| I.T.C. "G. Pezzullo" Cosenza | Didattica |
LERETICO APOLLONIO MERENDAdi Vincenzo Napolillo
Apollonio Merenda: chi era costui? Anzitutto un figura scomoda di Paterno Calabro. Su di lui lo Franco Michele Greco, nel documentato e piacevole libro su "Paterno nella tradizione e nella storia", pone queste riflessioni: "Chi ha visto in lui un ciarlatano. Chi un terrorista. Chi un martire. Si sono alternate, nel suo nome, frettolose semplificazioni e ribadite scomuniche".
Apollonio Merenda fu un sacerdote, che diventò nel 1540 segretario del Nunzio Apostolico nel Regno di Napoli, Mons. Fabio Arcella, che era stato già Vescovo di Bisignano dal 1530 al 1537.
Pietro Carnesecchi, messo sotto interrogatorio, affermò che il Merenda ed altri pensavano male circa la fede (male audiebant circa fidem), cioè professavano idee di riforma della Chiesa, che sarebbero sorte "dalla bottega di Juan Valdès". Questi fu segretario particolare del Viceré Don Pedro de Toledo.
Nel 1541, Apollonio Merenda era, a Viterbo, cappellano del Cardinale Reginald Pole, che aveva contratto in Italia numerose amicizie fra gli umanisti, specialmente con il Bembo, il Sadoleto e il Contarini, propensi a trovare un’intesa con i protestanti d’oltralpe.
Nel 1542, il Papa Paolo III ripristinò a Roma l’Inquisizione. Il cardinale Pole, deferito al tribunale dell’Inquisizione, morì nel 1558 nell’attesa del processo.
Nel 1544 Apollonio Merenda fu arrestato per avere letto dei libri proibiti; per avere sostenuto che la salvezza si raggiunge solo con la fede; per avere dubitato del sacrificio della Messa; per avere accettato l’opinione di Zwinglio sulla dottrina dell’eucaristia, sul purgatorio "et simili cose".
Il Carnesecchi fece i nomi degli amici del Vescovo Vittore Soranzo accusato di eresia: Apollonio Merenda, Flaminio, Priuli, M. Donato Rullo.
Nel 1548 Apollonio Merenda, che era arcidiacono di Bisignano, compare in due rogiti stipulati dal notaio Angelo Desideri.
Arrestato di nuovo nel 1551, Apollonio Merenda fu tradotto a Roma e costretto a portare lo "stendardo" (così il Cardinale Alessandrino chiamò, nel 1564, l’abitello degli eretici), la pazienza gialla e la croce rossa.
Egli si pentì, ma abbandonato da tutti dovette partire da Roma. L’arcivescovo di Salerno, Mons. Girolamo Seripando, che era stato Generale dell’Ordine Agostiniano, definì quella partenza "l’estrema pazzia di m. Apollonio".
Egli riparò a Venezia e, successivamente, a Ginevra, per vivere liberamente, secondo i dettami della coscienza. Infatti, egli giurò, il 4 ottobre 1557, a Ginevra, "di vivere secondo Dio e la santa riforma evangelica (de vivre selon Dieu et la sainte réformation evangelique).
Siccome Giovanni Calvino aveva instaurato il presbiterianesimo, cioè il consiglio degli anziani (o presbiteri), fu fatto obbligo ai teologi di provvedere all’insegnamento, ai diaconi all’assistenza dei poveri e degli ammalati, ai pastori e ai presbiteri di vigilare sulla vita morale e religiosa dei fedeli.
In breve, Apollonio Merenda diventò, come aveva fatto a Padova e a Venezia, precettore presso la vedova di Franco Michaeli, gonfaloniere di Lucca, emigrato pure lui, per motivo di religione, a Ginevra, che adottò la Riforma (1533) e si costituì in Repubblica teocratica (1541), sotto la guida di Calvino.
E’ da notare che il fiorentino Pietro Martire Vermigli fu richiamato all’ortodossia, per avere diffuso, proprio a Lucca, le idee di Juan Valdès; ma egli preferì fuggire a Zurigo, dove nel 1562 finì i suoi giorni, all’età di 62 anni.
Apollonio Merenda, come avverte Franco Michele Greco, non visse come uno "spaesato" nel mondo del calvinismo. Ma da una voce, trapelata al processo di Giovanni Morone, fu chiamato "un demonio meridionale".
Il cardinale Giovanni Morone fu fatto arrestare nel 1557 dal Papa Paolo IV, nato a S. Angelo a Scala nell’odierna Provincia di Avellino, sotto l’accusa di propensione verso l’eresia. Egli fu liberato nel 1565 e morì a Roma nel 1580.
Padre Francesco Russo precisa, contro il calcolo di Carlo De Frede, che Apollonio Merenda era ancora in vita nel 1566 ed esercitava a Ginevra l’incarico di precettore. Nel suddetto anno, fu mandato al patibolo Valentino Gentile, "natione italicus", come si legge negli atti processuali pubblicati nel 1567.
Apollonio Merenda conobbe personalmente Giulia Gonzaga, che si ritirò nel convento di S. Francesco delle Monache di Napoli. Ella era stata l’amica di Jaun Valdès.
E’ per questo che Eugenio Arnone, scagliando la pietra della dilapidazione, chiama Paterno Calabro il paese delle monache di casa? Se così fosse, bisognerebbe distinguere l’eresia dal "treno di scandali", per non calunniare e non colpire nel mucchio. La storia, infatti, non giudica, ma ricostruisce e interpreta i fatti, secondo l’avvertenza di Giambattista Vico: verum ipsum factum
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