I.T.C. "G. Pezzullo"  Cosenza  scuola.gif Didattica 

SI CONCLUDE A TAVERNA L'ANNO PRETIANO
di Vincenzo Napolillo 

Il grande artista Mattia Preti, detto il Cavaliere Calabrese, vide la luce a Taverna nel 1613 e vi passò la sua adolescenza. A 17 anni circa, egli emigrò per raggiungere il fratello Gregorio, "ricamatore", a Roma, dove la vita intellettuale metteva in crisi la cultura laica del Rinascimento e ristabiliva, sotto l’influenza della Chiesa cattolica, il principio dell’autorità contro la Riforma protestante.

Il "curriculum" degli studi comprendeva soprattutto il disegno e l’anatomia: Mattia Preti, fino a 26 anni, non aveva "colorito" per i grandi committenti, ma aveva soltanto appreso a osservare e a disegnare.

Nel 1640, egli aprì bottega, accogliendo come assistente Bartolomeo Ardovino. Cinque anni dopo, il pittore calabrese aveva casa e studio in Piazza di Spagna.

I suoi principali protettori furono: Donna Olimpia Aldobrandini, Donna Olimpia Maidalchini, suocera della suddetta principessa di Rossano, il Nunzio Apostolico in Spagna, di cui i biografi De Dominici, Frangipane, Spike non conoscono il nome. Le mie ricerche storiche conducono a Giulio Rospigliosi, che stette in Spagna dal 1644 al 1653, fu segretario di Stato nel 1657 e fu eletto Papa, con il titolo di Clemente IX (1667-1669).

Marcello Anania, umanista e precettore di Mattia Preti, fu nominato, con Breve del 3 giugno 1654, Vescovo di Sutri e Nepi; morì a Sutri, il sabato del 26 aprile 1670, dopo sedici anni di episcopato.

Donna Olimpia Maidalchini non rimase inattiva per il Giubileo del 1650: ella fece raffigurare nel marmo "Leone Magno che ferma Attila" dal bolognese Algardi e fece commissionare a Mattia Preti il grandioso Stendardo di S. Martino al Cimino.

Nel marzo 1650, Mattia Preti fu accolto fra i Virtuosi del Pantheon e, nello stesso anno, fu invitato dal cardinale Francesco Petretti Montaldo, abate del convento teatino, di decorare a fresco l’abside della Chiesa di S. Andrea della Valle in Roma.

Il Cavaliere di Malta, come si legge nel "Diario manoscritto", iniziò a dipingere le scene del Martirio dell’Apostolo S. Andrea, per 700 scudi in tutto, che erano pochi, "volendo che il suo prezzo equivalente fosse il suo nome celebrato conforme alla eccellenza dell’opera".

Mattia Preti passò un triennio a Modena, dove Correggio, Schedoni, Lanfranco e Velazquez avevano lasciato stimoli e suggerimenti di rinnovamento pittorico. Su invito dei Carmelitani, Mattia Preti affrescò, con forti influssi di Pietro da Cortona e Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino di Cento, l’abside della Chiesa di S. Biagio, con linguaggio producente, secondo Giovanna Melegari, effetto non solo ottico, ma anche "di sonorità".

I fratelli Gregorio e Mattia Preti furono impegnati nel 1652 negli affreschi della controfacciata della Chiesa di S. Carlo e S. Biagio ai Catinari, che era stata ricostruita nel 1640.

Nel 1653, Mattia Preti era fra i più apprezzati pittori nella Congregazione di S. Luca, ma poco assiduo (come Velàzquez).

Nello stesso anno, egli si recò a Napoli, per la perdita di Jusepe Ribera, detto lo Spagnoletto, che lasciò vedova, nel 1652, la figlia del pittore Azzolino, documentato a Taverna, a Gerace, a Scalea, il luogo di nascita di Padre Costantino Palamolla, superiore dei Barnabiti, che benedisse, il 29 settembre 1611, la prima pietra della Chiesa romana di S. Carlo ai Catinari. A Napoli Mattia Preti contava sull’appoggio della famiglia Schipani, con la quale era apparentato.

