I.T.C. "G. Pezzullo"  Cosenza  scuola.gif Didattica 

ORIGINE E PERCORSI STORICI DI PATERNO CALABRO
di Vincenzo Napolillo 

L’importante lavoro su Paterno nella storia e nella tradizione è stato compiuto da Franco Michele Greco, che mira a un linguaggio rigoroso e insieme accessibile a tutti. L’autore, che ha scritto un libro di grande valore storiografico, avvalendosi del concorso di alcune scienze ausiliarie, segue il metodo del revisionismo storico, e mi trova non solo consenziente, ma allineato ed estimatore in questo campo. Non già per segnare gli errori e le invenzioni del passato, ma per dare un significato nuovo e attuale al dibattito sulla storia municipale, riassunto nel passo di Ferdinando Pessoa: Dal mio villaggio io vedo quanto della terra si può vedere dall’universo.

Il problema delle origini di Paterno Calabro è finalmente risolto, grazie agli stimoli affertimi da Coriolano Martirano prima e da Franco Michele Greco dopo, che si sono cimentati con successo in un’ardua impresa.

L’etimologia di Paterno non è quella del paese dei patimenti: patere è verbo latino, che vuol dire estendersi, situato all’aperto. Il nome paternus significa, come avvertono Rohlfs e Alessio, un bene, una proprietà, cioè un territorio dato in eredità dal padre. Tutto questo già si sapeva. Ma devo aggiungere la distinzione, fatta da Cicerone, tra praedium urbanum et praedium rusticum.

Nel caso specifico, Paterno fu proprietà della città di Cosenza (dalla voce latina praedium), un suburbio, cioè uno dei Casali di Cosenza. Questo è il significato vero di Paterno Calabro.

Recentemente è stato scritto sulla stampa quotidiana che "la nascita di Paterno Calabro è avvolta nel mistero. Non è così, anzi essa è chiara e non è affatto problematica.

Scrisse il cronista Romualdo Guarna che i Saraceni, dopo lungo assedio, presero e depredarono Cosenza, "che per lo innanzi se n’era schernita con denaro e con ricchi donativi; e rimontando quei barbari verso la Puglia assalirono i villaggi presso Bari, predando uomini e donne, che condussero prigionieri in Sicilia".

Cosenza fu distrutta nel 988 d. C. dagli Arabi e riedificata, nel 992, dai Greci.

Emilio Barillaro sostiene che Paterno fu "un antico centro civico, divenuto stazione itineraria romana, menzionata nell’Itinerario di Antonino, e sita lungo la via Trajanea jonica, a 12 miglia a sud di Ruscianum". Egli riporta "fonti importanti", ma confonde Rossano con Rogliano. Di conseguenza, Paterno dell’Itinerario di Antonino è Cirò, nota per il pregiato vino, sulla costa jonica, dove si trovano i ruderi del castello dei Carafa del sec. XV, e non c’è il Palazzo Spada di Paterno Calabro, dichiarato monumento nazionale.

Molti abitanti della città di Cosenza si rifugiarono nei casali dell’interno, dai quali furono ripopolati gli abituri o furono costruiti nuovi villaggi.

Franco Michele Greco così conclude la questione: "Paterno fu uno dei tanti Casali che sorgevano intorno a Cosenza, formando assieme alla città capoluogo la cosiddetta Universitas".

Era università la moltitudine del popolo.

Nell’anno 1601 furono enumerati 81 Casali, che godettero dei privilegi ordinari della città di Cosenza. La loro gente fu chiamata anche Cosentina.

Nel 1644, la bagliva di Paterno fu consegnata a un potente feudatario, al Granduca di Toscana, che era Ferdinando II dei Medici (1610-1670). Non si sa se fecero più meraviglia che scandalo i capitoli matrimoniali tra Ferdinando e la cugina Vittoria: lo sposo aveva appena dieci anni e la moglie solo un anno di vita.

Gli abitanti

L’andamento della popolazione è registrato nel Dizionario geografico di Lorenzo Giustiniani. Il paese di Paterno si trova abitato "da circa duemila individui addetti per la maggior parte all’agricoltura, alla pastorizia, ed hanno l’industria ben anche dei bachi da seta. Nel 1532 lo ritrovo tassato per fuochi 381, nel 1545 per 599, nel 1561 per 894, nel 1595 per 846, nel 1648 per 436, nel 1669 per 360, il che fa vedere essere stato un tempo assai popolato che non lo è oggi".

Infatti, gli abitanti di Paterno Calabro, che nell’anno 1276 erano 1813, sono calati, nell’anno 2000, circa a 1580 unità. Tuttavia i Paternesi hanno consapevolezza delle loro necessità e delle loro capacità di farsi promotori dello sviluppo economico e civile, per costruire un futuro migliore.

Nelle "Rationes decimarum Italiae" Paterno è menzionata all’anno 1310 n. 4263 e passim.

Un altro interessante documento risale all’aprile 1419. Il rettore della Chiesa rurale di S. Maria di Poliano la restituì nelle mani dell’Arcivescovo di Cosenza, Francesco Tomacelli.

