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dalla Monarchia alla Repubblica:
una lettura storiografica













(Seminario sul tema "Costituzione e Repubblica" - aprile/ottobre 1997)

Dalla Monarchia alla Repubblica: una lettura storiografica

Ennio Di Nolfo, UniversitÓ di Firenze

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documentazione

1) L'agiografia post-risorgimentale tracciò a suo tempo un quadro roseo della popolarità di Casa Savoia in Italia. Tenuto conto del modo in cui il processo di unificazione era avvenuto, è lecito dubitare di tale popolarità. Fuori dell'antico Regno di Sardegna, le popolazioni meridionali, i cattolici osservanti, i repubblicani e i garibaldini delusi non avevano motivo (per ragioni spesso divergenti) di sentirsi legati a una dinastia estranea alla loro tradizione o alla loro cultura. Con la morte di Vittorio Emanuele II, che aveva un suo indiscutibile carisma, la situazione peggiorò. Né Umberto I, né Vittorio Emanuele III seppero diventare immagini popolari. Il primo, poiché governò in un periodo di transizione, negli anni in cui il processo di industrializzazione e il movimento dei lavoratori ponevano proprio essi le basi per una reale unificazione del paese. Il secondo poiché era un personaggio troppo remoto rispetto all'immaginario collettivo per apparire un simbolo regale d'unità e, magari, di grandezza. Forse nel 1917, dopo la sconfitta di Caporetto, gli italiano guardarono anche a Casa Savoia come àncora di salvezza. Ma presto, fra il 1922 e il 1925 la supina accettazione della dittatura fascista da parte del Re diede un colpo severo alla credibilità dei Savoia. Nemmeno gli anni del "grande consenso" verso il fascismo (1935-36) accomunarono il Re d'Italia, divenuto anche Imperatore d'Etiopia, e poi (dal 1939) re d'Albania, al sentire comune del suo popolo. Un uomo freddo e calcolatore, come Vittorio Emanuele III, era percepito con freddezza dai cittadini del suo regno. Quando l'Italia entrò nella Seconda guerra mondiale (10 giugno 1940) vi fu un sussulto di patriottismo. Per qualche settimana l'illusione in una vittoria facile e un un prestigio internazionale più grande, unì gli Italiani a Mussolini e al Re. I prefetti registravano questi umori(doc 1). Ma i primi bombardamenti, il prolungarsi delle ostitilità e l'inatteso andamento della guerra contro la Grecia (iniziata nellottobre 1941 come una facile "passeggiata" da Scutari verso Atene e finita nell'umiliante sconfitta sulle montagne dell'Epiro) provocarono un completo rovesciamento di stati d'animo (doc.2). La svolta venne però con la decisione italiana di dichiarare guerra agli Stati Uniti, dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor. L'Italia era legata al Giappone dal Patto Tripartito, ma questa era un'alleanza che non prevedeva l'obbligo di assistenza militare in caso di guerra aggressiva. La decisione di combattere contro gli americani apparve a tutte le persone di buon senso come un suicidio nazionale. Nacquero le prime forze antifasciste. A Milano, nel dicembre 1941, si formò il primo nucleo del Partito d'Azione, risolutamente antimonarchico (doc. 3) e favorevole alla scelta del conte Carlo Sforza, allora capo politico degli esuli antifascisti in America, come perno attorno al quale far rinascere un sistema politico repubblicano. Gli Americani, nonostante le apparenze, non erano favorevoli né a Sforza né alla repubblica. Già all'indomani della dichiarazione di guerra, essi fecero sapere agli ambienti di casa Savoia e ai maggiori esponenti della politica italiana che essi avrebbero trattato una pace separata con loro, purché togliessero di mezzo il solo Mussolini (doc. 4). Infatti, durante il 1942, Roosevelt, influenzato dagli ambienti conservatori del suo partito e dai suggerimenti che indirettamente gli pervenivano dalla Santa Sede, favorì durante, tutta quella fase cruciale, la scelta verso una politica italiana radicata nella collaborazione con Casa Savoia e con i partiti antifascisti moderati. La sola condizione che gli americani ponevano era quella che alla fine della guerra il popolo italiano fosse consultato per una nuova costituzione e che, se possibile, Vittorio Emanuele abdicasse a favore del figlio, Umberto II, o del nipote, Vittorio Emanuele (allora bambino). Ciò maturò in decisioni ben precise prese a Washington all'inizio