I.T.C. "G. Pezzullo"  Cosenza  scuola.gif Didattica 

IL PITTORE EUGENIO CENISIO

di Vincenzo Napolillo 

Eugenio Cenisio è stato uno dei più coerenti artisti calabresi del Novecento, per avere raggiunto, con particolare chiarezza e valutazione critica, un linguaggio sensibile e maturo, sondando le proprie capacità di semplicità narrativa, priva di retorica e ricca di energia comunicativa, e nutrendo la certezza che l’oggetto più profondo del cuore non è l’illusione della vita, ma l’impegno profuso in essa, a cominciare dall’ambito familiare. Pittore fecondo e versatile di Rose (Cs), morto a 70 anni nel 1993, compì i suoi studi accademici a Napoli e si diede all’insegnamento pubblico del disegno. Non mancò di esercitare la libera attività artistica, eseguendo molteplici disegni e opere di valore, radicati soprattutto nella tradizione dell’arte paesaggistica e religiosa, usando colori di maggiore naturalezza ed estensivamente la tecnica dell’acquerello. I colori della sua tavolozza sono stati come i versi nella poesia, cioè un dono di grazia per potere dare emozioni ed elementi di riflessione allo spettatore.

Cenisio s’era concentrato sull’essenziale, raggiungendo un alto livello tecnico e nei modi di rappresentare il paesaggio mediterraneo, intonato a colori splendenti e caldi. Nelle sue opere la bellezza non sta nel frastuono di svariati colori, ma nella semplicità e nell’armonia dei toni. Egli era il coloritore piacevole e risentito, mai distaccato e tetro nel variare delle tematiche e dei soggetti. Rapido nell’esecuzione e lucido nell’espressione, passava il suo tempo migliore insegnando e dipingendo, facendosi, per così dire, dente d’una ruota, che lo spingeva con perenne movimento verso il sicuro trionfo. È encomiabile l’iniziativa portata a lieto fine dalla dirigente dell’istituto comprensivo di Rose, dott.ssa Rosalba Ramundo, e sostenuta dai Sindaci dott. Mario Bria e Stefano Leone e dalle loro amministrazioni comunali di ieri e di oggi, di dedicare a Eugenio Cenisio la scuola elementare di Rose centro. Onore al merito, dunque, e un riconoscimento solenne all’artista di Rose, che ha amato la sua terra e l’ha resa famosa oltre i confini della Calabria. Infatti, la sua terra gli metteva a disposizione, con il circolare fiorire di affetti, di sentimenti, di meditazioni, di visioni, di suoni e silenzi, lo stupore di sentirsi e riscoprirsi vivente ad ogni alba, ad ogni tramonto, col sole, con la luna, col cielo stellato, ad ogni vicolo o in piazza Gaetano Argento. Il discorso pittorico assumeva, perciò, le tinte ora della passione, ora dell’evocazione, ora della speranza. Rose è stata la voce del suo amore, oltre che l’eco della sua pittura rifranta per il mondo.

Nelle tele di Cenisio è ravvisabile l’interesse dominante per il paesaggio, oltre che per la figura della donna, intriso di pennellate calde e ricche di bellezza e di vitalità. Egli era completamente assorbito dalla necessità di rappresentare il suo paese, con gli usi, coi costumi e coi problemi antichi e nuovi, dando alla visione impressionistica, fatta di sapiente gioco di luci e colori, il sostegno della conoscenza diretta e puntuale. L’artista scartava la rifinitura esteriore e lasciava il margine alla fantasia dello spettatore, senza irritarlo con linee tragiche e senza portarlo sulla facile strada dell’evasività. Cenisio ha dato evidenza al realismo, allontanando dai quadri i toni enfatici, per dedicarsi alla rappresentazione di soggetti più accetti al gusto popolare. Nel dipingere il mondo contadino non cercava il verismo esteriore o d’effetto, né aveva intenzioni patetiche, ma evocava paesaggi e modi di vivere guardati con gli occhi di chi aveva intensamente sofferto e superato molteplici ostacoli e avversità, e con immancabile e spiccata simpatia, perché vi trovava presenze familiari e sentimenti di solidarietà, che erano messi in crisi o stavano scomparendo sotto i colpi del consumismo.

Insorgeva contro le mistificazioni della storia e intendeva la speranza come recupero di tutti i valori umani e civili. Sperava dipingendo e dipingeva per quietare il pessimismo; sperava di sconfiggere il dolore e debellare un’amarezza. Cercava la pace interiore nel conforto della religione cristiana. Cenisio eccelleva nell’arte sacra, rivelandosi squisito decoratore e abile restauratore. I giovani studenti dovrebbero visitare le chiese di Borgo Partenope, di Malito, di Aprigliano-Vico, di San Francesco di Paola di Cosenza (dove la vetrata policroma rappresenta il miracolo del "Passaggio dello stretto di Messina sul mantello", di Celico, di Sant’Agata d’Esaro, di Pizzo, di Mangone, di Rose, di Cairano (in provincia di Avellino) e di altri paesi (menzionati dal critico Campisano), per rendersi conto che egli ha raggiunto risultati altamente originali, anche se non radicalmente innovativi, riuscendo a conciliare le nuove esigenze imposte all’arte con il suo antico fine religioso, ad accordare il naturale col soprannaturale, a mettere le fede in sintonia coi battiti del cuore e del pensiero. Ha eseguito scene, ha illustrato libri, ha realizzato ritratti di Santi sempre più sobri, più sintetici, meno dispersi nei particolari. Si veda la "Processione", che a Rose si svolge il Sabato Santo: colpisce, nel quadro (fatto a spatola su tela), il sentimento dei fedeli in preghiera, che non ha la teatralità della pittura barocca, ma la naturale vivezza d’un aspetto essenziale dell’anima popolare.

Eugenio Cenisio dipingeva ritratti rassomiglianti (della moglie, delle figlie, delle lavoratrici) e vedeva preferibilmente le figure umane di profilo e di spalle. Faceva di tutto, lavorando di buona lena, per fare apparire i suoi personaggi reali e tangibili, fuori dal desolato "Grido" di Munch e dal senso tragico della letteratura di Ibsen e Strindberg. I suoi personaggi erano gli umili gettati nel mezzo della quotidiana lotta per l’esistenza; non erano i vinti di Verga, né gli inetti di Svevo, ma gli uomini sorretti dalla voglia e dalle energie di partecipare al cambiamento e al progresso sociale e civile. Eugenio Cenisio sarà ricordato non solo per avere battuto una via tutta sua, autentica e piena di momenti e battiti umani e corali, ma perché ha dato importanza al territorio, alla sua gente, alla cultura viva e alla vita operosa, e perché ha colto, con la sua arte, il ritmo d’una inderogabile modificazione della condizione umana.

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