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il quadro storico-giuridico
e i principi ispiratori della Costituzione












(Seminario sul tema "Costituzione e Repubblica" - aprile/ottobre 1997)

Il quadro storico-giuridico e i principi ispiratori della Costituzione

Ugo De Siervo, UniversitÓ di Firenze

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percorso didattico
       
note bibliografiche

1. Le vicende di questi ultimi anni tumultuosi hanno evidenziato non pochi equivoci sulle scelte operate dall'Assemblea costituente, se non hanno addirittura fatto emergere linee interpretative sinceramente erronee sul contenuto della nostra Costituzione in relazione al più generale costituzionalismo democratico contemporaneo. Anzi, sembra emergere il rischio di una sorta di perdita collettiva di memoria sul significato profondo e sui contenuti fondamentali del patto costituzionale approvato nel dicembre 1947 con quella cosi vasta maggioranza (pari a circa il 90% dei componenti dell'Assemblea costituente), malgrado le tante fratture, antiche e recenti, del nostro paese e la stessa acutissima contrapposizione che ormai percorreva il sistema delle forze politiche, in parallelo al preoccupante deteriorarsi delle stesse relazioni internazionali.

Prima di entrare nel merito di alcune grandi scelte operate dalla Costituente, vorrei però cercare di chiarire che ciò che è avvenuto nel nostro paese si iscrive, seppur con ovvie varianti collegate alla nostra storia nazionale (come, in minor misura, alla nostra tradizione giuridica) in una più vasta trasformazione delle Costituzioni dei grandi Stati democratici contemporanei: dico questo in esplicita polemica con qualche autore che sembra tuttora ipotizzare che le Costituzioni debbano essere misurate solo con i modelli del costituzionalismo settecentesco o della prima metà dell'ottocento (fra i più recenti scritti di questo filone, cfr. il discutibilissimo scritto di Rebuffa, La costituzione impossibile, Il mulino 1995), ignorando le radicali trasformazioni che si sono prodotte nelle Costituzioni europee successive al primo conflitto mondiale, per cercare di renderle adatte a reggere ordinamenti politici ormai integralmente democratizzatisi ed espressivi del progressivo affermarsi del modello di Stato sociale. Per citare un'espressione del noto comparatista Mirkine Guetzévitch, le Costituzioni di questo periodo non sono solo nuove, ma frutto delle "nuove tendenze del costituzionalismo europeo" (si vedano di questo autore Les constitutions de l'Europe nouvelle, Delegraves 1928, e Les nouvelles tendences du droit constitutionnel, L.G.D.J. 1936). Ciò che muta nel costituzionalismo del ventesimo secolo (si esprima o non si esprima solo in testi costituzionali) non sono solo le tecniche della cosiddetta "razionalizzazione del potere" per garantire una migliore governabilità, l'effettiva separatezza dei diversi poteri e centri di decisione, nonché la guida efficace dei sempre più vasti apparati pubblici, ma la disciplina profondamente diversa dei diritti e dei doveri dei singoli e dei gruppi sociali, ormai soggetti attivi dei processi decisionali e destinatari di molteplici servizi.

Da questo punto di vista dovrebbe riflettersi in modo un po' diverso dal solito sulla notissima frase di Calamandrei secondo cui alla Costituente le sinistre sarebbero state compensate della rinuncia ad un processo rivoluzionario con la promessa di una rivoluzione, contenuta appunto nella Costituzione repubblicana (cfr. Barile, La nascita della Costituzione: Piero Calamandrei, in Scelte della Costituente e cultura giuridica, Il mulino 1980, II, p.15 ss.; Pombeni, La Costituente, Il mulino 1995, p.68, 154 ss.) : anche prescindendosi dai motivi politici sottostanti a questo giudizio, mi sembra assai significativo notare che proprio Calamandrei, che tanto a lungo si era dimostrato ostile ad una profonda trasformazione del modello costituzionale classico, poi colga nel contenuto effettivo del nuovo patto costituzionale una linea di profonda trasformazione istituzionale, sociale e politica del nostro paese.

