home page di Costituzione e Repubblica

Costituzione e sistema politico in Italia












(Seminario sul tema "Costituzione e Repubblica" - aprile/ottobre 1997)

Costituzione e sistema politico in Italia.
Una lezione introduttiva

Leonardo Morlino, UniversitÓ di Firenze

il testo della relazione pu˛ essere trasferito su personal computer
in formato .DOC (file rel06.doc - 49 Kb) o in formato .RTF (file rel06.rtf - 32 Kb)
percorso didattico
       
bibliografia




Il modello originario alla prova

Alla metà degli anni quaranta, in un paese economicamente distrutto dalla guerra e con una popolazione in miseria, il problema di una ristretta, composita élite politica era come costruire una liberal-democrazia di massa. Occorreva giungere a questo risultato, innanzi tutto, superando le proprie divisioni, già evidenti all'interno dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), e al tempo stesso farlo accettare dalla grande maggioranza di quella popolazione, che aveva conosciuto venti anni di fascismo, ed ora era affascinata dalle promesse del comunismo o da altre dottrine assai poco liberali. La soluzione escogitata è stata un'originale democrazia consensuale, dove il consenso è facilitato da un modello costituzionale neutrale all'interno del quale possono accomodarsi tutti gli interessi, sia in modo visibile che invisibile. Che cosa significhi democrazia consensuale, modello costituzionale neutrale, accomodamento degli interessi, politica visibile e invisibile, e come tutto ciò si attagli al caso italiano fino all'inizio degli anni novanta è l'oggetto di questa lezione.

La democrazia consensuale italiana può essere sinteticamente descritta nei suoi aspetti principali partendo dal ruolo dei partiti già all'inizio, negli anni quaranta, e successivamente. Innanzi tutto, essi sono stati assai numerosi, e comunque più di sei: il neo-fascista Movimento Sociale Italiano, la Democrazia Cristiana, il Partito Liberale, quello Repubblicano, quello Socialdemocratico, che sono i tre tradizionali partners minori della DC, il Partito Socialista, e infine il Partito Comunista; con l'aggiunta successiva della sinistra socialista (PSIUP), nata da una scissione del PSI, alla metà degli anni sessanta, dei Radicali cresciuti e diventati più rilevanti negli anni settanta, di una piccola estrema sinistra, uscita dal PCI, e che con sigle diverse rimani finne alla fine degli anni ottanta, e infine di alcune formazioni ambientaliste, inizialmente di dimensioni assai ridotte e, poi, divenute più numerose nel corso degli anni settanta e ottanta. All'interno di questo sistema partitico la DC ha sempre avuto una posizione preminente anche per i rapporti privilegiati che come partito di governo ha saputo stabilire con gli interessi industriali e agricoli, imprenditoriali e sindacali. Dunque, numerosi partiti e relativa ampia distanza ideologica, insieme a posizioni assai diverse sulla maggioranza dei problemi, precisano quel ruolo centrale della DC e configurano il caso più classico di 'pluralismo polarizzato', secondo la dizione di Sartori (1976).

Secondo, tali caratteristiche del sistema partitico sono basate su un numero limitato di conflitti. Tre sono le principali 'fratture' che strutturano la politica italiana di questi anni e intorno a cui partiti e politiche ruotano: la frattura socio-economica, cioè basata sulle differenze di reddito e appartenenze a diversi gruppi o classi sociali e che prende la forma prevalente di divisione tra destra, centro, e sinistra; la frattura religiosa tra laici e cattolici; le differenze circa il sostegno o l'opposizione radicale al regime democratico esistente, che in Italia e per l'estrema sinistra si sovrappone alle differenze in tema di politica estera, concernenti i rapporti con l'Unione Sovietica. I partiti strutturano questi conflitti creando spazi di competizione lungo il continuum destra-sinistra, che finisce con l'assorbire anche le posizioni pro e anti-democratiche, e al tempo stesso spazi di identificazione tra laici e cattolici che si definiscono per la loro adesioni a valori non negoziabili. Competizione ed identificazione nel contesto internazionale bipolare, proprio della Guerra Fredda, servono a sviluppare un'articolata, complessa, costosa organizzazione in partiti, che specie negli anni cinquanta sono comunità a sé stanti e separate dalle altre, e che successivamente rimane una delle caratteristiche distintive della democrazia italiana.