del gennaio 1943, sulla base di un pro-memoria elaborato nel settembre 1942 da Alcide De Gasperi per conto di Giuseppe Della Torre (direttore dell'Osservatore Romano) e destinato a servire espressamente alle discussioni di Washington del gennaio 1943. Il testo del pro-memoria è noto, ma il testo delle decisioni americane a esso correlate è solo parzialmente conosciuto (v. docc. 5-6). Dal suo canto, nemmeno casa Savoia era rimasta inerte. Il personaggio più politicamente attento e ricettivo di quell'ambiente era la principessa Maria José, moglie dell'erede al trono. Dopo che la principessa ebbe conosciuto i veri orientamenti americani, essa si mise all'opera e avviò una trama di contatti con gli esponenti di tutto il mondo antifascista (dai liberali conservatori ai comunisti) (doc. 7). Il progetto era di predisporre una coalizione politica nuova, in vista della caduta del fascismo, che appariva inevitabile nonostante i momentanei successi in Africa delle truppe italo-tedesche che, sotto la guida del maresciallo Rommel, erano giunte a El-Alamein, poche decine di chilometri dal Cairo. La principessa si illudeva di avere un'influenza risolutiva e sperava di coinvolgere nella sua trama anche il Vaticano, raggiungendo così anche il governo di Washington. Ma il sue tentativo di avvicinare Monsignor G.B. Montini, allora pro-segretario di Stato di Pio XII e poi papa Paolo VI, si tradusse in un nulla di fatto. Montinì percepì le intenzioni della principessa ma, per una serie di considerazioni, rifiutò di interporsi in quel "complotto" (v. doc. 8). Vittorio Emanuele III, insospettito dalla trame della nuora, le ordinò di togliersi di mezzo e di lasciare Roma. La partita doveva essere giocata direttamente dal Re e dai suoi generali. Il Re esitava. Non così i suoi generali, né molti gerarchi fascisti, specialmente dopo lo sbarco nord-americano in Marocco (novembre 1943) e l'inizio della controffensiva inglese in Egitto (fine ottobre-novembre 1943: eventi dai quali sarebbe derivata la completa sconfitta militare italiana in Africa). Costoro cercavano in vario modo di far pervenire agli anglo-americani i loro segnali di disponibilità a liberarsi di Mussolini, purché l'Italia non subisse l'umiliazione di una sconfitta completa e purché le istituzioni politico-sociali fossero salve (cfr. come esempio il doc. 9). ******** Questa fase preparatoria mutò il 26 gennaio 1943, quando Roosevelt, alla fine di un incontro con Churchill a Casablanca, dichiarò che gli Alleati avrebbero accettato dai nemici in guerra solo una "resa incondizionata". Arrendersi senza condizioni significava spezzare la continuità istituzionale. Il proposito alleato era, sulla carta, preciso. Nel momento in cui, per esempio, gli Italiani si fossero arresi, il governo sarebbe passato nelle mani delle forze d'occupazione, che avrebbero preso tutti i poteri, istituzionali e amministrativi, per decidere più tardi circa il futuro dell'Italia (doc. 10). L'illusione di mantenere la continuità monarchica parve, ma parve soltanto, contraddetta da progetti assai truculenti. Invece, la "resa incondizionata" fu imposta solo alla Germania nel maggio 1945. Non fu imposta né all'Italia del settembre 1943 né al Giappone, due anni dopo. La formula era stata lanciata da Roosevelt solo per placare le diffidenze di Stalin circa la volontà degli alleati di aprire un "secondo fronte" contro la Germania "entro il 1942" secondo le promesse fatte troppo precipitosamente nel momento del bisogno. L'impossibilità tecnica (e non politica) di mantenere la promessa imponeva a Roosevelt di rassicurare i sovietici che non vi sarebbe stata una pace separata fra la Germania e gli Alleati occidentali, in funzione anti-sovietica (cioè la ripetizione, ma in senso inverso, di ciò che era accaduto con il trattato Ribbentrop-Molotov del 1939) e che gli anglo-americani avrebbero combattuto sino all'annientamento degli avversari. Promesse e proclami non impedivano però a Roosevelt di rimanere coerente con la linea politica definita prima di Casablanca. Ciò apparve in tutta evidenza quando davvero il Re riuscì a liberarsi di Mussolini. Il doppio "colpo di stato" del 25 luglio (doppio poiché i fascisti dissidenti come Grandi, Ciano, Bottai e il re agirono in modo convergente ma non concertato) mise anche fisicamente fuori gioco il Duce. Il governo fu affidato al maresciallo