Al tempo stesso un noto giurista francese, Jean Rivero, nel presentare nel 1950 ai francesi un volume dedicato alla recente Costituzione italiana, metteva in evidenza, al di là di alcune puntuali somiglianze con la Costituzione francese del 1946, una analogia di fondo: "all'indomani di profonde crisi nazionali, la stessa volontà ha ispirato i costituenti: quella di dare al loro paese non solo gli strumenti necessari all'esercizio del potere in uno Stato democratico, ma anche una Carta fondamentale che definisca un'etica nazionale comune, e delle istituzioni adeguate a quest'etica. Per questo le due Costituzioni si presentano allo stesso modo: entrambe lunghe e comprendenti sia principi generali che ordinamento delle istituzioni, intendono disciplinare settori molto ampi e che riguardano l'intera vita nazionale, e pertanto appartengono, come la maggior parte delle Costituzioni recenti, a quella che si chiamerebbe volentieri la famiglia delle Costituzioni ambiziose, in contrapposizione alle Costituzioni modeste, che si limitavano, nello Stato liberale del XIX secolo, a organizzare in maniera sommaria i poteri ed i loro rapporti; Talleyrand preferiva le Costituzioni "corte ed oscure": brevità ed oscurità si alleano per lasciare impregiudicato l'avvenire e lasciar spazio all'azione del tempo e delle circostanze. L'ideale del Costituente moderno si situa agli antipodi: la sua opera vuol essere completa e precisa" (Rivero, Constitution italienne et Constitution française, in La Constitution italienne de 1948, Colin 1950, p.XI). E ciò tanto più in un paese come l'Italia di quegli anni, nel quale alle tante fratture sociali e culturali precedenti si erano sommate quelle recentissime fra antifascisti e filofascisti, fra repubblicani e monarchici, fra portatori del "vento del Nord" e del "clima del Sud"; tutto ciò, per di più, in un paese che, reduce da un ventennio di radicale compressione delle libertà individuali e collettive, stava appena recuperando la propria piena sovranità nazionale: non bisogna mai dimenticare che quando comincia a riunirsi la "Commissione dei 75" incaricata di predisporre il progetto di Costituzione, erano appena passati tre anni dalla firma a Malta, da parte del Maresciallo Badoglio, del cosiddetto "lungo armistizio", significativamente intitolato (nel pessimo italiano dei traduttori alleati) "strumento di arrendimento dell'Italia".

Ma allora si capisce bene perché tante volte Aldo Moro parlerà della vera e propria funzione "educativa" che le disposizioni costituzionali avrebbero dovuto svolgere per contribuire ad omogeneizzare il nostro paese su uno zoccolo comune di valori e di regole; cosi pure significativa appare la nota risposta polemica di Togliatti ai reiterati dubbi di Calamandrei all'inserimento dei diritti sociali e delle norme programmatiche nella Costituzione, allorché, citando Dante, ricordava che chi procede nel buio recando un lume, illumina prevalentemente la via a chi lo segue ("come quei che va di notte, che porta il lume dietro e a se non giova, ma dopo se fa le persone dotte").

2. La prima grande scelta operata dalla nostra Costituente consiste proprio nell'adozione di una Costituzione "ambiziosa", tipica di un grande Stato democratico, di diritto e sociale, ed in quanto tale necessariamente rigida e garantita da strumenti di giustizia costituzionale.

All'inizio tutto ciò era tutt'altro che scontato, poiché le diverse forze politiche presenti nell'Assemblea costituente apparivano non solo tra loro reciprocamente diffidenti, ma anche non poco divaricate sul piano della stessa idea di Costituzione e di processo costituente: se nella cultura politica di ispirazione cattolica di quel periodo esisteva certamente una forte spinta progettuale e l'ambizione di trasporre nel nuovo diritto positivo principi e valori prima genericamente riferiti al cosiddetto diritto naturale o alla dottrina sociale della Chiesa, non mancavano certo posizioni profondamente ostili a riconoscere piena legittimazione all'organo costituente (si pensi alle ricorrenti proposte di sottoporre l'esito dei lavori dell'Assemblea ad un apposito referendum) e comunque ad accettare tutti i rischi della democrazia; nei partiti di ispirazione marxista all'inizio era ancora decisamente prevalente una visione dell'Assemblea costituente come semplice organo di direzione nel processo di trasformazione politica del paese, e della Costituzione come un sommario documento di garanzia per il libero esercizio dell'attività politica per la progressiva democratizzazione del paese e delle istituzioni; nei diversi partiti di ispirazione liberale si andava da alcune progettazioni ispirate al moderno costituzionalismo, ma per lo più poco attente alle trasformazioni in senso sociale degli Stati, alla nostalgica rivalutazione del sistema politico ed istituzionale prefascista (in generale sulle progettazioni costituzionali iniziali cfr. De Siervo, Scelte e confronti costituzionali nel periodo costituente. Il progetto democratico cristiano e le altre proposte, in Jus 1979 n.2).