Terzo, i governi italiani dal 1945 in poi sono stati sostenuti da coalizioni più ampie del necessario. In questo senso, la stessa decisione di De Gasperi di formare un governo con la DC, i liberali, i repubblicani e i socialdemocratici dopo le elezioni del 1948, quando non sarebbe stato strettamente necessario, è rivelatrice. Si tratta, infatti, di una decisione che viene mantenuta negli anni: stare al governo è anche stare nel regime democratico e l'esclusione dal governo significa emarginazione dal regime. In questa prospettiva si può anche aggiungere che governi coalizionali, più ampi permettono ai leaders democristiani, innanzi tutto, di subire di meno i ricatti interni delle proprie correnti. I governi sovra-dimensionati di centro-sinistra con i socialisti, in competizione con la stessa DC, dal 1963 in poi e quelli di 'solidarietà nazionale' con i comunisti, tra il 1976 e il 1979, rientrano in questa logica di democrazia assediata che ha bisogno di coalizioni più ampie per sostenere il governo ed evitare i condizionamenti interni alla coalizione.

Quarto, l'analisi dei due sistemi elettorali per la Camera e per il Senato, vigenti fino al 1993, consente di notare sia il loro alto grado di proporzionalità, che la loro somiglianza sostanziale. Se a questo si aggiunge che le due Camere hanno gli stessi poteri, si può dedurre che il bicameralismo italiano è 'congruente', cioè la stessa base rappresentativa, e 'simmetrico', in quanto agli stessi poteri. Di conseguenza, è un bicameralismo debole: tra le due Camere non vi sono differenze apprezzabili. Fino al 1993, anche le leggi elettorali previste per le elezioni comunali, provinciali e regionali, sono proporzionali e, dunque, neutrali rispetto alle fratture e alle organizzazioni partitiche esistenti a livello di società civile. In sostanza, nel corso degli ultimi cinquanta anni il sistema elettorale nel suo complesso è stato visto come una regola del gioco che garantiva tutti gli attori. In quanto tale è stato assai difficile da modificare, anche dato l'alto numero degli attori che avrebbero dovuto concordare sui mutamenti. Questa considerazione può essere rafforzata ricordando l'ampia mobilitazione che si fu in grado di suscitare per non fare scattare la legge maggioritaria prevista nel 1953 e divenuta nota con il nome di 'legge-truffa'.

Quinto, e molto importante, lo stesso processo decisionale parlamentare presenta caratteri di neutralità simili a quelli della legge elettorale. Per le sue caratteristiche, cioè ruolo centrale di entrambe le Camere, importanza delle Commissioni parlamentari, posizione debole del governo e della maggioranza di governo nel dirigere l'attività legislativa, ma anche accentramento del processo decisionale stesso, tale processo consente ed anzi facilita l'intervento di diversi attori nella sua formulazione e, di conseguenza, per ciò stesso dà la possibilità a tutti gli interessi rilevanti di esprimersi ed ottenere più o meno sostanziali soddisfazioni. Ciò può avvenire sia a livello di politica visibile, nelle aule parlamentari, sia a livello di politica invisibile, nel segreto delle commissioni parlamentari o anche ministeriali. Solo in questo modo si spiega come mai sin dalla fine degli anni cinquanta l'opposizione estrema, radicale ed ideologica, dei comunisti, espressa sui giornali, nella propaganda di partito e nelle aule parlamentari, cioè in tutti i luoghi della politica visibile, sia nei fatti contraddetta dal comportamento compromissorio, di accomodamento di quella stessa sinistra nelle commissioni parlamentari. A ciò si può aggiungere che lo stesso partito di maggioranza relativa, la DC, per tutta la sua esistenza rappresenta e raccoglie in sé tutti gli interessi principali, ponendosi come vero e proprio partito che si identifica con il regime vigente.

