FOIBA DI

 BASOVIZZA

Sul ciglione carsico, a nove chilometri da Trieste, sorge Basovizza, nei cui pressi si apriva il "Pozzo della miniera", oggi meglio conosciuto come "Foiba di Basovizza", divenuta simbolo di tutte le foibe del Carso e dell’Istria e di tutti i luoghi che videro il martirio e la morte di Italiani, sia per il numero delle vittime che ha inghiottito, sia per la tragicità delle vicende connesse a quel luogo.

Dall’autunno del 1943 fino ai primi anni Cinquanta migliaia di Italiani della Venezia Giulia e dell’Istria furono arrestati e uccisi: è il cosiddetto massacro delle foibe, dal nome delle cavità carsiche dove furono gettati i cadaveri delle vittime (il termine dialettale "foiba" deriva dal latino "fovea", che significa fossa, incavo, apertura del terreno). A scatenare la violenza fu il movimento di liberazione jugoslavo. Le vittime erano italiani, civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di liberazione nazionale. Contro questi ultimi ci fu una caccia mirata, perché in quel momento rappresentavano gli oppositori più temuti delle idee di annessione di Tito. Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti e sloveni anticomunisti.

Occorre precisare che quella di Basovizza non è una foiba naturale, ma il pozzo di una miniera scavato all’inizio del secolo fino alla profondità di 256 metri, nella speranza di trovarvi il carbone. In seguito nessuno si curò di coprire l’imboccatura e così, nel 1945, il pozzo si trasformò in una grande, orrida tomba.

Un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l’invasione presentato alla conferenza di Parigi dalla delegazione italiana, descrive il tremendo tragitto delle vittime destinate ad essere gettate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste. Una volta portati alla foiba i prigionieri venivano legati gli uni con gli altri, a catena, con dei fil di ferro e a gruppi, venivano sospinti sull’orlo della foiba. A quel punto una scarica di mitra indirizzata ai primi del gruppo, faceva precipitare di conseguenza anche gli altri nel baratro. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.

Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. Lo spazio volumetrico – indicato sulla stele al Sacrario di Basovizza in 300 metri cubi – conterrebbe le salme di oltre duemila vittime. Ma sui numeri e le motivazioni delle uccisioni è in corso un dibattito politico - storiografico.

I carnefici sono individui rimasti senza volto. Comunque è ritenuto certo che agirono su direttive dell’Ozna, la famigerata polizia segreta del regime di Tito. Soprattutto dalla fine dell’aprile 1945 su Trieste, l’Istria, le terre del confine orientale si avventano i desideri di conquista del maresciallo jugoslavo Tito. Quella regione precipita così dalla feroce oppressione nazista nell’altrettanto feroce oppressione slavo – comunista. Ai forni crematori e ai "lager" della Germania subentrano le foibe e i "lager" balcanici.

"Primavera 1945. Trieste nuovamente sottoposta a durissima occupazione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria". Lo proclama un solenne documento dello Stato, firmato da due Presidenti della Repubblica, Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi, con il quale è stato concesso alla città la medaglia d’oro al valore militare.

F.B.

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