La chiesa rurale

La nascita della chiesetta di S. Maria di Pugliano è avvolta nella leggenda.

Un giorno fu trovato, in un fitto roveto, il quadro dell’Assunta e fu portato nella località Macchie, per collocarlo in una cappella. Il quadro si trasferì prodigiosamente dove era stato scoperto e dove fu costruita, successivamente, la piccola chiesa, che si riempie di fedeli e pellegrini nel mese di agosto.

La fede nella Madonna Assunta in cielo e nell’Annunziata s’incontrano nella tradizione amorosa dei cristiani di Paterno Calabro.

Il volume di Franco Michele Greco: "Paterno nella storia e nella tradizione" (Cosenza, Orizzonti Meridionali, 2000) va letto con attenzione, per capire la vita del popolo nelle varie epoche, i costumi, le difficoltà sociali e individuali, il lavoro e l’economia, le emergenze, la cultura. Esso è ricostruzione scrupolosa, "sostenuta - come afferma l’avv. Achille Esposito - dalla validità delle fonti storiche consultate presso gli archivi di Cosenza, Napoli, vaticani, e in quelli privati".

Il Santuario di S. Francesco di Paola a Paterno

Francesco di Paola, umile servitore di Dio, si portò a Paterno per fondare il secondo convento della sua famiglia eremitica. I suoi primi compagni vestivano di rozza tunica, tenuta ai fianchi da un pezzo di fune, camminavano scalzi, conducevano vita povera e penitente. Paolo Rendace, fedele del suo grande fondatore, consigliava gli abitanti di Paterno, nei pressi di Cosenza, ad accorrere e, nel buon esempio, di essergli seguaci. I Paternesi, infatti, andavano dal sant’uomo con giubilo, si prostravano ai suoi piedi, baciavano persino la terra che calpestava.

Sull’architrave, spezzato in tre parti, della Chiesa dedicata all’Annunziata, Padre Francesco Rubino vede impressa "un’orma imperitura della grande fede di S. Francesco di Paola". Infatti, l’architrave, pur essendo rotto e sospeso sugli stipiti, non crolla affatto. Il teste n. 70 depose, al processo Cosentino di canonizzazione, che cento persone si affaticavano per mettere quell’architrave in pietra e che "frate Francisco andao sulo et una mano mise dicto architrabo supra la porta".

I testimoni non sono sempre rispettosi dei dati cronologici. E allora quando avvenne il fatto prodigioso, che coincide con la data di fondazione della Chiesa e poi del convento?

Le date incise sull’architrave sono due: una del 1444 e l’altra del 1474. Qualcuno le manomise, in tempi diversi, assieme alla sigla: S. F. D. F. , cambiando i numeri e la lettera F in P.

Padre Rubino segue l’interpretazione di P. Francesco Stea, per il quale la sigla S. F. D. P. significa: "Sancto Francisco De Paula".

C’è da obiettare, però, che il Santo Protettore della Calabria non poteva fare incidere di sua volontà, quella sigla contenente il proprio nome, senza cadere in un peccato di superbia.

Egli fu proclamato Santo, nel 1519, dal Papa Leone X de’ Medici.

Bisogna trovare una diversa traduzione, seguendo un’altra interpretazione. Del resto, Padre Rubino non esclude che "nel futuro altri, basandosi su documenti irrefutabili, possa decifrare quanto racchiuso nelle date e nella sigla dell’architrave di Paterno".

Prima di portare il documento inoppugnabile, devo premettere che Padre Francesco Stea vedeva, nelle suddette due date, l’inizio e la fine della costruzione. Questo trentennale arco di tempo appare troppo lungo per la fondazione d’un luogo francescano, che Franco Michele Greco paragona ad una "capanna".

Sono note a tutti le tappe della storia degli Eremiti di Francesco di Paola.

Il 19 giugno 1473, Sisto IV approvò la fondazione a Paola della cappella "in convento o romitorio di lui o dei suoi soci", accordando loro i privilegi degli eremiti del Beato Pietro da Pisa o dei Gerolamini.

Il Papa francescano, con Bolla "Sedes Apostolica", del 17 maggio 1474, approvò la Congregazione sorta in Paola. Nel 1501 i religiosi furono chiamati Frati dell’Ordine dei Minimi.

Francesco di Paola morì in Francia, a Tours, il 2 aprile 1507.

In questo preciso quadro, bisogna distinguere due fasi: l’una delle fondamenta di pietra (1444), l’altra delle fondamenta della Congregazione.

Nel primo caso, prevale il simbolismo del numero 4, emblema del mistero della Trinità e di quello della Vergine Madre di Dio; nel secondo caso, vale il numero 7, che rappresenta le sette chiese di S. Giovanni, i doni, i sacramenti.