Badoglio, con il compito apparente di continuare la guerra a fianco dei tedeschi e con il compito vero di cercare una pace separata con gli anglo-americani. Questi, forti del successo ottenuto con lo sbarco in Sicilia e la rapida conquista di gran parte dell'isola e rafforzati più ancora dal primo bombardamento aereo di Roma (19 luglio 1943), avevano messo il re dinanzi all'impossibilità di tergiversare ancora. Il problema mutava natura. Badoglio e i militari italiani credevano (forse non a torto) di avere ancora qualche carta da giocare e pensavano di offrire agli Alleati la capitolazione italiana in cambio di un rovesciamento di fronte, che avrebbe consegnato tutta la penisola nelle mani degli Alleati quasi senza colpo ferire. In cambio, gli Alleati avrebbero riconosciuto il regime esistente in Italia e considerato l'Italia come un paese alleato. I primi contatti, presi a Lisbona alla metà dell'agosto 1943 dal generale Giuseppe Castellano, emissario del governo di Roma, furono deludenti. I comandanti alleati lo rispedirono a Roma con una precisa indicazione: gli italiani dovevano dire se accettavano o meno la "resa incondizionata". In realtà, sotto questa apparente durezza, c'erano molti dubbi. In primo luogo, a quella data il testo dei termini di resa incondizionata non era ancora stato redatto completamente. Le cose, in Italia, si erano mosse con tale rapidità da trovare gli stessi Alleati impreparati a attuare i loro disegni. Essi perciò ripiegarono su una formula intermedia: ci sarebbero stati due strumenti di armistizio: una resa militare (venne poi chiamata il corto armistizio) fatta di soli 12 articoli riguardanti i modi per porre fine delle ostilità; e un vero e proprio armistizio (poi chiamato il lungo armistizio) nel quale sarebbero state incorportate le clausole di una apparente resa senza condizioni. Come è noto, la resa militare venne firmata a Cassibile il 3 settembre 1943 e resa pubblica l'8 settembre. Il "lungo armistizio" venne firmato invece il 29 settembre 1943 fra Badoglio e i comandanti alleati. Si tratta di capire se, nella loro combinazione, i due atti internazionali provocassero una frattura della continuità istituzionale in Italia o meno. La risposta negativa appare fuori discussioni. L'armistizio dell'8 settembre non fece parola del futuro dell'Italia. L'armistizio del 29 venne firmato dopo che gli Alleati ebbero deciso che in Italia essi non potevano contare su forze sufficienti per imporre la loro volonta e che gli unici interlocutori organizzati restavano, nonostante tutto, il re, il governo Badoglio e quel poco di forze armate o di apparato burocratico che era sopravvissuto alla crisi seguita all'8 settembre e alla fuga di Vittorio Emanuele III a Brindisi. L'affermazione di cui sopra è suffragata da molti elementi. Il lungo armistizio venne firmato consapevolmente dai comandanti Alleati sulla base di alcuni presupposti: il riconoscimento del governo Badoglio come l'unica autorità politica esistente in Italia; l'impegno italiano a dichiarare guerra immediatamente alla Germania; l'impegno a "restaurare immediatamente la costituzione albertina del 1848"; l'impegno a provvedere perché alla fine della guerra si svolgessero in Italia nuove elezioni anche per un'Assemblea costituente; infine quello di dare una base politica più ampia al governo militare presieduto da Badoglio stesso. In subordine, si auspicava l'abdicazione del re a favore del figlio o del nipote (così scriveva il Comandante supremo alleato, Eisenhower a Roosevelt il 18 settembre 1943 e queste divennero le basi politiche del lungo armistizio). Si affacciava per la prima volta il termine "Assemblea costituente", ma legato alla restaurazione dello Statuto albertino. Dunque, una costituente, per una nuova costituzione del regno d'Italia. Che l'idea di resa senza condizioni fosse ormai lasciata solo ai documenti scritti e non avesse alcun collegamento con la realtà immediata risulta poi dall'analisi del verbale delle conversazione svoltesi fra Badoglio, Eisenhower e gli altri comandanti alleati il 29 settembre, a bordo della corazzata Nelson, l' ammiraglia della flotta britannica, ancorata nelle acque di Malta. Da questi verbali (doc. 11) risulta che le due parti si condussero come due soggetti politici quasi eguali, salvo che per la condizione militare italiana, e risulta come