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schede
il quadro storico-giuridico e i principi ispiratori della Costituzione

riferimento alla relazione del prof. Ugo De Siervo

schede (B) a cura del prof. Stefano Bertelli


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   STATO DEMOCRATICO, STATO DI DIRITTO, STATO SOCIALE

      Si tratta di forme di stato. La "forma di stato" è «il modo in cui lo stato risulta strutturato nella sua totalità, e in particolare come si atteggiano i rapporti fra i suoi elementi costitutivi [autorità, popolo, territorio]» (Costantino Mortati); è come si configura lo stato nel suo complesso e il tipo di rapporti che intercorrono fra stato e cittadini.
      A seconda dei punti di vista si possono distinguere, astraendo e semplificando, lo stato assoluto dallo stato di diritto; lo stato liberale o legale dallo stato democratico o costituzionale; lo stato democratico da quello autoritario e da quello totalitario; lo stato liberale-liberista, dallo stato sociale e dallo stato socialista; lo stato accentrato da quello decentrato e autonomista; lo stato nazionalista da quello internazionalista; lo stato unitario da quello regionale e da quello federale.

      Lo stato assoluto (legibus solutus, cioè sciolto dall'osservanza della legge) si ha quando lo stato, e per esso il sovrano, detta la legge per i cittadini (che in realtà sono sudditi, si trovano cioè in uno status subjectionis [posizione di sudditanza/soggezione]), ma non la osserva perché è al di sopra della legge. Questa situazione è ben rappresentata dalla famosa frase di Luigi XIV: "l'état c'est moi" che, oltre che "io sono lo stato", potrebbe ben tradursi "la legge sono io", e, d'altra parte, il termine "cittadino", colui cioè che si trova in uno status civitatis [posizione di cittadinanza], nasce con le rivoluzioni borghesi contro l'ancien régime, quella inglese del 1689, quella americana del 1776, quella francese del 1789. Lo stato assoluto è spesso uno stato "personale" (l'autorità si identifica tutta e solo nella persona - "sacra e inviolabile" - del sovrano, che considera "cosa sua" popolo e territorio) ed anche uno stato "patrimoniale" (le "casse" dello stato non si distinguono dalle "tasche" del principe il quale considera suo patrimonio tutti i beni dello stato, nel quale, peraltro, non c'è registrazione né controllo della spesa "pubblica").

      Allo stato assoluto si contrappone lo stato di diritto, nel quale gli stessi organi sovrani che producono la legge vi sono ugualmente sottoposti. In esso compare la separazione dei poteri, quello legislativo affidato al parlamento, quello esecutivo affidato al governo, quello giudiziario affidato ai giudici, e cominciano a comparire alcuni diritti individuali per i cittadini; in esso le sentenze dei giudici e gli atti amministrativi della Pubblica Amministrazione sono subordinati alla legge. Lo stato di diritto si distingue in stato liberale [vedi alla voce "Stato liberale del XIX secolo"] e in stato democratico.

      Lo stato democratico, quale quello delineato, per esempio, dalle costituzioni francese del 1946, italiana del 1948, tedesca del 1949 [vedi alla voce "costituzionalismo del XX secolo"] è uno stato "costituzionale" (cioè più che "legale") in quanto neanche la legge è onnipotente, ma soggetta ai princìpi fondamentali di una costituzione "rigida", non modificabile cioè con legge ordinaria e fonte suprema delle altre fonti del diritto.
      Lo stato democratico, oltre ad essere "di diritto", con separazione dei poteri, con il "principio di costituzionalità", ha le radici stesse della sua sovranità nel popolo (i cittadini) e dunque si caratterizza anche per il suffragio universale e diretto (tutti i cittadini maggiorenni, senza distinzione di sesso, censo e istruzione, eleggono direttamente almeno i membri del Parlamento o di un ramo di esso, con voto "personale e uguale, libero e segreto"). Si ha cioè pluralismo dei partiti politici e libere elezioni, con forme di garanzia per le minoranze che hanno la possibilità, formale e sostanziale, di diventare maggioranza. Si ha il riconoscimento e la protezione dei diritti dell'uomo e l'ampliamento di quelli del cittadino che diviene partecipe, sia pure indirettamente o non sempre direttamente,della conduzione della cosa pubblica (res publica), che si trova cioè in uno status activae civitatis [posizione di cittadinanza attiva/partecipazione].