È-come ben noto-nell'iniziale intenso dibattito che si svolse nella prima sottocommissione sulle proposte di La Pira e di Basso che si può trovare il fulcro della prima grande intesa di fondo perfino al di là delle pur decisive disposizioni che furono in tal modo varate: le iniziali dure contrapposizioni e le reciproche incomprensioni lasceranno, seppur assai faticosamente, il campo a favore di una larga reciproca apertura di credito concretizzandosi intorno alle prime disposizioni adottate (si trattava dei quelli che diverranno gli art. 2 e 3 della Cost.), che bene esprimevano il primato inviolabile dei valori personalistici e comunitari, il recupero dei grandi valori di eguaglianza della tradizione liberale, la scelta esplicita per uno Stato sociale ed interventista. Ma per giungere a questo risultato i dibattiti furono duri e spesso aspri: la stessa presentazione da parte di Dossetti del noto ordine del giorno relativo ai necessari comuni valori di fondo da porre a base del patto costituzionale (il personalismo, la valorizzazione delle comunità intermedie, la socialità, la solidarietà, la sussidiarietà), non fu formalmente approvato, anche se di fatto contribuì notevolmente a far uscire il dibattito dalle reciproche incomprensioni (ho illustrato questo dibattito anche sulla base della ricostruzione fattane allora da Giorgio La Pira nell'Introduzione a La Pira, La Casa comune. Una Costituzione per l'uomo, Cultura 1979, p.46 ss.).

Dopo l'adozione delle prime due disposizioni, muta profondamente il clima nei rapporti specialmente fra i costituenti dei tre maggiori partiti (ma esso peraltro non diverrà mai idilliaco, come da vari strumentalmente rappresentato) e da questa prima intesa si svilupperà non solo il ricco lavoro di garanzia delle classiche libertà individuali e collettive, ma l'adozione delle disposizioni relative ai diritti sociali, alla rinnovata disciplina delle libertà economiche, alle nuove disposizioni relative al libero pluralismo sociale. Nè certo possono dimenticarsi disposizioni largamente innovative come quelle relative al rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali o che iniziano a segnare un diverso rapporto fra il nostro Stato, l'ordinamento internazionale e le organizzazioni sovranazionali.

Ma tutto ciò comporterà implicitamente anche la rigidità del patto costituzionale, naturale conseguenza sia della ricerca di efficaci tecniche garantistiche contro i sempre possibili abusi del legislatore e degli altri supremi poteri dello Stato, sia della stessa natura del patto costituzionale come piattaforma di valori e di principi da realizzare progressivamente nell'attività legislativa ed amministrativa.

Ma-si badi bene-ciò significherà accettare il principio della rigidità costituzionale, ma non equivarrà ne ad una disciplina particolarmente severa del procedimento di revisione costituzionale, ne tanto meno ad una facile accettazione della presenza di appositi organi di natura giurisdizionale a tutela della rigidità costituzionale. II recente dibattito sull'art. 138 Cost. ha evidenziato-non a caso-che ne sono particolarmente gravi gli approfondimenti procedimentali per la modifica costituzionale, nè le maggioranze richieste sono tanto alte da rendere difficile l'adozione delle modifiche sufficientemente condivise: ciò che appare garantito è la titolarità del potere di revisione da parte del Parlamento rappresentativo della volontà popolare ed il ruolo meramente integrativo della volontà del corpo elettorale, a cui possono fare appello le forze politiche o sociali che non si riconoscono nella modifica adottata senza la normale maggioranza richiesta dei due terzi, cioè di una aliquota delle Camere che dovrebbe essere rappresentativa della larga maggioranza del popolo italiano, ben al di là della contingente maggioranza di governo.

