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150° anniversario dell’Unità d’Italia

GARIBALDI AVVENTURIERO DELLA LIBERTA' E L’UNITA' D’ITALIA

di Vincenzo Napolillo 

Giuseppe Garibaldi, protagonista dell'Unità d'Italia, insieme con Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele II, dominò l’epopea del Risorgimento italiano. Il Nizzardo incarnò, infatti, l'eroe popolare, che nel presente si vorrebbe disarcionare nelle pubbliche piazze, dove la storia gli ha innalzato non pochi monumenti, e farlo passare alla stregua di un impostore. Garibaldi, uomo tra storia e mito, ebbe sublimi ardimenti, indomito spirito di sacrificio, grande amore di libertà. Non a caso è stato definito «l’avventuriero della libertà». È necessario respingere ogni esagerazione portando documenti, argomentazioni serie e le prove che guidano alla scoperta della verità storica.
Émile Barrault, docente di retorica, ha scritto lapidariamente: “Un uomo che, facendosi cosmopolita, adotta l’umanità come Patria e va ad offrire la spada e il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia è più di un soldato: è un eroe”.

Il mio libro, intitolato Garibaldi e l'Unità d'Italia, è in forte contrasto con l'ondata di retorica e con gli smaniosi revisionismi, i quali non tengono conto che l'Unità d'Italia fu un evento positivo, rivoluzionario, e come tale fu vissuto dai contemporanei, soprattutto dai giovani, sia in Italia che in Europa. Alla tesi della conquista regia del Sud si oppone quella della conquista di civiltà moderna.

Non bisogna tralasciare di considerare che a metà Ottocento il Meridione non era un paese ricco, anche se le arance fiorivano "sopra bruno fogliame", come aveva scritto Goethe. Pasquale Villani osservò, con dati attendibili alla mano, che la popolazione del Regno di Napoli era, nel 1811, «per il 90 per cento povera e indigente ai livelli minimi di sussistenza». La popolazione si divideva, come nel Medioevo, in galantuomini e plebe analfabeta.

Nel 1853 la produzione di seta greggia nel Regno delle Due Sicilie era di Kg. 1,3 milioni contro 4,4 milioni nel Lombardo-Veneto.
Nel 1860, nel Regno delle Due Sicilie v’erano appena Km. 127 di strada ferrata contro Km. 802 del Regno di Sardegna e contro Km. 469 del Veneto. Le strade rotabili del Sud coprivano Km. 15.000 contro Km. 67.000 di quelle del Nord.

C’erano, nel Meridione, zone industriali intorno a Napoli (Poggioreale), gli stabilimenti della Valle dell’Irno presso Salerno e del Liri; le piccole industrie alimentari e tessili non godevano, però, di larghi interventi statali.
Pietrarsa era un complesso produttivo con più di mille operai, ma tecnologicamente arretrato. I lavoratori nelle ferriere della Mongiana, come avvertì Giuseppe Maria Galanti nel «Giornale di viaggio nelle Calabrie» (1792), avevano vita corta: “morivano ordinariamente o ciechi o paralitici circa i 40 anni”. I lanifici e cotonifici di San Leucio del Sannio producevano soltanto per il mercato interno. Mancavano gli opifici moderni, e ciò perché non c’erano capitali, faceva difetto l’iniziativa individuale, scarseggiavano le strade rotabili e le ferrovie.

Non furono le industrie del Piemonte e della Lombardia a rovinare, con la loro concorrenza, le industrie del Meridione e del resto d’Italia. L'industria settentrionale era, fin dal 1861, “debole”, di proporzioni assai modeste, limitata soltanto a pochi rami. Non costituì per il Mezzogiorno d’Italia una "concorrente così temibile", per dirla con l'economista Gino Luzzatto.
L'Italia unita ma non completamente (mancavano le province del Veneto e il Lazio con Roma), si presentò, nel 1861, come un Paese "sottosviluppato" rispetto agli altri Stati d'Europa e tuttavia, come dichiarò Giustino Fortunato, senza l’Unità d’Italia il Mezzogiorno sarebbe diventato «un paese balcanico».

