Goethe: dal Brennero a Verona

E' il 3 settembre 1786: un giovane uomo, un certo Jean Philippe Moller, lascia la cittadina di Karlsbad in Boemia per la penisola italiana. Sarebbe tutto normale se non si sapesse che sotto quel mantello settecentesco, nascosto dalle tendine di una carrozza frettolosa, si cela un grande della letteratura tedesca: Johann Wolfgang Goethe. Nemmeno lui, d'altronde, sapeva a che cosa andava incontro: l'Italia era veramente uno scrigno segreto tutto da scoprire... In due anni, ritrovata la felicità a lungo estranea alla sua tormentata esistenza, Goethe visita i luoghi più suggestivi d'Italia e ne trae uno straordinario diario: Il viaggio in Italia. In due anni, ritrovata la felicità con una "cura dello spirito" fatta di contatto con la natura e la classicità, egli elabora molti canovacci di sue future creazioni. Varcato il confine tedesco, l'autore riprenderà a scrivere il suo diario a Trento in data 11 settembre 1786: il Brennero è alle sue spalle.

Per questi primi giorni al di là del confine tedesco, ancora le giornate erano per lo più passate in carrozza, a cominciare dalla mattina presto. Tuttavia il giovane poeta scopriva un nuovo mondo dalla finestra del trabiccolo: ed è toccante ed insolita, quasi estranea, la descrizione meravigliata di un territorio che ai suoi occhi appare così casuale, bello, selvaggio. L'Adige per Goethe è il turbolento fiume "che nel suo continuo corso nasconde tumultuose sponde; la campagna che lo attornia, un quadro suggestivo di mulini nascosti dai pini decrepiti e una vegetazione rigogliosa. Così, sempre incantato, Goethe raggiunge Sterzi, Vipiteno e Bressanone, poi Collman, Toutscher, infine Bolzano, quando il sole del nuovo giorno è già alto.

Altro incantesimo di città: stavolta sono i colori che travolgono il poeta. Il marrone-verdastro delle impervie montagne, a contorno di filari di violacei vigneti carichi di uva matura. Infine i contorti rami della vigne risplendono alla luce di un dorato "cuore" di granoturco. Vedendo questo e altri paesaggi di simile bellezza, Goethe afferma che "esiste un Dio": Bolzano è una città ricca a quel tempo, famosa per il commercio di stoffe e frutti, di ambulanti vociferanti seduti accanto a ceste di vimini. La anima una caotica e piacevole aria paesana, di tradizioni e costumi. Anche il contatto con la gente è importante per il poeta: come egli spiega, gli serve per capire se veramente "le piaghe della sua anima" sono risanabili o meno, per scoprire impressioni sensibili che neppure i più profondi libri sanno trasmettere.

Da Bolzano fino a Trento i cavalli scalpitano per altre nove miglia, passando per campagne umide e assolate, accecanti per il chiaro frumento. Si alzano, lucidi toraci di uomini con le falci in mano e volti di donne dai capelli raccolti. Di nuovo tutto questo appare come un quadro vivo. Sopraggiunge la sera: Goethe raggiunge Trento, dove resterà fino al 13 settembre. Qui visiterà l'antichissima chiesa di Santa Maria Maggiore e la Casa del Diavolo, su suggerimento di un giovane trentino. Tale casa, inizialmente venne chiamata Palazzo Galasso, è oggi conosciuta popolarmente con il nome di Palazzo Zambelli.

Nel suo diario Goethe scrive: "Se questo entusiasmo fosse compreso da qualcuno che dimora nel Mezzogiorno, mi prenderebbe certo per un bambino". Se anche questa riflessione si fosse rivelata vera allora, oggi comunque Goethe sarebbe ancor più stimato per la sua puerile felicità. Ben pochi sono quelli che, pur crescendo, conservano intatte le emozioni e sorridono di cuore per poco. Lo stesso poeta rimpiangerà questa "spontaneità di sentimenti" al suo ritorno a Weimar.

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