Certo, particolarmente discutibile, invece, proprio in relazione alla scelta di fondo in materia di significato della rigidità, era la tesi implicita nel d.d.l. di revisione costituzionale presentato dal Governo Berlusconi e sostenuta anche da qualche commentatore, che equivalente sarebbe la modificabilità della Costituzione se garantita da una delibera legislativa condivisa dal corpo elettorale: in realtà, in tal modo si opererebbe, invece, un sostanziale trasferimento del potere di revisione alla maggioranza di governo ed alla volontà maggioritaria del corpo elettorale, con la correlativa marginalizzazione degli interessi e dei valori rappresentati dalle forze minoritarie e la conseguente profonda trasformazione della natura stessa del ruolo garantistico della Costituzione (un ampio panorama delle diverse opinioni dei giuristi sul tema e in Cambiare Costituzione o modificare la Costituzione?, Giappichelli 1995).

Ma la scelta logicamente conseguente alla rigidità costituzionale, consistente nella costruzione di veri e propri procedimenti di giustizia costituzionale sono stati conseguiti dall'Assemblea costituente con grande fatica, dopo non poche obiezioni e polemiche proprio da parte di alcuni dei più convinti assertori ormai della natura rigida della Costituzione e del suo ruolo ampiamente programmatico: ciò a riprova evidente della inesattezza della ricostruzione, pur tanto largamente difesa, del contributo sostanzialmente omogeneo dei costituenti democristiani e dei partiti di ispirazione marxista nella adozione delle disposizioni costituzionali. Al contrario, se è indubbio che nella formulazione dei principi fondamentali e della prima parte della Costituzione appare prevalente (ma non da sola, nè in tutti i settori) la confluenza dei costituenti dei tre cosiddetti partiti di massa, nella formulazione degli istituti della seconda parte della Costituzione, il nucleo maggioritario tende prevalentemente a formarsi (ma anche qui non sempre, nè da solo) fra i costituenti democristiani e quelli pur diversamente derivanti dai diversi filoni della tradizione liberale (cfr. Cheli, Costituzione e sviluppo delle istituzioni in Italia, II mulino 1978, p. 36 ss.; De Siervo, Scelte cit. p.166 ss.). Anche da questo punto di vista andrebbe-una volta per tutte-sfatata la ricostruzione alquanto superficiale, se non strumento di vecchie e ricorrenti polemiche contro il prodotto costituzionale, che gli esiti dei lavori costituenti sono stati il frutto di compromessi su compromessi: tra le varie possibili risposte corrette già date, basta ricordare Ruini, che spiegava che la ricerca di punti di incontro e assolutamente la regola nelle assemblee parlamentari, e Togliatti, che anzi valorizzava i momenti di intesa nell'interesse generale del paese (cfr. Cheli, Costituzione cit., p.40 ss.). Ma la risposta di fondo è che una vivace dialettica nella Costituente vi è sempre stata, dall'inizio alla fine, e che anche la dove indubbiamente si vennero formando linee di intesa di fondo, ciò fu molto più parziale e faticoso di quanto sia in genere rappresentato.

Ciò che veramente distinse quell'esperienza fu un eccezionale senso di responsabilità delle forze politiche nella ricerca di un risultato da tutti accettabile, con ogni probabilità frutto delle durissime lezioni della storia da cui tutti erano freschi reduci e della conseguente volontà di ricostruire davvero una solida casa comune. Al di là dei mille singoli episodi, basti pensare a due eventi particolarmente rilevanti all'inizio ed alla fine dei lavori costituenti: all'inizio, nessuna forza politica si assunse la responsabilità di proporre (come pure e avvenuto in altre esperienze) una propria proposta di Costituzione, ma favori la formazione di un progetto di Costituzione da parte della "Commissione dei 75"; al termine, non solo il voto finale-come abbiamo già accennato-non fu determinato dalle pur importanti vicende politiche contingenti, ma tutto il dibattito sui temi costituzionali registro un contributo delle diverse forze politiche assai diverso da quello contemporaneamente espresso nelle sedi del contingente confronto politico.

