Goethe a Roma
Nel Lazio Goethe può ammirare stupendi paesaggi, di forte suggestione, che lo colpiscono profondamente.

A Roma, nella Cappella Sistina, fu colto dalla stanchezza e si appisolò "sul trono papale". "Di sera mi arrampicai sulla Colonna Traiana. Visto da quell'altezza e con quel tramonto, il Colosseo, il vicino Campidoglio, il Palatino e la città tutt'intorno offrivano una veduta superba. Era già tardi quando tornai a casa, passeggiando lentamente. La Piazza di Monte Cavallo, con il suo obelisco, è un posto notevole." Sono descrizioni semplici, abbozzi, istantanee, e tuttavia Goethe riesce sempre a entrare in contatto col nostro cuore, sia quando ci spiega perché l'organo è uno strumento musicale fastidioso (''Non si accorda alla voce umana e fa troppo rumore''), sia quando ordina un calco del teschio di Raffaello (con la sua ''ben proporzionata calotta cervicale") allo scopo di poterlo contemplare al suo ritorno in Germania.
Proprio nel nostro Paese egli arrivò a capire che l'unica alternativa che gli rimaneva era una vita (e una poesia) "di rinunce". L'Entsagung, la rinuncia, aveva per lui lo stesso significato di "accettazione dei propri limiti" (Boyle: The Age of Renunciation). "Lo spirito non deve arrendersi al corpo! - E così, quando il barometro segna alta pressione, io lavoro più facilmente di quando segna bassa pressione; dacché lo so, quando vedo che il barometro è basso mi sforzo di oppormi all'influenza negativa..." (Eckermann, Conversazioni con Goethe, 21 aprile 1830).