Le fondamenta di pietra furono poste al tempo di Berardo Caracciolo, arcivescovo di Cosenza (1424-1456), le altre continuarono al tempo di Pirro Caracciolo, figlio di Marino, Conte di S. Angelo dei Lombardi e Signore di Nusco, arcivescovo di Cosenza (1452-1484), protettore magnanimo dell’ordine del Taumaturgo di Paola.

Il documento da esibire è quello che riguarda il terzo convento fondato da Francesco di Paola a Spezzano della Sila. Il testo, riportato da Gustavo Valente e Pippino Via, recita:

"Il venerabile Monasterio de la sanctissima Trinità de l’Ordine de’ Minimi di S. Francesco di Paola è posto nel Casale di Spezzano Grande, in loco dicto la Trinità vecchia e ditto Monasterio confina: di sotto d’uno lato e sopra la via pubblica, che ca(m)mina verso la Sila di Cosenza e Casali di sotto, e de l’altro lo Giardino di detto Monasterio. Il quale Monasterio fu edificato per il Glorioso San Francesco di Paola come il tutto più chiaramente appare per concessione, e per privilegio concesso per la F. M. (felice memoria) di papa Eugenio IV sub data die XVI mense dicembre 1446, indizione quindicesima, il quale privilegio in carta pecora si conserva in detto Monasterio in cascia di quattro chiavi".

Di conseguenza, il convento di Paterno Calabro è sorto nel 1444, cioè due anni prima di quello di Spezzano Grande, in ossequio al simbolo del Padre e del Figlio fattosi uomo per incarnazione.

Intanto la sigla S. F. D. F. è da interpretare come segue:

"Sedes fundata Deo favente"; Luogo fondato con il favore di Dio.

Si pone così fine alla secolare "querelle".

Nicola Misasi e S. Francesco di Paola

Lo scrittore Nicola Misasi, ghiotto delle more selvatiche, che nascono sulle siepi lungo il fiume Jassa di Paterno Calabro, e di leggende paesane e brigantesche, scrisse un libercolo: "La mente e il cuore di Francesco di Paola". E’ piaciuto a molti, soprattutto all’etnologo e regista Giovanni Sole. Anch’io l’ho letto con curiosità e, alla fine, con delusione: è, infatti, una monografia (non riesco a chiamarla agiografia), che priva la caritatevole figura di Francesco di Paola della "luce abbagliante dei miracoli" e dell’alone di Santità.

La zia di Misasi, Nicolanna, non seppe raccontare al nipote quello che scrisse, nel 1710, Giovanni Abbiate Forieri: "Pare che alla fabbrica di codesto Convento di Paterno concorressero più i miracoli che le pietre".

Fra le molte deposizioni nei processi di Cosenza e di Calabria, quella di Guglielmo Turco (teste n. 63) a me sembra chiarificatrice: "Accorrevano a Francesco gli abitanti non solo di tutta la Valle del Crati, ma di tutta la Calabria, per impetrare delle grazie da lui, e tutti tornavano soddisfatti nelle grazie che avevano chieste" (pro impetrandis ab eo gratiis redibantque omnes compotes gratiarum, quas petierant).

La potenza di S. Francesco di Paola è espressa nei versi del poeta settecentesco:

Sempr’a suoi voti il cielo corrisponde

Par che Dio sua possanza il lui trasfonde.

Uomini cospicui

Hanno dato lustro alla loro terra nativa: Pietro Caputi, Paolo Rendace, Bartolo e Giovanni Pietro Pullano, Francesco Antonio Spada, il musicista Maurizio Quintieri, il cerimoniere e accademico Don Mario Merenda, lo scrittore Alfonso Cardamone, il pittore Antonio Presta, che ha restaurato la tavola della Madonna in trono con il Bambino, che rappresenta la cetra di Dio, a Fiumefreddo Bruzio.

Franco Michele Greco, scevro da polemica, che è l’arte dei politici e degli imbonitori, ha pubblicato un’appassionata ricerca su Paterno nella storia e nella tradizione, con linguaggio popolare e forbito, che fanno di lui un affabulante cronista, cui rivolgere la nostra gratitudine e il nostro plauso. Egli delinea la figura del Santo di Paola con intelligenza acuta, viva simpatia, piacevole scrittura. Nello stesso tempo, egli rende onore alla fulgida figura del Beato Paolo Rendace di Paterno, educato nella carità, nella penitenza, nella disciplina e nella pace da Francesco di Paola, di cui il dotto e fedele discepolo diventò Vicario generale, quando il Santo partì, nel 1483, proprio da Paterno, per la Francia, voltandosi dal monte Pollino, a guardare e a salutare, per l’ultima volta, la terra di Calabria.

La leggenda vuole che le campane, quando Padre Rendacio morì (alcuni dicono nel 1511 e altri nel 1521), suonarono spontaneamente a gloria, perché ai semplici e agli umili appartiene il regno dei cieli.

Su questi ed altri personaggi la penna di Franco Michele Greco non sorvola, ma offre dei ritratti di straordinaria intensità. Le esclusioni di uomini cospicui sono affatto involontarie.

Un capitolo a parte merita il teologo calvinista Apollonio Merenda.

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