Gino Rama

Il Mincio

Ora precipitoso come a rincorrere
la tua lucente gioia,
ora lento come a rimirar
gli spazi infiniti,
procedevi maestoso dovunque
il desiderio ti chiamava,
stretto in un affettuoso abbraccio
di erbe e di piante.
Le tue onde pascolavano libere
in tutta la valle.
Dai campi che ancora spandevano
pienezza di profumi,
venivano a te gli animali,
come a provvida madre,
e l’uomo beveva sicuro
le tue limpide acque,
e con i piedi immersi,
solenne come un dio,
ti contemplava sereno,
seppellendo in te ogni affanno,
se l’affanno c’era.
Ma forse come gli uccelli
cantava e amava senza cure.
I pesci e le stelle tessevano il tempo
con infiniti dialoghi d’amore.



Il Mincio domani

Hai accettato di diventare un insipido tubo,
come uscito da un lavoro a catena.
Il tuo cammino è un fosco,
cupo mormorio di morte,
che pesante trascini con passo stanco.
I tuoi fianchi sembrano rifiuti di cimitero
e il tuo letto una sorgente
inquieta di gas velenosi.
Le piante non distendono più in te
la fluente chioma e si ritraggono paurose.
I pesci non allietano lo sguardo dell’uomo
che accorato cerca altrove corrispondenza.
La luna non più si ammira
narrando favole d’antico amore.
È scomparsa anche la memoria
dei bagni di fanciulli e delle canzoni
che spensierate lavandaie facevano giocare
sulle tue onde candide:
- il mio cuore alla prima che giunge
- il mio bacio alla prima che prendo.
Possente la nostra chiesa non sta più per salpare
ed il suono delle sue campane non ti risveglia.
Vuoi render muto anche il mare?
Sei figlio della rabbia dei tempi nuovi?