra il problema è troppo grave per essere risolto solo all'interno della
scuola. Senza mai dimenticare la classe o comunque il gruppo, realtà dinamica nella quale
nascono spesso problemi di rapporto interpersonale, prima di tutto di gelosia (guai se si
ha l'impressione che i docenti prestino maggiore attenzione a qualcun altro, non importa
se tutti sanno che ha delle difficoltà!).... Ciò avviene nelle situazioni più normali,
non stiamo parlando di quelle di degrado sociale o di grave handicap.
In sintesi: gli strumenti di
conoscenza e di intervento devono costantemente essere verificati e modificati,
l'attenzione deve essere continua, ma non assillante. Non bisogna dimenticare che il ruolo
dei docenti è diverso sia da quello dei genitori, sia da quello dei terapeuti, o di
chiunque a diverso titolo contribuisca alla formazione di un ragazzo.
La tragedia del suicidio
giovanile potrebbe, credo, essere limitata, non so se estirpata. Primo strumento per la
prevenzione: una ricerca seria se esistono e su quali siano i "segnali", i
sintomi della voglia di suicidio.
Se ricerche serie di questo
genere sono già state fatte, che vengano presto pubblicizzate su tutta la stampa, al
posto delle vuote chiacchiere (come queste mie) e delle retoriche letterine stile
"Scuola di Barbiana trent'anni dopo e in tutt'altro contesto sociale"
Come i ragazzi, nemmeno la scuola
va lasciata sola!
Lina Donata Rechichi
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