I problemi più ardui riguardavano: il debito pubblico dei vari Stati unificati, che ammontava a più di due miliardi; il pagamento delle spese fatte per la seconda guerra d'indipendenza; la costruzione della rete ferroviaria, dove successivamente fu preponderante l'apporto dei capitali stranieri. Avvenne, innegabilmente, un “drenaggio” di capitali dal Sud verso il Nord Italia e, per giunta, l’approvazione dei nuovi codici di leggi e del nuovo ordinamento amministrativo, avvenuta nel 1865, denotò il carattere oligarchico dello Stato liberale.

La Destra storica si trovò, col suo centralismo, a fronteggiare tre gravi questioni: veneta, romana, meridionale. Soltanto le prime due questioni furono risolte: la fine della terza guerra d'indipendenza (1866) assicurò all'Italia il Veneto (senza il Trentino e Trieste); i bersaglieri entrarono in Roma (1870), attraverso la breccia di Porta Pia, chiudendo il ciclo eroico del Risorgimento.

La politica finanziaria della Destra, sostenuta soprattutto da Quintino Sella e da Giovanni Lanza, detta della “lesina” in riferimento alla «Compagnia della Lesina» (composta da avari di cui si parla in un libro burlesco del secolo XVI), mirò al risanamento del bilancio e ci riuscì con l’economia fino all’osso.
Per combattere il fenomeno del brigantaggio meridionale il governo della Destra mandò l'esercito, che procedette a una nefanda repressione giustificata dall’applicazione della legge Pica.
La protesta armata dei contadini e insieme dell'esercito borbonico in fase di scioglimento, alimentata dalla propaganda di Francesco II di Borbone e da quella dei clericali contro "l'invasore", durò quattro anni fino all'eliminazione del brigantaggio. Fu una guerra atroce, combattuta senza la finalità di un profondo rinnovamento della vita sociale. Si commisero nefandezze da ambedue le parti in conflitto armato, ma la "normalizzazione" non fu altro che efferata repressione.
Non occorre, tuttavia, allinearsi con le letture secessioniste, né con i rivendicazionismi postdatati, riluttanti persino a parlare di eroi risorgimentali e tendenti a mettere in discussione il fatto inoppugnabile che il raggiungimento dell'Unità d'Italia fu un evento complesso e costituisce un valore per tutti. La scrittrice George Sand vide in Garibaldi qualcosa di misterioso che faceva pensare e Benedetto Croce diceva che, pur con i suoi difetti, Garibaldi rimaneva sempre Garibaldi.

In questo quadro storico, è banale la celebrazione della dinastia borbonica, che non badò a coltivare le simpatie dell'Europa liberale e crollò per insipienza politica e per incredibile inettitudine dei vecchi generali borbonici mandati a combattere contro le camicie rosse. L’impresa dei Mille non trova riscontro nella storia se non nei 300 di Leonida, che però morirono gloriosamente ma senza trionfare.

La Destra, dopo aver raggiunto il pareggio del bilancio dello Stato, consegnò il potere alla Sinistra storica (1876). Questa avviò il programma di riforme enunciate da Depretis agli elettori del collegio di Stradella: allargamento del diritto di voto, obbligatorietà dell'istruzione elementare, abolizione della tassa sul macinato. La Sinistra varò importanti riforme. Strinse con Austria e Prussia la Triplice Alleanza, in funzione essenzialmente antifrancese. Lasciò la guida del governo per l'insuccesso della politica “coloniale” di Crispi e di quella “autoritaria” di Antonio Di Rudinì.

Verso la fine dell'Ottocento iniziò in Italia il decollo industriale e si attuò, nell'età di Giolitti, una politica "liberaldemocratica" volta a evitare i conflitti sindacali, a favorire la crescita economica del Paese, a migliorare i rapporti tra Stato e Chiesa.