3. Se è sicuramente un errore quello di valutare la nostra Costituzione solo alla luce dei problemi relativi al modello dei rapporti intercorrenti fra i supremi organi rappresentativi (quello che, con formula sintetica, si esprime come "forma di governo"), tuttavia non può certo sottovalutarsi quanto pesino in concreto le scelte operate in tema di forma di governo anche su tanti altri settori ed organi. In altre parole: la Costituzione non consiste soltanto in problemi attinenti ai rapporti reciproci fra gli organi costituzionali, nè questi ultimi si riducono solo a Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica, ma certo dalla funzionalità della forma di governo derivano tali e tante conseguenze che non è possibile prescindere dalle scelte operate anche in questo settore. Anzi, la scelta per un sistema fortemente articolato e decentrato di esercizio del potere (a livello locale, come a livello dei diversi organi e soggetti cui la Costituzione opportunamente riconosce la titolarità di funzioni autonome) richiederebbe la presenza di un sistema di governo centrale efficace e compatto: ma è, invece, giudizio del tutto pacifico quello secondo il quale proprio il nostro sistema centrale di forma di governo appare non poco debole, e comunque dominato da un sistema politico molto frammentato e sostanzialmente poco responsabile.

Ma se un po' tutti concordano sul fatto che il nostro sistema assomiglia ad un complesso veicolo dai molteplici sistemi di guida, dai possenti sistemi frenanti, ma dalla debole potenza di spinta, diverse appaiono le spiegazioni di come si sia giunti a tutto ciò. Del tutto agevole è spiegare come mai non si sia pensato a sistemi di governo per definizione "forti" come quelli presidenzialistici: basti ricordare l'esplicita affermazione di Ruini, presidente della "Commissione dei 75", che "vi è in Europa una resistenza irriducibile al governo presidenziale, per il temuto spettro del cesarismo", ovviamente tanto maggiore dopo il fascismo (Relazione del Presidente della Commissione al progetto di Costituzione della Repubblica italiana, in La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori della Assemblea costituente, Camera dei deputati 1970, I, p. LXXXII). Ma, al tempo stesso, era del pari temuto lo scivolamento verso forme assembleari, individuate come fattori rilevanti nei processi degenerativi dei regimi parlamentari del periodo liberale: può, anzi, dirsi che tutti gli sforzi-specie ad opera dei più attenti giuristi impegnati alla Costituente-furono indirizzati verso il tentativo di edificare un sistema di governo di tipo parlamentare "da disciplinarsi tuttavia con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo" (così letteralmente si esprimeva il noto ordine del giorno Perassi, che cercò di fissare le linee fondamentali della forma di governo dopo i primissimi dibattiti).

Ma in materia i diversi tentativi di razionalizzare e di rafforzare in modo significativo la forma di governo centrale, nonché di disciplinare lo stesso nuovo grande fenomeno dei partiti politici, imponendo loro forme di trasparenza e di democraticità interne, uscì in sostanza sconfitto da un singolare blocco politico formatosi in materia fra esponenti politici che pur avevano in genere opposte concezioni istituzionali. Mentre, infatti, in generale la ricca articolazione del nostro sistema istituzionale è stato il frutto prevalente di una intesa fra i costituenti democristiani e quelli dei diversi movimenti politici scaturiti dalla tradizione liberaldemocratica (Cfr. Amato, Bruno, La forma di governo italiana. Dalle idee dei partiti all'Assemblea costituente, in Quaderni costituzionali, 1981, p.33 ss.; L. Elia, La Commissione dei 75, il dibattito costituzionale e l'elaborazione dello schema di Costituzione, in Il Parlamento italiano. Storia parlamentare e politica dell'Italia - Nuova CEI Informatica, Milano, 1989, XIV, p.134 e ss.), sui problemi della rappresentanza politica e dell'assetto dei poteri si formò, invece, dopo alcuni primi dibattiti che videro la confluenza di proposte simili dei maggiori partiti (si pensi, in particolare, alle proposte sull'assetto giuridico dei partiti elaborate da Basso e da Mortati), una maggioranza fra i movimenti provenienti dalla tradizione liberale, contraria a modificare i moduli tradizionali della rappresentanza politica ed a disciplinare i partiti, con la tendenza assembleare dei partiti di sinistra, tutta favorevole ad un amplissimo ruolo dei partiti politici e timorosa di ogni forma di loro disciplina. Nè va sottovalutato il fatto che è normale che i sistemi politici cerchino tendenzialmente di autoriprodursi e che quindi era naturale che il sistema politico presente in Assemblea costituente, caratterizzato da una classe politica espressiva di forti ed autonomi partiti politici passati tramite elezioni di tipo proporzionale, cercasse di costruire una forma di governo coerente con queste caratteristiche. Infine, va tenuto presente che su tutto ciò pesò non poco anche il clima di crescenti fortissime contrapposizioni politiche, che caratterizzò l'ultimo periodo di lavoro della Costituente: le preoccupazioni crescenti per il prossimo duro confronto elettorale fortunatamente non riuscirono ad alterare in modo decisivo il confronto costituente, ma contribuirono a ridurre le possibili innovazioni proprio sul piano della forma di governo, mentre la riedificazione di una forma di governo quanto più fluida apparve preferibile anche a non pochi dirigenti democristiani. Può essere significativo ricordare che proprio a motivo di queste scelte, infine così tradizionali al termine dei lavori costituenti, Costantino Mortati, uno dei costituenti più importanti ed impegnati, si dichiarò del tutto insoddisfatto ed anzi molto preoccupato dell'efficace tenuta della nuova forma di governo e della stessa complessiva articolazione dei poteri (egli lucidamente temeva, in particolare, che le classi politiche dominanti nei diversi partiti politici, sottratti ad ogni controllo, unificassero abusivamente l'articolato sistema costituzionale di pesi e contrappesi e travolgessero ogni meccanismo configurato di stabilizzazione del potere (cfr. De Siervo, Parlamento, partiti e popolo nella progettazione costituzionale di Mortati, in Il pensiero giuridico di Costantino Mortati, Giuffrè 1990, p.324 ss.).

