IL CARSO 

TRIESTINO

Il termine Carso, di origine preindoeuropea, significa roccia. Infatti è proprio la pietra la componente predominante che rende unico il paesaggio carsico.

Dal punto di vista geografico, la parola Carso indica l’altopiano che si estende ad est ed a sud-est della città di Trieste. Oggi è suddiviso per ragioni politiche in triestino e sloveno. Il Carso triestino si estende per circa 40 chilometri dal Monte S. Michele (Monfalcone) alla Valle Rosandra, per una lunghezza media di 5 chilometri.

Geologicamente il terreno è solo a tratti impermeabile: l’acqua piovana viene subito assorbita e crea nel volgere dei millenni pozzi e grotte di rara bellezza. Manca una rete idrografica superficiale. L’unico vero corso d’acqua visibile è quello che si trova nella Val Rosandra. Gli altri brevi corsi d’acqua scompaiono nel sottosuolo per poi ritornare in superficie dopo aver compiuto un percorso sotterraneo.

Uno dei fenomeni più caratteristici è quello delle doline, ossia avvallamenti del terreno di forma ovale o circolare , con ripide pareti. Ed è proprio il paesaggio delle doline il teatro di alcune poesie di uno dei nostri più grandi poeti del Novecento, Giuseppe Ungaretti.

 

Giuseppe Ungaretti (1888-1970), allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruolò come volontario e combattè come semplice fante sul fronte del Carso, che fu teatro di sanguinosi scontri tra l’agosto e il novembre del 1916. L’esperienza della guerra incide fortemente sulla personalità dell’uomo e sull’opera del poeta, come dimostra la raccolta Porto Sepolto.

Nella poesia Risvegli scritta nel giugno 1916 a Mariano, il poeta ci descrive il paesaggio carsico come "pianura muta", in Perché? (Carsia Giulia, novembre 1916) Ungaretti parla di "orizzonte che si vaiola di crateri". L’aridità del paesaggio carsico è raffigurata anche nella poesia Sono una creatura scritta tre mesi prima a Valloncello di Cima: la "pietra", che rappresenta il pianto del poeta, è "fredda", "dura", "prosciugata" "refrattaria" e "totalmente disanimata"; in In dormiveglia si parla di "pietra di lava".

L’ambiente carsico in molte poesie ha la funzione di "accompagnare" l’inquietudine del poeta come nella poesia Sonnolenza (S. Michele, agosto 1916) dove i "dossi di monti" "coricati / nel buio delle valli" assieme al "gorgoglio di grilli" diventano scenario dello stato d’animo del poeta.

Il paesaggio delle doline favorisce il raccoglimento del poeta in una delle più famose poesie di Ungaretti, I fiumi (Cotici, 16 agosto 1916).

Il Carso pero’ non ci viene solamente presentato come "pianura muta", ma nella poesia San Martino del Carso (Valloncello dell’Albero Isolato, il 27 agosto 1916), appare come un paese devastato dalla guerra: "Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro.

C.R.

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