| I.T.C. "G. Pezzullo" Cosenza | Didattica |
LA PATRIZIA NOBILTÀ DI COSENZA
di Vincenzo Napolillo
Nella seconda edizione dell’opera di Fabrizio Castiglione Morelli (1713), De Patricia Consentina Nobilitate, Francesco Zicari premette che essa è stata condotta «con ottimo metodo, diligente scrittura ed elegante sermone latino». In essa sono messi in risalto i meriti degli uomini illustri, le loro imprese in tempo di guerra e di pace, i titoli nobiliari e gli stemmi gentilizi di famiglie viventi ed estinte, per significare che Cosenza per antichità e virtù non può portare invidia alle altre città italiane. Questo il testo esplicativo: «Cosenza, città nobilissima, dotata di ogni ricchezza dall’ottima madre natura, è nello stesso tempo veramente antichissima, giacché trasse origine da molti secoli, come affermano Eustachio e il nostro compatrizio Giovanni Paolo Parisio, che si chiama anche Parrasio, egregiamente raffinato sia nella sacra che nell’onesta letteratura. Egli infatti dall’aggressione del tempo vendicò l’antichità di questa città, e spesso dichiarò che fu fondata da Brezio, figlio di Ercole e di Balezia, come su ciò ciascuno può constatare nel Tesoro critico di Giano Grutero (T. 1, Epist. 37): I Lucani e Brentii (con la n) o Brettii (con il raddoppio della consonante t) arrivano fino a Leucopetra; e più sotto: I Lucani derivarono il nome da un certo Lucio e i Brettii presero il nome dal figlio di Ercole. E questo indicano anche le monete antiche, che da una faccia portano Ierot ton (sacro) e dall’altra Brettion. In verità, quali e quante furono la potenza e le dignità dei Brettii non saranno sminuite dall’argomento che ad Alessandro il Macedone fu mandata fino agli estremi confini dell’Asia in loro nome una legazione, come ci insegnò Ariano.
D’altronde, è sufficiente dire dei Brezi solamente che Cosenza, la loro madre e capitale, sempre è esistita, la cui preclara e ugualmente antica nobiltà si distingue facilmente dalla statua di Giulio Agrio eretta a Roma per la gloria d’un tanto uomo; nella parte superiore, infatti, benché l’iscrizione non sia integra, si leggono tuttavia queste parole: Julio Agrio Tarrutenio U. C. et in L. Nobilitate, Justitia, Clementia Conspicuo, et a primo aetatis flore, probato, Quaest. Candidato pro Consuli Siciliae, pro Cons. Orient. Legato amplissimi Ordinis Ter. Urbi Judicii. Sacrarum cognitio. Iterum ab egregia ejus in Sena. Quod illis summus in cujus loc. Per annos triginta sententia vetustate praelucet, eique ea honesta, seu iusta Consen. Nobilissimus Ordo Consentinus. Statuam merita ejus perpetua aetate primus agens cum suis. Così Gabriele Barrio in De antiquitate et situ Calabriae (lib. 2 fol. 111).
Inoltre, dopo che fu costituito al di qua del Faro il Regno della Sicilia, non solo fu collocata fra le principali città, ma subito dopo Napoli viene Cosenza per prima nelle pubbliche assemblee, come meravigliosamente dice anche Gian Domenico Tassone giureconsulto napoletano sopra le Pragm. de Antefato (vers. 14 obs. I).
Fatta poi la divisione del Regno tra Ferdinando il Cattolico e Ludovico XII re dei Francesi di quella parte del Regno che toccò a Ferdinando Cosenza fu capitale: così Giovan Battista Cantalicio nella storia della guerra in Italia fatta da Ferdinando di Aylar di Cordova lib. II: ora però è non spiacevole sede dei duchi di Calabria primogeniti dei Regnanti; infatti si eleva per fulgido patrimonio di nobili famiglie, delle quali la parte più potente, quella dei patrizi, dato che presiede alla magistratura della città, è chiamata del Sedile, né mancano moltissime altre famiglie che sebbene non siano del sedile, né godano di nome patrizio, sono però congiunte in matrimonio coi patrizi nostri e napoletani.
Inoltre in questo nostro ceto di nobili sono, nell’uno e nell’altro, principi, duchi, alcuni marchesi, parecchi signori, detti baroni, che quanto siano di ornamento alla nostra città non c’è chi non rettamente conosca e quanto di gloria e decoro abbiano per la progenie le proprie insegne di nobiltà, come gli ordini militari di San Girolamo, di San Giacomo, di Calatrava e di tanti altri, che massimamente fanno da ornamento al sangue.
Sono parimenti abbastanza famosi per raffinatezza alcuni cittadini, che per antichissimo comportamento, da loro integerrimamente conservato e felicemente protratto finora non senza gloria, si astengono da ogni umile e vile attività, e per seguire l’indole dei loro antenati e l’impegno sono stati insigniti di laurea nell’uno e nell’altro diritto; e ciò che è più importante è che molti di loro dominano in molti castelli.
Orbene, affinché mostri verso la patria e parimenti verso i miei concittadini un qualche segno del mio amore, quelle pochissime cose che ho raccolte qua e là da antiche testimonianze, non solo delle famiglie patrizie ancora viventi, ho intenzione di scrivere in latino e se non in latino senza inganno e falsità e, per non cadere nell’indignazione piuttosto che captare la benevolenza delle famiglie, delle quali sto per dire, procederò in ordine rigorosamente alfabetico, in modo che nessuno possa usurpare il primato col quale (i nobili) sono chiamati nel seggio ai pubblici comizi».
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