Tutto ciò significa un parlamento, facilmente penetrato dagli interessi, investito da un'enorme quantità di proposte legislative, e poi di emendamenti, che portano spesso una legge importante a fare la spola fra l'una e l'altra camera prima di giungere a un unico testo approvato da entrambe. Un tale processo legislativo avviene in un'arena assai frammentata e diversificata nella quale si incrociano le interazioni di diversi attori contemporaneamente: partiti o sue componenti e diversi gruppi di interesse. Soprattutto, così alla fine si dà vita a un processo fortemente integrativo. Specialmente tra il 1948 e il 1958, alcuni elementi vanno sottolineati, tutti tendenti a realizzare una maggiore integrazione. In primo luogo, sia in parlamento, sia soprattutto nelle commissioni parlamentari gli interessi legati alle forze di sinistra e, di conseguenza, emarginati dall'arena politica, ricevono un'attenzione e una compensazione di fatto. Più precisamente, i gruppi, associati con i partiti di sinistra, anche quelli non organizzati, trovano nel parlamento una duplice risposta, simbolica e sostantiva. Sul piano simbolico, l'intensa attività parlamentare con i suoi dibattici altamente conflittuali e ben coperti dalla stampa, radio e, poi, televisione, è stato un potente fattore di integrazione, consentendo ai partiti di fissare la loro immagine nei confronti dei gruppi rappresentati in modo tale da mantenere e rafforzare un sostegno, che è anche elettorale. Sul piano sostantivo, vi è il frequente comportamento di voto della sinistra a favore di soluzioni concordate con il governo e in cui tutte le parti, prima o poi, trovavano soddisfazione.

In questa prospettiva, quel concreto funzionamento del parlamento, consentito dal modello costituzionale neutrale, è stato assai importante non solo per gli interessi rappresentati e protetti dal partito dominante, la DC, e i suoi partners minori (PLI, PRI, PSDI), ma anche per tutta la sinistra. Da una parte, entrambi i livelli dell'attività parlamentare, aula e commissioni, riflettono la egemonia della DC nella rappresentanza di tutti gli interessi, anche quelli non organizzati e micro-sezionali: in questo senso la DC non ha un proprio, specifico gruppo sociale o economico di riferimento, ma è un partito per tutti i cattolici con posizioni sociali ed economiche diversificate, compresa la sinistra sindacale con una propria organizzazione, la CISL, e una propria frazione all'interno del partito. In breve, lo stare al governo per diversi decenni e questo modo di funzionamento del parlamento sono le vie principali attraverso cui il partito di maggioranza relativa consolida e mantiene la propria posizione di potere. Dall'altra parte, quel concreto funzionamento del parlamento permette la stessa sopravvivenza delle organizzazioni partitiche e sindacali della sinistra specie nei difficili anni cinquanta e parte del decennio successivo, caratterizzati da debolezza contrattuale e declino di partecipazione.

Dunque, alto numero dei partiti, grande distanza ideologica, un certo numero di fratture politiche profonde, governi di coalizione sovra-dimensionati, grande importanza dell'attività parlamentare e scarso controllo del governo sul parlamento, accomodamento di tutti gli interessi principali, integrazione nella democrazia di tutte le forze politicamente attive, anche quelle più distanti da essa, queste sono le caratteristiche essenziali dell'originale democrazia consensuale italiana. Una democrazia basata sull'emarginazione della sinistra e dell'estrema destra a livello di politica visibile, ma al tempo stesso su una loro presenza di fatto e simbolica nei meccanismi decisionali parlamentari. Tale risultato è consentito - vale ribadirlo - da un assetto costituzionale neutrale, che cioè riproduce e integra tutte le forze in campo nei diversi ambiti, elettorale, governativo, parlamentare.


L'adattamento

All'interno del modello costituzionale neutrale, durante gli anni settanta ed ottanta gli elementi consensuali sono rafforzati da due cambiamenti-adattamenti che seguono la mobilitazione operaia, giovanile e sui diritti civile della fine del decennio sessanta e subito dopo. Sono l'attuazione di una norma costituzionale fino ad allora congelata, che si riferiva al decentramento regionale e il ricorso a numerosi referendum dopo quello sul divorzio del 1974. Il decentramento regionale, fino ad allora rinviato, significava accettare che regioni del centro Italia così importanti come la Toscana e l'Emilia Romagna, non solo l'Umbria, fossero governate dalla sinistra comunista. Dunque, anche in modo più sostanziale si realizzava a livello locale quella compartecipazione al potere che costituiva un'ulteriore spinta verso assetti democratici maggiormente consensuali in cui la sinistra diventava una forza sempre più integrata nel regime: dal punto di vista dei comunisti, dunque, l'esclusione dal governo al centro era ora compensata anche dalla loro presenza nel governo di alcune delle regioni più importanti del paese. Tale ulteriore integrazione troverà, poi, manifestazione palese nella cosiddetta strategia del 'compromesso storico' e nel sostegno cruciale del PCI alla democrazia negli anni difficili e drammatici del terrorismo, soprattutto tra il 1976 e il 1979.

