Boccaccio
Di Silvio Scrivano e Mirco Cannata

(Firenze?, 1313 - Certaldo, Firenze, 1375)
Una vita giocata tra la
giovanile esperienza napoletana e il più che trentennale soggiorno nella terra
d'origine; non privo, quest'ultimo, di ricorrenti tentativi di 'fuga': verso le
corti romagnole prima; verso Napoli poi; verso Petrarca sempre, a Padova, a
Milano, a Venezia. Una vita, anche, caratterizzata da un costante impegno
civile e religioso: padre (di cinque figli naturali) e chierico; cortigiano e
borghese; funzionario, ambasciatore, amministratore dei beni di famiglia e,
talvolta, di beni ecclesiastici. E nonostante tutto, o, forse, prima di tutto,
grande intellettuale: a mezzo tra il latino e il volgare, tra la tradizione
classica, tardo classica, medievale e la tradizione romanza, Giovanni Boccaccio
fu poeta, prosatore, storico, geografo, esegeta e polemista, raccogliendo,
creando e smistando verso le generazioni future summae di sapore enciclopedico
(Genealogiae deorum gentilium; De montibus, De casibus, De mulieribus); nuove
forme metriche (l'ottava); nuovi e vecchi generi letterari (il poema 'epico'
[Teseida] e quello allegorico [Amorosa visione], il prosimetro a carattere
pastorale [Comedia delle Ninfe Fiorentine, o Ninfale d'Ameto], il poemetto
eziologico [Ninfale Fiesolano], varie forme di romanzo [Filocolo, Elegia di
Madonna Fiammetta], il libro di novelle [Decameron]).
Se, abbandonando per un
momento l'ottica con cui si guarda di norma alla sua opera - un'ottica
pesantemente influenzata dall'ingombrante presenza del Decameron -, ci si volga
a considerarla nel suo insieme (magari aggiungendo ai testi fin qui ricordati
il Filostrato, le Rime, il Corbaccio, il Trattatello in laude di Dante, le
Esposizioni sopra la Commedia di Dante, le epistole, i volgarizzamenti), il
quadro che ne scaturisce è quello di un'attività complessa, multiforme, giocata
all'ombra di un costante sperimentalismo. Si rifletta: la giovanissima
letteratura in volgare non conosceva, prima di Boccaccio, il genere pastorale;
non conosceva il genere epico, non conosceva la prosa di romanzo; non
conosceva, se non per approssimazione, la novella; dopo Boccaccio, ebbe il
genere pastorale e quello epico, il romanzo e la novella vera e propria. Né
voglio insistere, per la cautela con cui è opportuno guardare ad una questione
ancora sub iudice, sul ruolo da lui svolto nell'àmbito dell'invenzione
dell'ottava narrativa: è tuttavia un fatto che, se pur Boccaccio non fu
l'inventore di questo metro destinato a grandi fortune (in ottave sono, a tacer
d'altro, le Stanze di Angelo Poliziano, l'Orlando Furioso e la Gerusalemme
Liberata), è al suo nome e ad un'opera come il Filostrato che si lega
l'ingresso dell'ottava nella letteratura d'autore; ed è a Boccaccio, e non ad
altri, che si deve l'impiego del metro su larga scala, nei dodici libri del
Teseida e nel più breve, ma significativo, Ninfale Fiesolano.
Se, dunque, è ben vero che -
nello stesso modo in cui si guarda (e si guardò) a Dante come al fondatore del
poema didattico-allegorico e a Petrarca come al fondatore del genere
"canzoniere" e di un modello privilegiato di poesia lirica - a
Boccaccio si guarda (e si guardò), come al fondatore della 'prosa' volgare
italiana, è anche vero che a lui dovremmo guardare come all'"inventore"
e allo "sperimentatore" di altri generi, che non ebbero, nella
pratica, fortuna diversa dal Decameron e dal modello che esso rappresentò e
rappresenta: non si spiega l'Arcadia, insomma, senza il Ninfale d'Ameto, non si
spiegano i poemetti eziologici quattrocenteschi senza il Ninfale Fiesolano. Né,
sul piano dell'erudizione e della trattatistica polemica, si dovrà dimenticare
il ruolo svolto da testi come le Genealogiae, ricchissimo serbatoio, per un
verso, di miti, di leggende e di indicazioni relative alla loro interpretazione
morale, allegorica o evemeristica, e, contemporaneamente, punto di riferimento
teorico per l'energica rivendicazione della conciliabilità dell'esercizio
poetico con la morale cristiana, e della legittimità, per un cristiano, di
leggere ed usare la letteratura pagana, contenuta nei suoi ultimi due libri.
Dimenticare tutto questo è far torto a Boccaccio e a noi stessi, precludendoci
la possibilità di comprendere appieno una larga fetta della nostra storia
letteraria tra Trecento e Cinquecento.