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Nel nuovo libro di Vincenzo Napolillo
di Vincenzo NapolilloSAN FRANCESCO DI PAOLA ARTEFICE DELLA RINASCITA DEUROPA
La ricorrenza del quinto Centenario della morte di San Francesco di Paola (Paola, 1416- Plessis les Tours, 2 aprile 1507) offre l’occasione di riflettere sulle virtù eroiche del fondatore dell’Ordine dei Minimi, che dall’eremo di Calabria passò alla corte di Francia.
Il libro di Vincenzo Napolillo, I gradini del Santo. Un sentiero di carità e di fede. Cinque secoli nella spiritualità di San Francesco di Paola, pubblicato, con Prefazione dell’avv. Mimmo Leonetti, dal Centro Europeo Informazioni, propone ai lettori alcuni studi particolari, dai quali spicca la santità di vita di Francesco di Paola, un gigante della giustizia sociale e della pace. Nella lettera agli amministratori del convento di Spezzano (della Sila) disse: "Vi prego ancora: lasciate tutti gli odi e le inimicizie e amate la pace, perché essa è più e meglio di qualsiasi altro tesoro possano avere i popoli".
Il libro si apre con la relazione di Giacomo Simoneta, che si fece notare per la sua profonda cultura teologica e umanistica, tanto da essere nominato cardinale dal papa Paolo III nel 1535. Le notizie agiografiche sono concepite in latino, ma risultano molto efficaci per mostrare "un fulgidissimo astro di santità". I semi sparsi da Francesco di Paola nel campo del Signore diedero abbondanti raccolti, poiché egli edificò molti monasteri, ai quali accorsero numerosissimi religiosi con la volontà di fare penitenza (la loro vita fu una perpetua quaresima) e di coltivare le virtù, fra le quali rifulse e tuttora risplende la carità.
Dalla contemplazione dell’amore divino scaturì l’amore verso il prossimo: Francesco di Paola ammonì i governanti: "Guai a chi regge e mal regge" e si preoccupò dei problemi dei poveri, degli umili, degli oppressi, degli ammalati, guadagnandosi la fiducia e la devozione di tutti.
Nel 1553, Francesco Franchino, prima di diventare vescovo di Massa Marittima e Piombino in Toscana, compose un carme, che sfuggì all’attenzione di Benedetto Croce. Il titolo è il seguente: In laudem beati Francisci Paulani. Antonio Guaglianone, accademico pontaniano, prese in considerazione il carme, ma saltò l’ardua versione di alcuni versi, in cui brilla l’anima pura e generosa di San Francesco di Paola, uno degli artefici della rinascita religiosa e morale d’Europa.
Il "Breve ristretto della vita" mette in risalto "l’uniformità di condotta del grande Santo, tanto umile, tanto povero, tanto mortificato e tanto raccolto, nelle Corti del Papa e dei Re, quanto lo era stato nel suo primo romitorio".
L’esposizione di alcuni miracoli, che hanno sempre suscitato sorpresa e stupore, si basa sulla teologia cattolica, per la quale il miracolo (dal latino mirari) è un fatto sensibile straordinario, fuori e al di sopra del consueto ordine della natura, ossia un evento meraviglioso, "che va al di là delle cause a noi note", come ebbe a scrivere San Tommaso d’Aquino,.
Segue il racconto di Francesco Leonetti, il nonno dell’avv. Mimmo Leonetti, che delucida l’attività taumaturgica di Francesco di Paola, ma anche il suo rapporto con Simone Alimena, concludendo con la massima: "Prima della gloria c’è l’umiltà". Questa è la tradizione riguardante Francesco di Paola che, in tempi di pagana licenza e di sensualità nei più alti gradi del trono e dell’altare, si pose sulla via della più dura e austera penitenza: come San Francesco d’Assisi fu il Patriarca dei poveri, così San Francesco di Paola lo fu degli umili. Onorato dai re, non si lasciò sedurre dal fasto della corte; tra l’umidità del tugurio e lo splendore delle aule regie conservò integra l’interiore virtù dell’umiltà.
Di piacevole lettura è la cerimonia di santificazione (1° maggio 1519) descritta da Marco Antonio Michiel e riportata da Marino Sanuto nei "Diari". Assai utile la presentazione della figura del Santo: "Un vecchio incappucciato e coperto di tonaca, cinto di cordone secondo il rito francescano, era raffigurato coi piedi nudi; una tunica di lana di colore naturale, senza fare una piega, quasi rivelava il corpo; egli, guardando a terra, con la lunga barba bianca appoggiata sul petto, splendente di vibranti raggi attorno al capo, impugnava inoltre, con tutte e due le mani, una croce di legno e mostrava una grandissima umiltà mista a santità".
Questo ritratto corrisponde propriamente alla raffigurazione di Francesco di Paola, che si stava recando in Francia (1483), eseguita su tavola da un artista fiorentino. Sotto gli zoccoli del pellegrino col bastone in mano, si leggono nome e cognome dell’artista: Baccius Angelo florentinus me pinxit. Questa è un’importante scoperta come ha rilevato il girnalista Antonio Garro: Baccio d’Agnolo, di cui si occupò Giorgio Vasari, realizzò, infatti, l’effigie di Francesco di Paola, schivo di vanagloria e di mondanità, che si trova nella chiesa dell’Annunziata di Montalto Uffugo (officiata dagli Ardorini).
Dalle suggestive figure dipinte da grandi artisti e riprodotte a colori nel libro I gradini del Santo (dal Bourdichon a José de Ribera, dal Cantarini ai fratelli Gregorio e Mattia Preti, dal Murillo a Giambattista Tiepolo, dal Nogari a Stanzione, dal Césselon a Eugenio Cenisio, da Bruno d’Arcevia a Giacomo Vercillo), emerge la grande devozione a San Francesco di Paola, che fu l’umile fondatore dei Minimi, che visse in pienezza il precetto cristiano dell’amore e che guarda ai bisogni dell’umanità, pieno di dolcezza, di carità e di serenità.
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