SABA E TRIESTE

Non solo la sezione Trieste e una donna (1910-1912), ma tutto lo spazio del Canzoniere sabiano è dominato dalla città di Trieste di cui il poeta ignora le qualità borghesi: rappresenta invece i quartieri popolari, il porto, la città vecchia con cui stabilisce un legame di profonda adesione.

In Città vecchia i vicoli sono animati da una folla di prostitute, marinai, soldati, vecchi e donne che litigano. I personaggi sono descritti nella vivacità dei loro gesti quotidiani: negli umili il poeta ritrova l’infinito, l’autenticità di una condizione che accomuna tutte le creature.

La predilezione per l’anima popolare e sanguigna dei bassifondi si nota anche in Caffè Tergeste, compreso nella sezione La serena disperazione (1913-1915): è "caffè di ladri, di baldracche covo", "caffè di plebe", ma nella promiscuità del locale uomini di nazionalità diverse si ritrovano uniti, "crogiuolo di razze" come Trieste.

Trieste quindi non viene idealizzata da Saba, ma descritta in modo realistico anche negli aspetti considerati turpi o squallidi. Il loro senso negativo, però, viene capovolto ed essi diventano una manifestazione d’innocenza: negli esseri umili si agita infatti l’originario istinto vitale, l’unica sacralità che il poeta è disposto a riconoscere.

Questo bisogno di Saba di uscire da se stesso e di identificarsi in uno spazio vitale, alla ricerca di una realtà pacificante è presente ne Il Molo e trova la sua più alta espressione ne Il borgo. In questa poesia il poeta si immerge nella vita del popolo, cercando di annullare il destino di diversità che grava sulla sua condizione. Trieste quindi è connotata da scene quotidiane, oggetti ordinari, dalle botteghe del ghetto alle merci del porto. Il borgo ferve infatti di "umano valore", colori squillanti, gesti vivaci che introducono una nota d’allegria nelle vie più tristi.

In Trieste la città è oggetto di contemplazione da una specie di colle dell’infinito, o di pascoliano "cantuccio" di solitudine per la "vita pensosa e schiva " del poeta.

Infine Tre vie rappresenta tre squarci diversi di Trieste: Via del Lazzaretto Vecchio tra vecchie case tutte uguali come ospizi, lascia intravedere "il mare in fondo alle sue laterali". Monotonia, desolazione e grigiore la caratterizzano per la presenza di magazzini di spezie, negozi di reti e cordami, laboratori per la cucitura di bandiere.

Sulla seconda via, Via del Monte, che domina dall’alto il mare, il promontorio, le tende del mercato, sorgono la sinagoga, il chiostro, la cappella, il cimitero. In quell’angolo di Trieste, "ove son tristezze molte / e bellezze di cielo e di contrada" è il "cantuccio" per il raccoglimento e la serena memoria del poeta. Via Domenico Rossetti, "verde contrada suburbana", "serba il fascino ancora dei suoi belli / anni, delle sue prime ville sperse, dei suoi filari radi d’alberelli": è il luogo delle passeggiate per ammirare il panorama, degli incontri degli innamorati.

Mt.C.

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