All'inizio degli anni ottanta con la sconfitta del terrorismo i comunisti ritornano all'opposizione. A questo punto, il problema della legittimità democratica diventa secondario: la lealtà della sinistra è stata provata nel momenti più delicati della democrazia italiana dal 1945 in poi. Comincia ad emergere con sempre maggiore chiarezza un problema fino ad allora rimosso: l'efficienza delle istituzioni. Infatti, una democrazia consensuale spesso paga integrazione e consenso con bassa efficacia decisionale e scarso rendimento complessivo delle istituzioni. Dal 1983 al 1987 il governo Craxi tenta di porre rimedio a questo stato di fatto, ma la forte competizione con la DC e, come sarà mostrato dalle successive inchieste giudiziarie, l'approfondirsi di un sistema di corruzione rendono quel problema non immediatamente risolvibile senza cambiamenti più profondi.

Nel corso degli anni settanta e ottanta, il secondo elemento di cambiamento-adattamento viene dall'emergere del meccanismo referendario come strumento ricorrente di competizione politica. Preso in se stesso, il referendum è un tipico istituto maggioritario: una maggioranza, che può anche essere poco o male informata o interessata al problema sollevato, magari esso stesso assai complesso, decide a scapito della minoranza. In Italia, invece, il referendum viene utilizzato per dare spazio a domande proprie della società civile che i leaders politici non riuscivano a soddisfare per i reciproci disaccordi e i veti incrociati dovuti a visioni politiche diverse e a meccanismi decisionali non maggioritari, cioè alla ridotta efficacia di quel modello democratico. Così il referendum ha svolto la funzione di sciogliere i nodi che i politici non riuscivano a sciogliere. Tuttavia, è diventato anche uno strumento di competizione partitica, in ciò facilitato dal fatto che la costituzione prevede solamente un referendum abrogativo, cioè che può annullare una legge già esistente, ma non creare una nuova. Il potere legislativo vero e proprio rimane sempre nelle mani del Parlamento e, in questo senso, il ricorso al referendum ha un valore residuale e, di fatto, ha assunto quello sopra delineato. In concreto, oggetto di referendum diventano alcuni tra i problemi maggiormente conflittuali e su cui si era giunti a uno stallo decisionale con leggi ormai rifiutate da una parte rilevante dei partiti e della società, come divorzio, aborto, e la stessa legge elettorale. Così dopo quello sull'alternativa tra monarchia o repubblica del 1946 non vi sono referendum per quasi trenta anni, fino al 1974, dove il tema è il divorzio. Nei successivi ventitré anni, invece, cioè fino al 1997, vi sono altri 45 referendum in sei diverse consultazioni: due nel 1978; cinque nel 1981; nel 1985 un altro referendum assai dibattuto sulla cosiddetta 'scala mobile'; ancora cinque nel 1987; uno nel 1989; tre nel 1990; otto nel 1993; e ancora dodici nel 1995 e sette nel 1997.


La transizione permanente

Dopo il 1991 la democrazia italiana inizia una fase di profondo cambiamento da cui alla fine del decennio non si è ancora usciti. I tre fattori principali all'opera hanno in se stessi componenti che spingono in direzioni diverse o persino opposte. Essi sono: il modello costituzionale neutrale, che però è integrato dopo il 1993 da una legge elettorale semi-maggioritaria o mista; il profondo cambiamento dei partiti, caratterizzato dalla continuità del sistema partitico; una diffusa domanda di mutamento costituzionale, bloccata e contraddetta dal grande numero di attori coinvolti nel mutamento stesso.

