VIRGILIO GIOTTI

(Trieste 1885 -Trieste 1957)

 

Virgilio Giotti, il cui vero nome è Virgilio Schönbeck, è figlio di Riccardo, d’origine tedesca, e di Emilia Ghiotto, da cui gli viene il nome d’arte.

Nel 1907 si trasferisce a Firenze e si avvicina all’ambiente della "Voce", in particolare ai fratelli Stuparich, a Saba e Marin, a Slataper ed a Michelstaedter. Tornato a Trieste nel 1920, conduce una vita appartata lavorando nel commercio e come impiegato, e pubblica poesie in dialetto ed in lingua italiana.

La sua produzione letteraria comprende l’opera Liriche e idilli (Solaria, Firenze 1934) con testi in lingua, il volume autobiografico Appunti inutili (1946-1955) pubblicato postumo, ma soprattutto i suoi componimenti in dialetto triestino raccolti nel volume Colori.

Sotto questo titolo Giotti pubblica nel 1941 le sue poesie in triestino, scritte tra il 1928 ed il 1934. Questo titolo rimane alle due edizioni postume del 1957 e 1972. La raccolta contiene in ordine cronologico i diversi volumi scritti dal poeta nel corso degli anni: Piccolo canzoniere (1909-12); Caprizzi, canzonete e storie (1921-28); Colori (1928-36), Novi Colori (1937-43), Sera (1943-48) e Versi (1948-55).

La Trieste di Giotti è lontanissima da quella di Svevo, ma anche dalla città di Saba: in essa mancano infatti elementi come il porto, i sacchi di caffè, la psicoanalisi e la Mitteleuropa. L’ambiente triestino per Giotti non è il soggetto delle poesie, ma diventa uno sfondo per l’espressione di un’elevata tensione lirica. Il poeta sembra amare l’estrema periferia, tra campi e città, un topos ricorrente nella letteratura a cavallo tra ‘800 e ‘900.

La riduzione operata dal poeta non termina ai sobborghi, ma prosegue fino ad arrivare all’ambiente domestico; il poeta immagina il Paradiso come una sintesi di tutte le case in cui ha abitato, e lo vuole abitato da tutte le persone a lui care.

L.R.

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