ALUNNO: Giannotta Annarita CLASSE 2° SEZ.C

LICEO TECNICO

"PEZZULLO"
 
 

Relazione della novella: "La giara" (L.Pirandello)
 
 

La giara è una novella scritta da Luigi Pirandello nel 1917. Secondo il narratore (o drammaturgo) l’uomo non può conoscere neanche se stesso perché, mentre si illude di essere "uno", si accorge che gli altri di lui hanno una visione diversa finendo per sentirsi "centomila". Questa novella è un testo descrittivo in quanto mira alla preziosità degli atteggiamenti dei personaggi, degli ambienti circostanti, ecc. I personaggi che vengono citati sono:

La novella inizia col descrivere un’annata eccezionale per gli ulivi. Don Lollò Zirafa, prevedendo che le giare "che aveva in cantina non sarebbero bastate a contenere tutto l’olio della raccolta", ne aveva ordinata una nuova: "alta a petto d’uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa". Ma un giorno, mentre ferveva l’abbacchiatura delle olive, si viene a scoprire che quella bella giara nuova si era rotta da "sé". Don Lollò così va su tutte le furie tanto da arrabbiarsi con i tre contadini. Alla fine decide di chiamare Zi Dima Licasi, un abile "conciabrocche", perché con il suo "mastice miracoloso" la rimetta a posto; ma lo Zirafa, pur essendo molto orgoglioso e prepotente, ordina a Zi Dima di mettere nel fondo della giara delle puntine. Zi Dima, costretto a metterle, finisce col chiudersi lì dentro. Nella novella vi si equilibrano motivi drammatici e umoristici, non mancano pennellate di poesia e tutto ha "colore e sapore" di Sicilia. In essa vi è il contrasto di due caratteri, ahimè, entrambi testardi: Don Lollò e Zi Dima Licasi, coloro che sostengono tutta l’azione. Sul superbo e avaraccio padrone, facile all’ira e sempre pronto a ricorrere all’avvocato, domina la figura morale del "conciabrocche", persona nella quale miseria e sussiego muovono al riso. La sua sfida al padrone per affermare una convinzione e un principio, non è espressione di arroganza o di spavalderia, ma di una suscettibile fierezza da brav’uomo che per una semplice scommessa è pronta a rischiare di persona. In lui si nota proprio quel contrasto tra la realtà della vita e le illusioni tipiche dell’animo umano. Si respira, inoltre, un tono fresco di vita rusticana, feconda e scanzonata, in cui Don Lollò, tutto preso dai suoi interessi, non sa inquadrarsi e finisce con l’avere la peggio. Secondo me in questa novella vi sono due aspetti molto importanti: l’umorismo tragico e il sorriso umano. Questi si contemperano e si fondono nella superiore armonia dell’animo dell’arte. Nel leggerla ho potuto notare che Don Lollò denuncia una parentela con due personaggi:

- Mazzarò: citato nella novella di Verga "La roba". Egli è un "vinto"che

si dibatte contro la sorte beffarda, senza una luce di speranza. La roba

per lui è un simbolo di benessere, di una ricchezza che non si misura con

il denaro, ma con terre, magazzini, fattorie, ecc.

- Don Pietro D’Accurso: citato da Luigi Capuana in: "Fastidi grassi".

Egli è una persona egoista, ricca e a suo modo anche onesta, perché paga puntualmente le tasse e non deve niente a nessuno. Ma nella sua ricchezza è più infelice del suo servo che si contenta di poco: di un pezzo di pane .

Inoltre, nel leggerla, mi sono accorta che Pirandello come molti altri prosatori moderni, utilizza una tecnica di scrittura: il discorso diretto. La trovo una tecnica molto efficace per l’apprendimento, in quanto penso dia più espressione all’animo dei personaggi.


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