      Lo stato democratico si distingue da quello autoritario nel quale i diritti degli individui, pochi in realtà, sono condizionati, sottoposti cioè a condizione di conformità con i princìpi informatori dello stato stesso, e finalizzati a un cosiddetto interesse superiore che è lo stato stesso, l'unico che si riconosce creatore di norme (cfr. il positivismo giuridico) e al di sopra di tutti gli altri enti ("superiorem non recognoscens"). In esso i poteri sono solo formalmente separati e l'esecutivo ha la prevalenza sugli altri.
      Lo stato autoritario diventa uno stato totalitario quando pretende di regolamentare "tutta" la vita dei cittadini, anche negli aspetti privati e spirituali. Nello stato totalitario, cui ben si addice la formula "tutto nello stato, niente al di fuori dello stato, nulla contro lo stato", ogni manifestazione è regolamentata: c'è perfino una scienza di stato, un'arte di stato, una morale di stato, un'educazione di stato anche mediante l' "inquadramento" della gioventù. Ma soprattutto si ha uno stato totalitario quando siamo in presenza di un partito unico, l'iscrizione al quale è obbligatoria e i cui organi sono gli organi stessi dello stato (come nel fascismo, nel nazismo, nel comunismo). Lo stato autoritario e totalitario sono spesso anche nazionalisti, sostenitori della loro superiorità sugli altri o per razza, o per cultura, o per ricchezza; talora colonialisti; chiusi in se stessi, autarchici, restii ad accordi internazionali, protezionisti in tema di scambi con l'estero.

      Lo stato democratico è anche, c'è chi dice necessariamente, uno stato sociale (welfare state) equidistante dallo stato liberale-liberista che, sacrificando l'uguaglianza alla libertà, la comunità all'individuo, considera intangibile la proprietà privata e mette al centro dell'economia l'impresa privata, il mercato, il profitto e il non intervento; e dallo stato socialista che, sacrificando la libertà all'uguaglianza, l'individuo al collettivo, sceglie il sistema economico collettivista (i beni strumentali durevoli, o capitali, sono forzatamente di proprietà "collettiva", in realtà statale) e pianifcato (l'intervento dello stato nell'economia è massimo e una autorità centrale stabilisce cosa, quanto, quando, come, dove, per chi produrre). Lo stato sociale sceglie un sistema economico misto che fa coesistere proprietà dei capitali e iniziativa economica sia private che pubbliche; è uno stato che, cercando di coniugare libertà e uguaglianza attraverso la solidarietà e la sussidiarietà, interviene con programmi e controlli, con atti positivi a favore di singoli e gruppi svantaggiati in tema di salute, istruzione, ma soprattutto in tema di assistenza e previdenza, tutela del lavoro e del risparmio con incentivi ("trasferimenti") e con meccanismi perequativi ("stabilizzatori automatici") e redistributivi (ad es. legislazione sociale, sistema pensionistico e assicurativo, progressività dell'imposta sul reddito, etc.).

      Per quanto poi attiene alla ripartizione territoriale del potere e delle funzioni, lo stato democratico è anche, necessariamente, uno stato autonomista e decentrato. Si ha autonomia quando lo stato centrale delega una parte della sua sovranità agli enti territoriali ai quali viene riconosciuto non una semplice potestà amministrativa ma un vero e proprio potere legislativo e regolamentare, sia pure in ambito ristretto per territorio e per competenza di materie da trattare. Le comunità locali, comuni, province e regioni, divengono così veri e propri enti territoriali a sovranità ripartita. Si ha invece decentramento quando lo stato distribuisce le sue proprie funzioni dal centro alla periferia, crea cioè propri uffici disseminati capillarmente sul territorio per assolvere le proprie funzioni a più diretto contatto con i cittadini (ad es. prefetture, provveditorati agli studi, dipartimenti territoriali delle finanze, uffici provinciali IVA, sedi staccate di tribunali, filiali della banca di emissione, etc.). Ovviamente quando non c'è né autonomia né decentramento si parla di stato accentrato.
      Quando lo stato riconosce le autonomie locali inevitabilmente esso si articola in frazioni sub-statali del potere sul territorio e da stato unitario diventa almeno "regionale" quando le regioni hanno potere legislativo con competenza almeno "concorrente", se non addirittura "esclusiva" [vedi alla voce "materie di competenza delle Regioni"]. Quando lo stato centrale si riserva esclusivamente quasi soltanto la personalità internazionale, la politica estera, la difesa esterna e l'ordine pubblico interno, l'ordinamento giudiziario civile e penale e l'amministrazione della giustizia, la politica monetaria, etc. e lascia quasi tutto il resto alle autonomie, si arriva allo stato "federale", cioè uno stato di stati.
      Dunque dalla nostra Costituzione, l'Italia, in base a quanto detto, appare uno stato di diritto (cfr. ad es. artt. 1, 2, 13/28, 101, 102, 104, 107, 108 Cost.), costituzionale (cfr. ad es. artt. 134, 136, 137, 138 Cost.), democratico (cfr. ad es. artt. 1, 2, 6, 8, 39, 40, 48, 49, 50, 51, 55, 56, 57, 58, 71, 75 Cost.), sociale (cfr. ad es. artt. 3, 4, 9, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 41, 42, 43, 44, 45, 46, 47 Cost.), decentrato e autonomista (cfr. ad es. artt. 5, 97, 98, 114/133 Cost.), pacifico e internazionalista (cfr. ad es. artt. 7 [per i Patti Lateranensi vedi Trattato e Concordato del 1929], 10, 11 Cost.).