Concludendo sul punto, mi sembra che la forma di governo confermata dalla Costituzione repubblicana non risulta particolarmente debole (anche se certo non poco migliorabile), quanto pericolosamente affidata per il suo funzionamento a soggetti che possono alterarne in profondo le caratteristiche, senza sostanzialmente risponderne nelle sedi proprie della democrazia.

4. Quanto accennato in precedenza sulla difficile intesa relativamente all'assetto delle istituzioni, che verificò confluenze assai diverse da quelle relative ai principi contenuti nella prima parte della Costituzione, e avvenuto in modo palese per la configurazione delle Regioni.

Qui alle spinte decise di alcune forze politiche per introdurre un forte sistema regionale corrispondeva non solo l'ostilità di chi si ricollegava alla lunga esperienza centralistica del nostro Stato, ma anche la forte diffidenza di altre forze politiche nei riguardi di articolazioni del nostro Stato che potessero mettere in dubbio il fondamentale ruolo politico centrale di direzione politica. Già nei lavori preparatori alla Costituente si era manifestata la saldatura fra la tradizionale cultura istituzionale antiregionalista e l'antiregionalismo dei partiti marxisti, aperti solo a forti rafforzamenti delle autonomie locali o ai problemi particolari di quelle che allora erano chiamate le "Regioni insulari e mistilingue": il punto di arrivo avrebbe dovuto essere un assai debole regionalismo di tipo amministrativo, mentre erano respinte le opinioni favorevoli all'attribuzione alle Regioni di vere e proprie funzioni legislative.

In Assemblea costituente, invece, si forma una maggioranza (peraltro assai esile) a favore del cosiddetto "regionalismo politico", mediante una saldatura fra costituenti democristiani, azionisti, repubblicani ed anche qualche liberale, ma i dibattiti sono estremamente aspri e lunghi sia nella "Commissione dei 75" che in Assemblea plenaria: e qui chi si diletta di evidenziare la mutevolezza dei giudizi e delle valutazioni, può trovare un'intera miniera di durissime citazioni contro i rischi del regionalismo, accusato in realtà di contrabbandare le temutissime proposte di tipo federalistico (singolare, certo, la attuale fase, nella quale anche innocue proposte autonomistiche vengono battezzate, invece, come federalistiche). Proprio la durezza dello scontro e le reciproche incomprensioni conducono ad un "muro contro muro" non poco improduttivo e solo al termine dei lavori costituenti, in un contesto politico mutato e nel quale alcune forze politiche evidentemente ipotizzano la probabile loro lunga permanenza all'opposizione, si giunge ad un compromesso (questo sì alquanto meccanico) di accettazione del "regionalismo politico", ma riducendo le materie di competenza delle Regioni e l'incisività dei loro poteri legislativi (cfr. Rotelli, L'avvento delle Regioni in Italia, Giuffrè 1967; De Siervo, Scelte cit., p. 181 ss., 194 ss.).

