| I.T.C. "G. Pezzullo" Cosenza | Didattica |
Lo scienziato Gino Fornaciari, del Dipartimento di Oncologia dell'Università di Pisa, ha aperto, il 4 novembre 1998, assieme all'assistente tecnico Gambini, il sarcofago di Enrico VII di Svevia, morto in carcere, il 10 Febbraio 1242, a Martirano (CS), in Calabria, perché vi fu rinchiuso come ribelle al padre imperatore Federico II.Ritorna alla pagina di Vincenzo Napolillo
Nessun giallo colora i resti mortali di Enrico VII di Svevia, deposti dentro il sarcofago tardo - antico, nel Duomo di Cosenza, che fu inaugurato 20 anni prima, alla presenza dello stesso imperatore svevo.
Enrico VII divenne re di Sicilia all'età di un anno, sotto la reggenza della madre Costanza d'Aragona.
Nel 1220, egli fu proclamato re di Germania dal padre, al quale egli si ribellò nel 1234.
Sconfitto, ottenne dal padre imperatore salva la vita. Perché gliela avrebbe dovuto togliere successivamente? È il mistero - ironizza il giornalista Paride Leporace - dei "curiosi" di storia cosentina.
Sulla fronte del sarcofago è raffigurata la caccia di Meleagro al cinghiale calidonio. E' un tema iconografico ricorrente nell'arte sacra medioevale: un altro sarcofago del III secolo d. C., riadattato per il Duca Guglielmo, principe di Salerno e nipote di Roberto il Guiscardo, si trova nell'atrio del Duomo di Salerno. Ha, sulla fronte principale, la stessa figurazione del mito di Meleagro con la caccia al cinghiale calidonio.
E' chiaro il significato allegorico: il cinghiale devasta la vigna del Signore, ma è vinto dal prode guerriero. Infatti, sui due brevi lati del sarcofago cosentino il particolare decorativo del grifone alato è impiegato, come nella mitologia classica, a difendere i tesori.
Nel Purgatorio di Dante, dove è nominato anche l'arcivescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli, che infierì contro le ossa di Manfredi, morto nel 1266, a "co del ponte presso Benevento" (Pg. III), figlio di Federico II, il grifone è simbolo della doppia natura umana e divina di Cristo (Pg. XXIX).
Il sarcofago cosentino - di lunghezza m. 2,11, di larghezza cm. 70 e di altezza cm. 57 - fu aperto nel 1576 da Mons. Andrea Matteo Acquaviva, arcivescovo di Cosenza, che depositò in sagrestia la cassa con le ossa depositate di Enrico VII detto lo Zoppo, avvolto in un panno di seta, "di colore leonato e tessuto d'oro".
Non se ne fece più parola, anche perché le disposizioni del Concilio di Trento avevano vietato la sepoltura di laici nelle chiese cattoliche.
Nel 1934, è venuto alla luce, dal sotterraneo del pavimento del Duomo di Cosenza, il sepolcro con lo scheletro incompleto e coperto da uno strato di terriccio di alcuni centimetri.
Le ossa "disturbate" dovrebbero ricomporre lo scheletro d'un uomo di 31 anni, con la rotula del ginocchio destro irregolare.
L'importanza dell'analisi del DNA di Federico II, sepolto nel Duomo di Palermo, sotto un baldacchino, a differenza del sepolcro cosentino del figlio Enrico VII, privo peraltro di lastra lapidea come coperchio, ci darà la soluzione dell'enigma della morte (avvenuta per dissenteria o per avvelenamento?) dell'imperatore svevo nel Castello Fiorentino di Puglia, che si diceva, nelle Carte antiche, Fiorenzuola.
Ma ci dirà anche, con precisione scientifica, se il DNA dei resti nel sarcofago cosentino sono quelli di Enrico VII di Svevia, che l'imperatore pianse morto nel Duomo di Cosenza.
Da quel giorno, "ansia e affanno" diventarono i fedeli compagni della vita di Federico II, appellato "stupore del mondo".
L'indagine definitiva, affidata al prof. Fornaciari, che ha analizzato, con grande autorevolezza, i resti di Matilde di Canossa e del papa Gregorio VII, che riposa nel Duomo di Salerno, potrà dirci la malattia infausta che colpì Enrico VII di Svevia, scagionando, per sempre, il padre dall'orribile sospetto di avere comandato l'uccisione del figlio e confermando le fonti di Riccardo di San Germano, di Salimbene da Parma, dell'Anonimo francescano-gioachimita dell'Umbria. Questi cronisti sincroni sostengono, infatti, la tesi della morte naturale e non quella del suicidio e, comunque, sono contro la tesi della morte violenta.
La proposizione latina "cadens infirmatus obiit", cioè cadendo ammalato morì, è stata risibilmente tradotta: Cadde da cavallo e si suicidò.
In una lettera dettata a Pier delle Vigne, l'imperatore Federico II versa un sincero "profluvio di lacrime" per la morte del figlio primogenito Enrico VII di Svevia.
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