| I.T.C. "G. Pezzullo" Cosenza | Didattica |
BACICCIO FRA I GRANDI DEL BAROCCO
MOSTRA A PALAZZO CHIGI DI ARICCIA
di Vincenzo Napolillo
![]()
È tornato al suo splendore il dipinto su tela Pasce oves meas («Pasci le mie pecore») di Giovan Battista Gaulli, noto col soprannome di Baciccio (Genova 1639-Roma 1709). È stato presentato in prima assoluta a Cosenza, nella sala delle udienze di palazzo Arnone, venerdì 12 marzo 2004.
Il grande quadro (cm. 251 x cm.217), ereditato dalla famiglia Gaulli, prima da Giulio e poi da sua figlia Marianna, ebbe la valutazione di 300 scudi. Il bozzetto del dipinto è stato segnalato da Giorgio Leone. Nel 1776 si persero le tracce del gigantesco quadro. Portato a Vibo Valenzia, fu custodito, per circa duecento anni, nel palazzo della nobile famiglia Di Francia, sito nel viale Regina Margherita. È stato acquistato dalla sovrintendenza per 250 mila euro e restaurato per circa 6 mila euro, come ha dichiatato Tecla Fucilla, che ha potuto leggere, mediante sofisticate analisi quali l’ultravioletto e la riflettologia a raggi infrarossi, i «numerosi pentimenti» dell’artista in ordine alle figure umane. Infatti, il Baciccio, contemporaneo di Andrea Pozzo e autorevole membro dell’Accademia di San Luca, nell’enorme affresco (1707) sulla volta centrale della basilica romana dei Santi Apostoli, perse la sua audacia, anche se conferì rilevanti influssi al suo allievo e collaboratore Giovanni Odazzi per affrescare la volta del presbiterio nel 1709.
L’artista genovese si formò nella sua città, impregnata di arte fiamminga, studiando le opere del raffaellesco Pierin del Vaga, di Rubens, di Van Dick, di Federico Barocci, di Giulio Cesare Procaccini, di Bernardo Strozzi.
Nel 1657, si recò a Roma, dove incontrò il favore dell’aristocrazia ecclesiastica e laica e operò fino alla morte. Oscillò, negli affreschi di Santa Maria al Collegio Romano, dal barocco al classicismo. A Parma conobbe le anticipazioni barocche del Correggio. Nel 1679 fu chiamato a decorare la chiesa del Gesù, a Roma, ad unica navata con cappelle laterali e con la cupola emisferica del Vignola. Questi iniziò, secondo le idee di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, i lavori nel 1568.
I gesuiti vennero poi accusati dai giansenisti di lassismo. Il Baciccia li difese dipingendo, nella volta della chiesa, lo spettacolare Trionfo del Santissimo Nome di Gesù, definito da Sara De Santis, «mirabile esempio dell’illusionismo prospettico tipico del Barocco», arricchito dalla cornice in stucco dorato, eseguita da Antonio Raggi (Vico Marcote, Canton Ticino, 1624-Roma 1686), detto il Lombardo, allievo dell’Algardi e del Bernini, col quale collaborò ai lavori della fontana di Piazza Navona e si distinse per il Noli me tangere (Roma, chiesa dei Santi Domenico e Sisto).
Baciccia eseguì numerosi ritratti per papi e cardinali: quello per Clemente IX Rospigliosi ha lo stesso aspetto teatrale e aristocratico del quadro dipinto da Carlo Maratta (Città del Vaticano), che tolse, dopo il 1670, il dominio in Roma alla tendenza barocca del Gaulli.
L’importante opera del Baciccio Pasce oves meas, espressione della pittura della Controriforma, prende forza da vari influssi, specialmente correggeschi e berniniani, tanto che Baciccio è stato appellato il «Bernini pittore» dal critico spagnolo Munoz. Egli narra l’apparizione di Cristo risorto, come si evince dalle piaghe aperte dai chiodi e dalla zona del corpo che lascia allo scoperto la ferita al costato, e il «primato di Pietro».
L’aspetto di Gesù, splendente di santità e di luce, è «come fulgore e la sua veste come neve» (Matteo, 28). Il Signore mostra le pecore, simbolo delle anime dei fedeli, a Simon Pietro, con veste azzurra e manto arancione, che ha le chiavi della chiesa ai suoi piedi ignudi. Gli Apostoli, pieni di timore e smarrimento, ascoltano le ultime istruzioni sulla missione apostolica, che comincia da Gerusalemme. Erano dodici, ma Bacicccio raffigura soltanto undici Apostoli, per il motivo che Giuda Iscariote aveva tradito Gesù il Nazareno (il Rabbi) per trenta monete d’argento ed era andato «a impiccarsi» (Matteo 27,3).
Dietro di loro è il lago di Tiberiade, conosciuto anche col nome di mare di Galilea, dipinto con qualche suggestione paesaggistica di Gaspard Dughet, discepolo e poi cognato del Poussin. L’artista Baciccio, con maturità di stile e brillante stesura cromatica, aggiunge alla movimentata ed elegante composizione di Pasce oves meas felice espressività dei personaggi e lussureggiante ambientazione paesistica.
Ritorna alla pagina di Vincenzo Napolillo
scrivi a Vincenzo Napolillo