| I.T.C.
"G. Pezzullo"
Cosenza |
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Didattica |

Per un bibliotecario a riposo, come il sottoscritto, la
lettura di un libro è un'occasione da non perdere, è un motivo
di vita, in accordo col vecchio proverbio: "Il lavoro forzato è
meno pesante che l'ozio forzato". Inoltre, l'uomo più che figlio
delle proprie abitudini è figlio del proprio tempo e del proprio
ambiente, del luogo dove l'individuo ha trascorso la parte migliore della
propria vita, come nel caso mio, la Biblioteca
Civica di Cosenza, che è quasi un tempio, dove si manifesta
l'amore per i libri, che sono gli strumenti migliori per affinare lo spirito.
Questi pensieri, queste emozioni mi vengono dalla lettura
di recente pubblicazione; parlo dell'ultima opera del professor Vincenzo
Napolillo - Paola storia di una comunità religiosa - Mendicino
(CS), Santelli, 1996.
In verità questo libro meritava il titolo: "Paola
Sacra", sia per l'impegno dell'autore nella documentazione seria e sofferta,
sia per l'amore per il sacro.
In questo libro Napolillo si rivela uno scrittore di
milizia: un apologeta della storia del cattolicesimo militante, come Giordani,
Bargellini, Missori, ecc. ecc.
Il saggio del Napolillo comincia con la "vexata quaestio"
sull'etimologia di Paola e sulle origini del sito abitato.
Paola, egli dice, non è la mitica Patycos, né
prese il nome da "pabula coelestia", che ricordano "pascoli di reminiscenza
ovidiana"; Paola deriva, perciò, dall'aggettivo sostantivato latino
"paula", cioè piccola, come dimostrano la piccola rocca e
il toponimo "Rocchetta" e le seicentesche parole poetiche di Francesco
Fulvio Frugoni:
"Paula di piccolo nome al ciel si spinge
col Minimo, che grande in sen le nasce".
Le ricercate illustrazioni e i disegni di Loris Zagarese
danno la visione tangibile della formazione dell'abitato nel territorio
del Monastero di S. Maria di Valle Josaphat, per la donazione del normanno
Drogone, che morì assassinato nel 1051.
Un altro casale nacque, successivamente, per merito
dei monaci florensi di Fontelaurato, di Fiumefreddo Bruzio, che accettarono,
da Matteo Tarsia, signore di Fuscaldo,
nel 1203, "il tenimento di Paola".
Cresciuta intorno alla rocca e nel territorio monastico,
Paola passò ai grandi feudatari Ruffo.
Napolillo è tra i primi storici a chiarire, con
precisione documentaria, che Covella Ruffo, sepolta dai Padri Domenicani
nella chiesa di Altomonte, non è la stessa Covella Ruffo, duchessa
di Sessa,
Squillace, Montalto e Alife, ispiratrice della congiura contro Giovanni
Caracciolo detto Sergianni.
Paola passò poi alla famiglia Spinelli, che si
estinse, agli inizi dell'Ottocento, con don Gennaro Spinelli.
Le indagini sui conventi e sulle opere di personaggi
illustri sono condotte con vigile senso critico fuori da stereotipi
e tradizioni leggendarie.

Molto bello e sentito è il profilo che Napolillo fa del Santo Eremita: Francesco di Paola. In esso egli analizza, nella sua complessità, la vita e la regola del taumaturgo, che si fece banditore dell'evangelo dell'amore, per creare, nel cuore della nostra terra, un focolare di carità, tutto calato nell'umanità, nell'amore autentico; nel suo grande programma è racchiuso il paolino concetto d'amore, espresso nel XIII ai Corinti. Lo storico Napolillo, non dimentico dei fatti reali della vita del Santo, analizza, con capacità da esperto, le vere condizioni del tempo; così dal racconto vien fuori un quadro vivo del nostro santo, le cui doti di cuore, non disgiunte da un pensiero tutto preso dalle cose dello spirito, indicano a noi tutti, a distanza di quasi mezzo millennio, la via del nostro destino: cercare il bene nell'umiltà, non cedere alla tirannide: vedere nel nostro simile il "me stesso", in modo da amare il prossimo con tutto il cuore; non fare agli altri tutto ciò che noi non vogliamo sia fatto a noi stessi; in poche parole, l'insegnamento del Cristo: amatevi l'un l'altro, per realizzare, in questa valle di lacrime, il santo monito: Charitas.

Lo studio del nostro autore si snoda in otto capitoli, ottanta pagine in tutto, ma chiare e precise. Sullo sfondo della vecchia città di Paola, questa veranda sul mar Tirreno, dominata da monti azzurri, sotto un cielo che la bacia dall'alto, da una luce che sembra faccia da sottofondo melodico, l'umile frate Francesco di Paola butta, com'è scritto nel libro sacro, il pane sulle acque. La vita e le opere del santo di Paola, l'umile Francesco, che attraversò sul mantello lo stretto di Messina, commettono, a noi figli del terzo millennio, il compito di fare nostro il messaggio d'amore: Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità. Sì, proprio così. La regola dei Minimi ed i numerosi prodigi del santo, e la continua vita quaresimale, attestano che Francesco di Paola non fu un ciurmatore ipocrita; anzi predilesse i poveri, i miseri e difese i deboli, dicendo ai potenti: Sono homini come voi altri e del seme di Adamo come voi.
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