Migliaia di meridionali sfruttati dai latifondisti furono costretti ad emigrare dal peso degli interessi del blocco "agrario-industriale". Ai “briganti” si sostituirono gli “emigranti”. La rivoluzione politica auspicata da Antonio Gramsci si tramutò in “rivoluzione silenziosa”.

Il Novecento è stato il secolo "breve", straordinariamente difficile, l'era dei grandi cataclismi, ma anche ricca di cambiamenti e di scoperte.

La prima guerra mondiale si concluse con la vittoria "mutilata" per l'Italia; il secondo conflitto mondiale, combattuto in nome della libertà e della democrazia, si chiuse con 50 milioni di morti e milioni di dispersi e feriti.
La vittoria della Repubblica (il Mezzogiorno d'Italia votò per la monarchia) concluse definitivamente la Resistenza, che viene considerata da molti storici un “secondo Risorgimento”.

La scena meridionalistica degli anni Cinquanta del secolo XX fu dominata dagli emigranti nelle città del Nord d'Italia e in quelle d'Europa e dalla nuova generazione di meridionalisti che aspiravano alla fondazione di un "Mezzogiorno cittadino".
Il governo della Repubblica, per andare incontro alle esigenze dei contadini dell'Italia centro-meridionale, attuò una “riforma agraria” (1950), che non ebbe il successo desiderato: non tanto a causa di Fausto Gullo che la propose, quanto “delle forze conservatrici". Anche la “riforma della sanità” (1978) non diede i risultati sperati: l'assistenza medica garantita a tutti gli Italiani si è rivelata costosa e poco efficiente

La strada finora percorsa dai vari governi è stata difficoltosa: la questione meridionale rimane irrisolta e il clima politico della Repubblica italiana appare piuttosto desolante e deplorevole. Manca un'élite veramente democratica, selezionata secondo la qualità e il criterio della cultura.

C’è una precisazione semantica da fare sui termini Nazione e Stato. La Nazione è l’insieme di persone che condividono lingua, origini, costumi, tradizioni, cultura. Stato è l’organizzazione politica, giuridica e sociale della comunità di persone, il territorio in cui esse abitano, la sovranità autonoma rispetto a ogni potere esterno. Gli elementi costitutivi di uno Stato sono perciò: popolazione, territorio, sovranità.

La crisi economica, seguita dal terremoto dell'Abruzzo (aprile 2009), e i provincialismi "in chiave revisionista" non devono rallentare o impedire la cementazione dell’identità nazionale. A 150 anni dalla nascita della Nazione italiana è vero e senza enfasi quello che scrive Aldo Cazzullo gridando Viva l’Italia: «Il Sud è spesso sentito al Nord, e non solo dai leghisti, come una palla al piede; e in effetti di risorse ne ha inghiottite parecchie. Il Sud spesso si sente impoverito e sfruttato dal Nord; e in effetti senza il lavoro degli operai meridionali l’industria padana non sarebbe la stessa. La verità è che il Nord, senza il Sud, sarebbe deprivato di senso (e viceversa, s’intende)».

È l'era della democrazia, della globalizzazione, dell'informatica, degli scambi di informazioni multimediali. La televisione ci ripete, quasi morbosamente, grame miserie della quotidianità, episodi d'intollerabile violenza, mostruosi delitti. Nell’opinione pubblica si va intanto facendo strada la consapevolezza di una rigenerazione della vita politica e morale. L'Italia rimane, nonostante la crisi economica e l’enorme debito pubblico, una potenza industriale nel mondo. Si rendono necessari, per mantenere tale posizione, un connubio tra economia e morale, un rilancio della produttività e della giustizia, una consistente lotta alla corruzione e all'illegalità, senza obliare il carattere positivo dell'esistenza dello Stato nazionale.
Agitare obsolete e faziose discussioni facendo ricorso a falsità storiche e a nocive contrapposizioni politiche non serve alla civile concordia, né a stringere più forti legami con le prospettive di civiltà e di sviluppo dell'Italia unita e dell'Europa.

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