Continua ad esistere lo stesso modello costituzionale con caratteristiche di neutralità, che, quindi, continua a dare spazio a tutti gli attori in campo. Al tempo stesso, i presupposti che rendevano indispensabile un tale modello sono gradualmente scomparsi: la democrazia non è più sfidata e il credo democratico è largamente condiviso; il ricordo dell'esperienza fascista sia in positivo per alcuni che in negativo per molti altri si è trasformato in una retorica ormai lontana dalla realtà e nella grande maggioranza dei casi dalla esperienza diretta e personale della gente; l'anticomunismo è anch'esso un ricordo che nella campagna elettorale del 1994 Berlusconi e Forza Italia hanno cercato di resuscitare senza grande successo; il credo cattolico che non è più rafforzato dall'esistenza dell'alternativa comunista è indebolito dalla secolarizzazione della società e, di conseguenza, sempre meno rilevante politicamente. In questo contesto l'attenzione della società e degli stessi leaders si sposta ancora di più sull'inefficacia che sempre si accompagna a un modello neutrale in una società pluralistica e assai complessa. Dunque, è questo stesso modello che viene messo in dubbio. Il referendum del 1993 sul sistema elettorale, che indica la prevalenza della scelta maggioritaria tra i cittadini perché più attenta all'efficacia, è una svolta. Potrebbe essere il primo passo per un mutamento dell'intero modello costituzionale dopo che per decenni il tema delle riforme costituzionali è stato al centro di numerosi convegni tra esperti, ma sempre ignorato dalla grande maggioranza dei politici e della gente.

In effetti, le nuove leggi elettorali approvate in agosto 1993 configurano un sistema misto. In contrasto con il precedente sistema elettorale che sia per il Senato che per la Camera realizzava una rappresentanza fortemente proporzionale, le nuove leggi attribuiscono tre quarti dei seggi in ciascuna camera attraverso collegi uninominali, in cui semplicemente il candidato più votato guadagna il seggio: 475 sono i seggi maggioritari della Camera dei Deputati e 232 del Senato. L'ultimo quarto, cioè 135 e 83 seggi rispettivamente, sono attribuiti su base proporzionale per compensare, in misura diversa, i partiti che non hanno ricevuto rappresentanza nel primo segmento o perché piuttosto piccoli oppure perché il voto per quel partito è molto disperso tra i diversi collegi e soprattutto non riesce a superare i voti più concentrati per altri partiti. Il complicato sistema elettorale si capisce meglio, almeno in generale, mettendo a confronto le due leggi elettorali.

A parte il diverso numero di seggi da attribuire per le diverse dimensioni delle due camere (630 e 315 membri rispettivamente) le differenze principali tra le due leggi sono cinque. La prima riguarda la diversa struttura del voto: l'elettore ha a disposizione un solo voto per l'elezione del Senato, e tale voto vale per entrambi i segmenti, maggioritario e proporzionale; invece ha a disposizione due voti per la Camera, che dunque possono essere dati a un candidato maggioritario e a una lista proporzionale non collegata con quel candidato. Secondo, per entrambe le camere è previsto lo scorporo, cioè il calcolo dei voti che sono serviti ad eleggere il candidato nel collegio uninominale, maggioritario e la sottrazione di tali voti dalle liste proporzionali. Mentre, però per il Senato lo scorporo è totale in quanto sono sottratti tutti voti ottenuti dal candidato vincente nel collegio maggioritario, per la Camera lo scorporo è parziale in quanto solo sottratti solo i voti strettamente necessari al candidato per ottenere il seggio maggioritario (cioè i voti ottenuti dal secondo candidato più uno) e, tuttavia, non meno del venticinque per cento dei voti validamente espressi sempre nel collegio maggioritario. Terzo, vi è differenza nella formula elettorale di traduzione dei voti in seggi: al Senato si applica il metodo d'Hondt, alla Camera quello Hare. Quarto, per il Senato i seggi sono distribuiti sulla base delle 20 circoscrizioni regionali in applicazione dell'art. 57 della costituzione; per la Camera le 26 circoscrizioni sono quelle su cui si calcola l'attribuzuione dei seggi proporzionali alle diverse liste. Per la Camera, quinto, la soglia di voti che una lista deve raggiungere per essere ammessa alla ripartizione dei seggi è del 4 per cento; la legge per il Senato non ne prevede esplicitamente una, che dunque di fatto è notevolmente variabile, potendo giungere fino al 20 per cento. In generale, il sistema che emerge è effettivamente misto, né altamente proporzionale come il precedente, né maggioritario come sostenuto da alcuni. Presenta, dunque, elementi distorsivi e la tendenza alla bipolarizzazione e all'alternanza tra diverse coalizioni è assai debolmente suggerita dalla legge. E' piuttosto il risultato di una scelta delle élites politiche, che spinte dalla società e in parte dai media, accettano la maggiore responsabilità ed efficacia insite nel governare con una maggioranza di governo e un'opposizione ben definite.