Badoglio fosse portatore di una linea politica che prevedeva non solo la continuità del governo monarchico, ma anche la fiducia che l'Italia fosse riconosciuta come paese alleato delle potenze occidentali. Questa speranza non si verificò ma dopo il 13 ottobre 1943, quando Vittorio Emanuele III ebbe dichiarato guerra alla Germania, l'Italia venne riconosciuta come paese "cobelligerante". L'idea di resa senza condizioni apparteneva ormai al campo della storia. Nonostante l'umiliazione della sconfitta e le polemiche che avevano fatto seguito alla fuga del re e del governo da Roma dopo l'8 settembre, la tattica del rinvio trionfava e il regime monarchico viveva la sua continuità, condizionata dall'impegno alla consultazione postbellica. In un certo senso, si può dire che il comportamento di casa Savoia e personalmente del Re nei mesi della "Resistenza" avrebbero segnato il destino istituzionale italiano. ********* Riconosciuto dagli Alleati, il governo Badoglio non era riconosciuto dai partiti antifascisti, che frattanto erano stati ricostituiti o costituiti ex-novo e che, in buona parte, propugnavano la sospensione dei poteri del re e la formazione di un governo provvisorio politicamente rappresentativo. Questa tesi venne formalizzata dal primo congresso dei Comitati di liberazione nazionale (CLN), tenuto a Bari nel gennaio 1944 (doc. 12) ma rimase praticamente inascoltata. Badoglio cercò invano di formare un governo con rappresentanti di forze politiche ma fu costretto a ripiegare su un governo di tecnici. Intanto egli riusciva a attutire la pressione istituzionale facendo elaborare da un gruppo di giuristi guidato da Enrico De Nicola (già presidente del Senato e primo presidente provvisorio della Repubblica nel 1946-48) l'idea della "Luogotenenza del regno". I monarchici sapevano che l'impedimento più vistoso rispetto a un recupero di credibilità di Casa Savoia era rappresentato proprio dalla persona del re, Vittorio Emanuele III, un personaggio che in 43 anni di regno era passato attravero troppe vicende contraddittorie quasi con indifferenza e senza mostrare di percepire mai i problemi del paese. Su Vittorio Emanuele si scaricavano le responsabilità del passato. Perciò un'abdicazione del re e l'ascesa al trono di Umberto II, alquanto meno compromesso con il fascismo e affiancato da una consorte, la principessa Maria José, dall'innegabile sensibilità politica, avrebbe potuto porre le basi per un recupero di popolarità della monarchia. Sarebbe stato possibile scindere le responsabilità di una persona dall'immagine di un'istituzione e l'istituzione ne avrebbe tratto vantaggio. Ma Vittorio Emanuale III più che tenace era testardo. Non ammetteva le sue responsabilità e non accettava di abdicare. In quelle condizioni fu già un successo per i monarchici fargli trangugiare l'idea della luogotenenza, cioè l'idea che, dopo la liberazione di Roma (una liberazione giudicata, agli inizi del 1944 come imminente) egli, senza abdicare, conferisse i propri poteri al figlio, nominandolo "Luogotenente generale del Regno", secondo una tradizione già altre volte sperimentata in passato, nei casi di impedimento del re e secondo una forma che conteneva però la nozione di "revoca". Il Luogotenente può essere revocato, se le condizioni lo permettono; il sovrano abdicatario non può ritornare sul trono. Vittorio Emanuele III concedeva qualcosa ma sperava ancora. La situazione internazionale e quella interna erano, all'inizio del 1944, in un momento di impasse: disponibili ma distratti gli Alleati; il governo possedeva un potere formale non frantumato, ma in forte dissenso rispetto ai partiti politici. A mutare questo clima venne la cosiddetta "svolta di Salerno", quell'insieme di fatti verificatisi fra il novembre 1943 e l'aprile 1944 che portarono il Partito comunista italiano dall'opposizione alla collaborazione con Badoglio e modificarono il corso della vita politica italiana. Su questi fatti esiste una interminabile disputa storiografica che non è possibile risolvere in questa sede. E' utile però fornire alcuni fonti essenziali per collocare l'episodio, lasciando ai singoli il compito di approfondirne l'intepretazione. I dirigenti comunisti in Italia seguivano la linea politica formalizzata a Bari. Togliatti invece, già dal 26 novembre, in un pubblico discorso a Mosca, dove egli era esule, aveva