Luigi Sturzo, che aveva seguito con grande attenzione la traduzione in pratica delle sue antiche proposte, pur evidentemente lieto dell'esito finale, noterà non solo che "il passaggio dall'idea al fatto e sempre penoso", ma lucidamente criticherà molte delle soluzioni istituzionali adottate perché troppo poco autonomiste ed eccessivamente uniformi (cfr. De Siervo, Sturzo e la realizzazione delle Regioni, in Il politico 1989, p.43 ss.).

Ma di Sturzo vorrei ancora una volta ricordare che egli, ad un'età ormai avanzata, scrisse nel 1949 un apposito libro a difesa del regionalismo contro gli evidenti sintomi di una crescente volontà di non attuare le allora recentissime disposizioni costituzionali: quel libro era intitolato "La Regione nella Nazione" e la tesi fondamentale che vi era sviluppata era che un regionalismo forte e coerente esige l'esistenza di un autorevole sistema di governo centrale e non deve mai intaccare "l'unità della Nazione". Unità nazionale che per colui che pur era stato vivace ed acuto polemista contro i limiti del Risorgimento, era ormai al di là di ogni possibile discussione: "l'Italia dei Mille di Garibaldi è anche l'Italia del Grappa, è l'Italia nostra, di tutti; non è l'Italia dei Governi, ne l'Italia dei partiti, ne delle Regioni: è l'Italia degli italiani veramente e sostanzialmente una" (Sturzo, La Regione nella Nazione, ora in Opera omnia, Zanichelli 1966, XII, p. 16 ss.).

5. Vi è, senza alcun dubbio, il rischio di esaltare eccessivamente una Costituzione che sia ritenuta apprezzabile, mettendo troppo in ombra quanto concretamente questa abbia prodotto nella realtà politica ed istituzionale. E ciò tanto più per una Costituzione come quella italiana, largamente disapplicata per tanti anni e sulla quale sembra essersi largamente sovrapposta una realtà politica e sociale tanto lontana da quella ipotizzata da coloro che la fecero.

All'inizio del 1948, Aldo Moro, uno dei "professorini" che aveva tanto contribuito all'adozione della Costituzione, si dichiarava contento di "questa costituzione rigidamente democratica ed arditamente sociale", ma notava anche che "tutte le leggi sono affidate per la loro attuazione alle forze sociali ed alla coscienza morale dei popoli, sicché un orientamento di solidarietà e di serietà che sia dato una volta in una fortunata congiuntura storica ha da essere conservato e rafforzato dalla vigilanza delle forze sociali che lo hanno espresso da sè e dalla permanente validità della coscienza morale della società tutta" (ora in Moro, Al di là della politica e altri scritti, Studium 1982,p.142 ss.). Contemporaneamente i partiti di orientamento marxista, sotto la pressione dei processi politici internazionali caratteristici dell'inizio della "guerra fredda", sembravano quasi contrapporsi al prodotto costituzionale (si parla da più parti di "illusioni costituzionali"). Al tempo stesso, Giorgio La Pira difendeva il valore della nuova Costituzione, ma si poneva immediatamente il problema di come poterla utilizzare per aggredire davvero gli evidenti gravi problemi sociali; ed appena qualche anno dopo Giuseppe Dossetti concludeva un'intensa riflessione sui tentativi di rinnovare lo Stato dopo la guerra, affermando che "di fatto, in brevissimi mesi veniva contenuta la spinta rinnovatrice, e in pochi anni progressivamente compressa sino ad essere praticamente annullata, per ora, quasi ovunque. Ancora una volta il romanzo della rivoluzione e presto finito" (Dossetti, Funzione e ordinamento dello Stato moderno, ora in I problemi dello Stato. Atti del III Convegno nazionale dell'UGCI del 1951, Cinque lune 1977, p.32).

Eppure occorre riconoscere, a distanza di quasi cinquant'anni, che lentamente la nuova Costituzione, come una sorta di fiume carsico, è divenuta-malgrado tanti ritardi, contraddizioni e tradimenti-davvero la fondamentale regola di convivenza del paese: si pensi, da una parte, alle pur faticose concretizzazioni degli istituti fondamentali della nuova organizzazione dello Stato (ad esempio, la Corte costituzionale, il C.S.M., le Regioni, i referendum popolari), con tutto ciò che essi hanno prodotto nella dinamica del sistema.