Il secondo fattore centrale in questi anni è la crisi dei partiti tradizionali accompagnata dalla continuità del sistema partitico. Esso è già all'opera prima del 1993. Più precisamente, nel periodo 1991-96 vi è un vero terremoto in termini di partiti: il PCI scompare e si ripropone con un nuovo nome (PDS), un nuovo simbolo e un'organizzazione rinnovata. Subisce anche una scissione della sua sinistra, che fonda il Partito della Rifondazione Comunista. La DC e tutti i suoi partners minori vengono travolti dalle inchieste giudiziarie, e ancora di più dalle innumerevoli prime pagine dei giornali e trasmissioni televisive, a cominciare dalla cronaca per circa due mesi, alla fine del 1993, del processo Cusani, il primo dell'inchiesta 'Mani pulite'. La Lega Nord, Forza Italia, alcune formazioni centriste, provenienti dai vari tronconi della vecchia DC, vengono creati e si danno una qualche organizzazione. Cambiano notevolmente le fratture salienti nel sistema partitico: la divisione religiosa scompare mentre diventa molto rilevante quella tra centro e periferia; la stessa salienza della dimensione destra-sinistra è modificata dalle esigenze di tagliare il bilancio per recuperare l'enorme debito pubblico accumulato nel decennio precedente. Di tutte è proprio la divisione tra centro e periferia quella che nella prima metà degli anni novanta si radicalizza maggiormente: inseguire la protesta nel Nord e battere la competizione delle altre liste localiste spiegano quella radicalizzazione della Lega.

Al cambiamento dei partiti e delle fratture rilevanti fa da contrasto la paradossale continuità del sistema partitico, consentita dal modello costituzionale vigente e soprattutto dalle leggi elettorali miste. Dunque, alta frammentazione partitica e grande distanza di posizioni da parte di attori che forse non sono più così lontani in quanto a valori democratici e civili, che probabilmente tutti si sentono obbligati a riconoscere la legittimità di mercato, profitto e degli stessi diritti sociali, ma che al tempo stesso devono giustificare la propria esistenza e, dunque, differenziarsi dagli altri con risultati radicalizzanti che non migliorano l'efficacia decisionale della coalizione di governo, formata dal centro-destra di Berlusconi o dal centro-sinistra di Prodi, ma che deve sempre misurarsi con un parlamento che funziona con le vecchie regole.

Tra spinte al deboli spinte al cambiamento e più forti incoraggiamenti alla continuità si sviluppa la discussione sulla riforma del modello costituzionale, l'espressione più concreta che prende la domanda di cambiamento, sopra indicata come il terzo fattore all'opera in questi anni. Dopo alcuni tentativi di precedenti commissioni parlamentari andati a vuoto, la commissione bicamerale presieduta dal leader del PDS , D'Alema, è riuscita a varare un progetto che dovrebbe innovare il modello neutrale precedente. In realtà, le preoccupazioni di non danneggiare il governo, le reciproche diffidenze e soprattutto, ancora una volta, il grande numero di attori coinvolti nelle decisioni su forma di stato, forma di governo, parlamento, e assetto della giustizia, hanno portato a riproporre un modello neutrale razionalizzato, che cioè elimina gli aspetti più estremi di inefficacia del precedente modello, senza giungere a una soluzione manipolativa con conseguenze maggioritarie. Uno degli aspetti del nuovo modello è dato dalla istituzione di un presidente della repubblica che sarà direttamente eletto, ma che avrà poteri di garanzia molto simili a quelli ora esercitati. In sostanza, un presidente che potrà intervenire nell'indirizzo politico del paese con maggiore legittimità di quanto abbia fatto negli anni precedenti, caratterizzati anche da almeno due governi tra il 1992 e il 1993 (Amato e Ciampi) di prevalente fiducia presidenziale. Questa riforma costituzionale, dunque, lascia in buona misura irrisolte le esigenze di funzionalità del sistema politico e senza risposta la domanda di un modello più nettamente maggioritario. Oltretutto, un tale modello finirebbe con l'emarginare alcuni degli attori attualmente in primo piano quando il successo nel risanamento economico e nella possibilità di entrare a fa parte dell'Europa che realizza la moneta unica fanno sentire come meno negativo un modello neutrale, e integrativo. Vi sono pochi dubbi, però, che un tale modello darà spazio a critiche e nuove polemiche, mentre la discussione sulle riforme delle riforme istituzionali continuerà a caratterizzare gli anni futuri.



click per tornare all'inizio della relazione