Le fruttuose ricerche documentarie di Capasso, Spike e Giuseppe Valentino hanno demolito le invenzioni (in questi giorni tradotte persino in lingua inglese e in quella tedesca, con l’aggiunta di una "calabresità" fuori luogo) di Mattia Preti spadaccino violento e sanguinario, sorte "per scarsa conoscenza" e ignoranza. Mattia Preti, recuperando il caravaggismo napoletano attraverso lo studio di Giovan Battista Caracciolo, detto il Battistello, si guadagnò anche l’attribuzione dei crimini commessi dal lombardo Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, che uccise, nel 1606, Ranuccio Tommassoni e provò il carcere a Malta, dove soggiornò nel 1608, per avere offeso un cavaliere di giustizia.

Il 27 novembre 1656, Mattia Preti fu prescelto ad affrescare le porte di Napoli, che dai Santi protettori era stata preservata dalla peste e da altri "infiniti mali".

Luca Acampora indicò in Mattia Preti la "persona molto perita et esperta nella professione della pittura"; l’ingegnere Pietro De Marino stabilì le dimensioni delle immagini e la somma da pagare "di 1500 ducati e di una libbra di oltremarino". Il giorno festivo dell’Immacolata (8 dicembre 1656) la Deputazione della Sanità proclamò Napoli libera da ogni sospetto.

Gli affreschi del pittore Mattia Preti furono resi celebri dai toccanti episodi di sofferenza e di pietà controriformista.

Un grande risultato della doverosa riscoperta di Mattia Preti è stato il restauro dell’affresco sulla Porta di S. Gennaro a Foria. La grandezza del calabrese risalta dagli affreschi delle porte della città di Napoli e dai dipinti che illustrano le Storie della vita di Santa Caterina e di S. Pietro da Morrone, nella Chiesa di S. Pietro a Maiella, commissionati da Fabrizio Campana, abate dell’ordine dei Celestini, diventato Arcivescovo di Conza (AV), da dove inviò, una volta, ducati 3500 per il Cavaliere (cosiddetto per antonomasia).

La pittura del Cavaliere, carica di fede e di tonalità coloristiche, consegna alla maestosità delle eroiche figure una vis devozionale, per imprimere nelle coscienze, tormentate da dolorose calamità, le pratiche della preghiera e della penitenza e la sicurezza del soccorso dei Santi. Il discorso sulla potenza divina, che vince gli orrori del morbo e della morte corporale, completa, abilmente, la spiritualità dei personaggi, rendendoli cioè più umani e più vicini alla vita.

A Valmontone, nel Palazzo Doria, fu distrutta la decorazione dell’Aria, per il disaccordo tra Pier Francesco Mola e il principe Pamphili, e sostituita dalle opere di Mattia Preti e Francesco Cozza di Stilo. E’ giunto il tempo di dare il giusto merito anche all’arte di quest’altro artista calabrese, che fu allievo e collaboratore del Domenichino. Si etichettò, invece, Mattia Preti come allievo del Guercino.

Malta fu l’ultimo palco della grandezza artistica e l’urna di Mattia Preti, che spirò la mattina del 3 gennaio 1699. Sulla sua tomba l’inizio dell’epitaffio recita: Hic iacet magnum pictura decus.

Mattia Preti si stabilì il 1661 a Malta, trovando operoso l’eclettico romano Giuseppe Arena, che la tradizione vuole "suo emulo e soccombente" nella gara per la decorazione ad olio delle pietre della volta di S. Giovanni a La Valletta. Nelle altre chiese dell’isola si ammira, come mette in evidenza il dott. Bonnello, giudice della Corte di Lussemburgo, la pittura di Mattia Preti, carica di luce e di colori, ma anche di ripetizioni delle varie assimilazioni e di ricordi accademici.

Le composizioni di largo impianto e vigoroso luminismo, collocate dentro le Chiese, il Museo, la Banca di Credito Cooperativo "La Sila Piccola" di Taverna, testimoniano atti di amore e di fedeltà, ma soprattutto il carattere dell’arte di Mattia Preti, reso inconfondibile e singolare dallo straordinario stile "plastico-luminoso", capace di muovere alla riverenza oltre che alla meraviglia tipica del Barocco mondiale. Ad esempio, il Cristo che lancia i fulmini delle malattie non è la figura di Giove adirato, bensì quella del giusto, che concede il perdono, altrettanto fulmineamente, a coloro che pregano e si pentono. Pertanto, i temi religiosi trattati prevalentemente da Mattia Preti non hanno la capacità di illudere e d’ingannare, ma di fare risaltare la luce della verità e di ritrovare il legame tra la valle di lacrime e il cielo di beatitudine.


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