propugnato la necessità di unire tutte le forze che combattevano contro il fascismo, rinviando al dopoguerra la soluzione della questione istituzionale (doc. 13). Dopo di allora egli chiese di ritornare in Italia e il 29 dicembre (come rivelano ora i Documenti diplomatici italiani (serie X, vol. I, pp. 106,115, 121), autonomamente il governo Badoglio accolse la richiesta, poiché si rese conto che i vantaggi di un ritorno amichevole avrebbero superato i rischi della presenta in Italia del principale esponente del PCI. Questo divenne ancora più chiaro nel mese di gennaio, quando il "ministro" degli esteri italiano, Renato Prunas, incontrò a Ravello Andrei Vishinskij, il rappresentante sovietico nella Commissione consultiva alleata per l'Italia (un organo che doveva dare indicazioni generali sulla politica che le forze alleate avrebbero dovuto seguire in Italia). Dai resoconti di quegli incontri emerse una larga convergenza su due temi: i sovietici avrebbero rafforzato la loro presenza in Italia riconoscendo formalmente il Regno di Vittorio Emanuele III e riprendendo relazioni diplomatiche regolari, così da spezzare il completo controllo anglo-americano sulla penisola; in cambio, i comunisti, dopo il ritorno di Togliatti, avrebbero assunto una linea di collaborazione e favorito la costituzione del primo governo Badoglio composto dai rappresentanti dei partiti antifascisti, Togliatti incluso (docc. 14 e 15). Queste premesse si svilupparono appieno. All'inizio di marzo l'URSS riprese le relazioni diplomatiche con l'Italia (provocando una violenta reazione anglo-americana); alla fine del mese, Togliatti giunse in Italia e subito si adoperò per costituire un governo guidato da Badoglio e formato dai principali esponenti di tutti i partiti (22 aprile). La parentesi aperta con l'avvento del fascismo pareva chiusa; comunque la questione istituzionale era rinviata e il più intransigente partito antifascista promuoveva la riabilitazione del re, cioè restituiva a Casa Savoia la possibilità di essere considerata un soggetto "normale" del nuovo sistema politico italiano, fatte salve le decisioni da prendere nel dopoguerra. I fatti contraddissero queste attese. Quello che sembrava il momento più alto della restaurazione monarchica fu invece il punto culminante della parabola. Dopo di allora la forza politica della monarchia incominciò a calare. A determinare questo mutamento fu, paradossalmente, proprio la "svolta di Salerno". Gli anglo-americani non accolsero con molto favore l'autonomia e la disinvoltura con la quale la diplomazia italiana si muoveva. Inoltre videro nell'azione sovietica e nel nuovo ruolo del PCI un preannuncio di intenzioni espansionistiche, quali poi gli anni della guerra fredda avrebbero accentuato. Se fino all'aprile del 1944 essi avevano sottovalutato il problema comunista in Italia, dopo di allora lo presero in debita considerazione e adottarono le loro contromisure. Tali contromisure si dispiegarono lungo due linee, non necessariamente ostili a Casa Savoia, ma certamente ostili al PCI. In primo luogo venne ingiunto al re di cedere immediatamente i poteri al principe Umberto senza aspettare la liberazione di Roma. A fatica si riuscì a ottenere che questo passaggio avvenisse in modo formale ma fosse in realtà rinviato alla data prevista. In secondo luogo essi, anzi soprattutto gli americani, tolsero il loro appoggio a Badoglio. Quando Roma venne liberata, il 6 giugno 1944, gli americani decisero da soli di promuovere la costituzione di un nuovo governo di coalizione antifascista, guidato da Ivanoe Bonomi, presidente del CLN e perciò uomo simbolo per antonomasia, e formato da tutti i partiti: ma operarono su questo piano senza consultare né gli inglesi, né i sovietici e nemmeno lo stesso Badoglio. Tutto venne combinato d'intesa fra i rappresentanti americani, Bonomi e il principe Umberto, appena insediato nella sua poltrona di Luogotenente. Churchill reagì furiosamente; Badoglio cercò di salvare il salvabile, ma tutti dovettero rassegnarsi alla svolta imposta in modo così sorprendente (cfr. doc. 16). Bonomi pagò subito il suo debito verso gli americani mettendo in movimento il processo che avrebbe portato alla convocazione dell'Assemblea costituente. Il 25 giugno 1944, uno dei suoi primi atti fu l'emissione del decreto luogotenenziale n.151 con il quale, per l'appunto, veniva