I.T.C. "G. Pezzullo"  Cosenza  scuola.gif Didattica 

GRANDI PROCESSI ED EDUCAZIONE ALLA LEGALITA'

di Vincenzo Napolillo 

Il Centro di Ricerca e di Documentazione dell’Università della Calabria lavora a pieno ritmo. Fra i tanti fatti ed eventi criminosi Silvana Palazzo sceglie di trattare, con capacità d’analisi e con metodologia scientifica, dieci processi, che sono emblematici per svelare le oscure e complesse cause che spinsero all’azione criminosa. Il suo libro "Grandi processi" (Ed. Periferia) contiene storie di briganti, malviventi, killer e pratiche di cannibalismo e d’efferate stragi. L’analisi dei crimini parte ovviamente dall’individuo, ma s’allarga alla società e serve, come ha precisato il noto penalista Ernesto d’Ippolito, "a scrutare il mondo e a postularne il progresso".

La prof.ssa Palazzo legge gli atti processuali e le sentenze emesse dai giudici, per mettere in luce i disagi e le patologie che "il crimine cela", come evidenzia il prof. Giuseppe De Bartolo.

Sono dieci le storie di criminalità, tenutesi in più di un secolo di vita giudiziaria italiana, che non servono affatto a suscitare morbosità, che talora ricercano e mettono in risalto i mass media, specialmente in questi giorni in cui Cosenza è alla ribalta della cronaca nazionale, ma servono a capire "chi siamo e come eravamo".

S’incomincia dai picciotti della Sicilia, agitata da localismi e scossa dal fallimento della spedizione garibaldina dell’estate 1862. L’anno dopo, si tenne il processo ai "pugnalatori" di Palermo, conclusosi con otto ergastoli e tre condanne a morte, eseguite a mezzo di decapitazione, ai Quattro Venti (il cortile del carcere dell’Ucciardone); si capì, chiaramente, che il governo piemontese con quelle dure condanne aveva bisogno di protrarre l’azione di repressione.

Pagine magistrali, dal punto di vista storiografico, scrisse Gaetano Cingari sul brigante Musolino, nato a Santo Stefano d’Aspromonte, nelle quali fece vedere che Musolino fu condannato in base a una serie di false testimonianze e che si vendicò riuscendo a evadere dal carcere nel 1899, uccidendo sette dei suoi accusatori. Catturato nell’Urbinate, fu processato a Lucca. Silvana Palazzo aggiunge, con linguaggio piano, paratattico, e con argomentazione inoppugnabile, che l’imputato fu assunto come "cavia", per un dibattito "scientifico", svoltosi per sostenere la teoria postitivistica di Cesare Lombroso, secondo la quale Musolino rappresentava "un che di mezzo tra il criminaloide e il criminale nato". C’è da fare un’amara riflessione sul caso Musolino: i giurati gli negarono l’infermità mentale, mentre nel 1946 il brigante calabrese fu graziato per avere dato segni, dopo più di 40 anni di carcere, di squilibrio mentale.

Nel processo "Migranti", la giustizia diventa un punto interrogativo, una tela di ragno che cattura i moscerini e lascia liberi i mosconi, cioè i ricchi. D’altronde, la traslazione del processo Russo Calagero può rivelare il ruolo dell’ambiente sociale giocato nella bellissima Sicilia, dove gli omicidi si compivano (e, purtroppo, ancora si possono compiere) per "livori di parte o per odi politici".

Segue il processo a carico di Vincenzo Reda di Carolei, che si protestò innocente della morte di Giuseppe Perri, contadino del proprietario terriero Antonio Quintieri, ma fu condannato ugualmente all’ergastolo per le false testimonianze di corrotti, di donne di malaffare e di corruttori.

Il processo in Assise contro "Za Peppa" e i suoi accoliti fu il primo evento di cronaca giudiziaria del XX secolo (1903). Si scoprono, dalla lettura degli atti, i luoghi abituali dei camorristi in Cosenza: Vallone di Rovito, Vallone di Rovella, San Vito, La Riforma, Panebianco. La malavita cosentina fu importata dagli operai dell’impresa ferroviaria Aletti e si consolidò col trasloco da Reggio Calabria dei detenuti "successivo al terremoto del 1908".

Nella categoria dei crimini di guerra s’inseriscono quelli di Pietro Caruso, presentato dalla difesa come un manichino in mano dei tedeschi, e di Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma, che riuscì a evadere dal carcere a vita, dimostrando così che "non sempre la giustizia riesce a fare il proprio corso".

Era originaria di Montella (Av) la saponificatrice Leonarda Cianciulli, morta poi in manicomio. Il giudice Leonetti diceva ai nipotini, nei suoi frequenti rientri a Cosenza, le ragioni della crudeltà umana, che affonda le radici "negli abissi dell’inconscio, nell’inferno della propria coscienza. Né il diritto, né la psichiatria avrebbero potuto diagnosticarle con certezza".

Nel "processo dei processi" di Catanzaro, fu assolta la maggior parte dei "mammasantissima"; e l’idea che la mafia, nel clima della contestazione del ’68, era diventata "inoffensiva" s’identificò, poi, con un’illusione di breve durata.

Dopo il crimine commesso da Vincenzo Teti, detto lo squartatore, si ritorna a Palermo, per il processo del XX secolo contro la mafia, di cui restano 40 volumi, 8.000 pagine, "un documento giudiziario di portata straordinaria".

Silvana Palazzo riconosce, col suo interessante libro sui "Grandi processi", che il fenomeno criminoso è dovuto sia a fattori biologici sia a fattori sociologici. La sua conclusione mira a educare alla legalità, senza cadere nel trionfalismo, dicendo che una grossa battaglia contro la mafia "è stata finalmente vinta, non ancora la guerra". L’autrice sottolinea, pertanto, che non sono produttive le dispute dottrinarie sulla criminologia, che alcuni considerano una disciplina a sé stante ed altri soltanto un insieme di nozioni sociologiche, biologiche e giuridiche. La prof.ssa Palazzo pone in primo piano, come ha dimostrato in altri suoi libri, l’educazione alla legalità, intesa come osservanza delle leggi ed esercizio di diritti e doveri nei modi e nelle forme stabiliti dalle norme giuridiche, attribuendo il delitto a elementi diversi, che sono influenzati da non poche, ma da "infinite" combinazioni.

 

 

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