Ma si pensi, dall'altra, anche alle grandissime trasformazioni rispetto al passato in tema di garanzie delle libertà individuali e collettive e degli stessi diritti sociali.

Là dove il danno del lunghissimo periodo di "congelamento" di tanta parte delle disposizioni costituzionali appare ancora gravissimo e nella permanente diffusa convinzione fra tanti esponenti delle forze politiche del primato assoluto della politica anche in riferimento all'attuazione degli istituti e dei valori costituzionali. Tanta parte della degenerazione del sistema politico, nuovo Principe "legibus solutus", deriva proprio dalla mancata piena comprensione che i valori fondanti del patto vengono prima dei valori connessi alla pur pienamente legittima lotta politica. Ma la nostra Costituzione, infine, si è dimostrata-malgrado tutto-capace anche di cominciare a volgere quella funzione educativa di cui parlavano alcuni dei più lucidi costituenti: in un paese caratterizzato da molteplici fratture, antiche e recenti, e percorso da diffusi modelli di comportamento assai scarsamente solidaristi, lentamente i valori di fondo del patto costituzionale sembrano essere divenuti, malgrado le tante contraddizioni ed i non rari ritorni indietro, i valori di fondo accomunanti. Davvero il "senso di appartenenza" di cui ora spesso si parla, si concretizza nel nostro paese sempre più nella condivisione, consapevole ma anche inconsapevole, di quei valori personalisti e comunitari, solidaristi e di giustizia sociale, che caratterizzano il nostro patto costituzionale: vicende tra loro tanto diverse, come l'isolamento del terrorismo, il rifiuto del separatismo, la difesa volontà di difendere l'essenza della nostra Costituzione, stanno a dimostrare che la Costituzione della Repubblica è ormai divenuta uno dei massimi fattori di identificazione nazionale. Ciò non significa minimamente che non si debba sottoporla a miglioramenti ed adeguamenti (si pensi a quanto anche accennato in precedenza sulle opinabili scelte operate in tema di forma di governo e di autonomie regionali), nel rispetto delle agevoli procedure a ciò finalizzate, ma significa che essa non debba essere imputata di ogni problema irrisolto o, tanto meno, utilizzata come una qualsiasi merce di scambio in qualche trattativa politica. Tanto più è inaccettabile che si proponga di sostituirla con un altro patto (come propongono tutti coloro che parlano di Assemblea costituente, se le parole continuano ad avere -come opportuno- un loro senso proprio), di cui non si comprende assolutamente ne il contesto storico necessitante, ne l'esistenza di nuovi condivisi valori: nessuno può escludere che radicali mutamenti culturali e politici possano in futuro portare all'adozione di nuove regole costituzionali mediante processi sostanzialmente rivoluzionari, ma ciò che non si può non notare e che, al momento attuale, tanti esponenti delle istituzioni e gran parte dell'opinione pubblica sembrano ben intenzionati a non abbandonare l'attuale Costituzione, con tutto ciò che essa contiene e significa rispetto alla nostra storia nazionale. Alcune volte si è citato, perché certo suggestivo, un noto passaggio di un intervento di Moro alla Costituente che bene esprime la tipicità dei momenti costituenti: " ...la Costituzione nasce in un momento di agitazione e di emozione. Quando vi sono scontri di interessi e di intuizioni, nei momenti duri e tragici, nascono le Costituzioni, e portano di questa lotta dalla quale emergono il segno caratteristico". Ma queste affermazioni facevano parte di un discorso più ampio, nel quale Moro ricordava che l'intesa costituzionale di fondo era derivata dalla comune opposizione alla "lunga oppressione fascista dei valori della personalità umana e della solidarietà sociale"; ma allora, concludeva Moro, "guai a noi, se per una malintesa preoccupazione di serbare appunto pura la nostra Costituzione da una infiltrazione di motivi partigiani, dimenticassimo questa sostanza comune che ci unisce e la necessita di un raccordo alla situazione storica nella quale questa Costituzione italiana si pone" ( cfr. La Costituzione della Repubblica cit., I, p.369/70).



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