assunto l'impegno a convocare, alla fine delle ostilità, un'Assemblea costituente che avrebbe determinato la futura "forma di governo" dell'Italia. Nel valutare la portata di questo decreto, che fu dal punto di vista procedurale un punto di partenza necessario a far divenire problema interno all'ordinamento giuridico italiano ciò che prima era stato solo l'oggetto di accordi internazionali, e che, curiosamente, finì col diventare il decreto mediante il quale un Luogotenente del regno apriva la strada alla Repubblica, senza spezzare la continuità del regime, nel valutare la portata di questo decreto si deve però tener presente che in nessun modo esso rappresentava un impegno di Bonomi o degli americani a favore della monarchia. Bonomi lo chiarì scrivendo al presidente della Commissione alleata (il contrammiraglio Ellery Stone) che l'Assemblea avrebbe dovuto redigere una nuova costituzione ma che la scelta tra la forma monarchica e quella repubblicana di governo restava ancora impregiudicata e il nodo veniva rinviato a un momento successivo, poiché non si diceva in alcun modo chi dovesse compiere tale scelta: se la Costituente o un referendum popolare (cfr. doc. n. 17). Le pressioni americani e britanniche a favore di Casa Savoia avevano in quel momento un peso quasi risolutivo. Il decreto n. 151 aprì una fase di "tregua istituzionale" che, salvo alcune increspature, durò sino alla fine della guerra. La liberazione del Nord, l'entusiasmo della Resistenza, la pressione antimonarchica esercitata dai suoi esponenti ebbero efficacia nel portare alla sostituzione di Bonomi con un repubblicano deciso, quale era Ferruccio Parri, il primo ministro italiano del primo governo dell'Italia riunificata. Ma anche in questo caso, l'apparente successo era corroso all'interno dalle diatribe di coloro che cercavano di frenare il cambiamento nella continuità (poiché di ciò si trattava). Il governo Parri durà solo fino al dicembre 1945. Poi ebbe inizio l'èra dei governi De Gasperi. Toccò a De Gasperi sciogliere il nodo che Bonomi gli aveva lasciato in eredità. Il capo della democrazia cristiana doveva affrontare una situazione difficile. I partiti di sinistra erano repubblicani; ma la Democrazia cristiana, sebbene in maggioranza repubblicana, aveva un elettorato diviso sul problema istituzionale; e del pari i liberali erano assai sensibili alle argomentazioni monarchiche. Solo in apparenza gli alleati, che ormai avevano scarsi poteri su un'Italia ritornata quasi indipendente, rimasero neutrali. Britannici e americani fecero il possibile per orientare la scelta a favore della monarchia, poiché temevano che un regime repubblicano sarebbe stato più facilmente controllato dai comunisti (cfr.: doc. 18). Lo strumento tecnico attorno al quale ruotava tale questione consisteva nella determinazione dell'organo al quale affidare la scelta: l'Assemblea costituente avrebbe senza dubbio votato (si pensava) a favore della repubblica. Un referendum popolare, che forse era in contrasto con la lettera del decreto 151 ma che avrebbe risolto i dubbi di un partito lacerato come la DC, veniva presentato come il metodo più democratico. In realtà esso era voluto soprattutto da coloro che speravano nella popolarità della monarchia come istituzione in molti ambienti del ceto dirigente italiano e, più ancora, nella possibilità di far pesare sul popolo meno esperto di politica, e appena ritornato alla prassi democratica, il timore del "salto nel buio", cioè l'incertezza verso ciò che la repubblica rappresentava rispetto alle, pur tristi, certezze istituzionali del regime monarchico. De Gasperi riuscì a far prevalere la tesi del referendum e il risultato, che assegnò di stretta misura la vittoria alla Repubblica, mise in evidenza che se Casa Savoia non aveva radici profonde nella società italiana (come si capì negli anni successivi al 1946), la paura dell'ignoto era pur sempre un elemento dominante la politica italiana. Il cambiamento istituzionale contro il quale forze poderose avevano operato (in primo luogo britannici e americani) segnò che la volontà di cambiare aveva la meglio rispetto ai timori di molti. I partiti ne avrebbero dovuto tener conto durante la redazione della Carta costituzionale, affidata all'Assemblea eletta lo stesso giorno del referendum.

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