      Sullo stato democratico in generale, fra i tanti, si può vedere almeno



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    CULTURA POLITICA DI ISPIRAZIONE CATTOLICA

      Era rappresentata all'Assemblea Costituente dai deputati della Democrazia Cristiana, fra i quali spiccavano i nomi di Gaspare Ambrosini, Giulio Andreotti, Giuseppe Bettiol, Giambattista Bosco Lucarelli, Pietro Campilli, Renato Cappugi, Giuseppe Codacci Pisanelli, Emilio Colombo, Camillo Corsanego, Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Igino Giordani, Guido Gonella, Giovanni Gronchi, Stefano Jacini, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Giovanni Leone, Raimondo Manzini, Enrico Medi, Lodovico Montini, Aldo Moro, Costantino Mortati, Giulio Pastore, Attilio Piccioni, Giuseppe Rapelli, Mariano Rumor, Oscar Luigi Scalfaro, Mario Scelba, Antonio Segni, Giuseppe Spataro, Ferdinando Storchi, Paolo Emilio Taviani, Giuseppe Togni, Egidio Tosato, Umberto Tupini, Ezio Vanoni, Benigno Zaccagnini.
     
      Tale cultura portava avanti le idee del personalismo, della socialità, solidarietà, sussidiarietà, della protezione della famiglia, della "funzione sociale" e diffusione della proprietà, della valorizzazione delle comunità intermedie, della libertà di religione e di insegnamento, etc.



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    DIRITTO POSITIVO

      Con questa espressione si intende il diritto statuale effettivamente vigente (jus in civitate positum), quello "positum", cioè posto dallo stato, in un certo luogo in un certo periodo (così spazialmente e temporalmente connotato equivale a "ordinamento giuridico", complesso delle norme giuridiche formalmente esistenti e realmente vigenti in un determinato luogo in un determinato momento).
      Dal riconoscimento del diritto positivo come unico diritto esistente nasce il "positivismo giuridico", corrente di pensiero che identifica appunto tutto il diritto solo con il diritto positivo, quello cioè "posto" dalla volontà della legge ed effettivamente vigente nello stato.
      Tale corrente di pensiero si contrappone al "giusnaturalismo", che considera invece anche il "diritto naturale".
      Esponenti del positivismo giuridico sono stati, fra gli altri, negli anni '20-'40 di questo secolo:

  • Hans Kelsen (di cui si veda almeno: "Lineamenti di dottrina pura del diritto" - Torino, Einaudi, 1967-pp. 228)

  • Santi Romano (di cui si veda almeno: "L'ordinamento giuridico" - Firenze, Sansoni, 1977-pp. 236)



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    DIRITTO NATURALE

      Insieme di regole non scritte, considerate universali e necessarie, iscritte nella "natura umana", preesistenti al diritto positivo, e non sempre coincidenti con esso, riconoscibili in ogni tempo e in ogni luogo come patrimonio della ragione e della morale degli uomini, il cui fondamento etico ha, per alcuni, radici religiose.
      Dal riconoscimento dell'esistenza del diritto naturale nasce il "giusnaturalismo", corrente di pensiero (le cui radici risalgono agli stoici e a Cicerone e poi a Sant'Agostino e San Tommaso), particolarmente viva nei secoli XVII-XVIII (con Altusio e Grozio fra i maggiori esponenti), che, pur nelle diverse espressioni ha almeno in comune il riconoscimento, appunto, dell'esistenza del diritto naturale e della sua prevalenza etica su quello positivo in caso di contrasto (vedi il mito di Antigone e la risposta di Pietro al Sinedrio in Atti degli Apostoli 4, 18-20).
     
      Sul diritto naturale si veda almeno, per questo secolo,

  • Jacques Maritain: "I diritti dell'uomo e la legge naturale" - Milano, Vita e Pensiero, 1977 - pp.116.
Per una visione non giusnaturalistica dei diritti umani si veda
  • Norberto Bobbio: "L'età dei diritti" - Torino , Einaudi, 1992 - pp. 272.



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    DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

      E' un corpus di idee e proposte operative giuridico-politico-economico-sociali che la Chiesa cattolica ha offerto soprattutto fra il 1891 e il 1991 ai suoi fedeli in tema di persona e diritti umani, società, bene comune, solidarietà, pluralismo, partecipazione politica, democrazia, proprietà dei beni, lavoro, risparmio, rapporti internazionali, etc., attraverso le encicliche papali (lettere "magisteriali" del Romano Pontefice, su argomenti dottrinali e pastorali, inviate pubblicamente, inizialmente ai vescovi e al clero, e poi anche a tutti i cristiani e agli uomini "di buona volontà") e altri documenti ufficiali dei Concilii Ecumenici, delle Commissioni Pontificie e delle Conferenze Episcopali.
     
      In essa si afferma la destinazione universale dei beni e dunque la "funzione sociale" della proprietà; il riconoscimento della liceità della proprietà privata quale conseguenza del risparmio a sua volta frutto del lavoro, ma al contempo la liceità dell'espropriazione a fini di utilità generale e liceità della proprietà collettiva; il valore preminente della persona umana (preesistente al cittadino); la naturalità della famiglia (preesistente allo stato); l'obbligo della "giusta mercede" ai lavoratori; la preminenza del lavoro sul capitale; il valore delle comunità intermedie fra individuo e stato (famiglia, ecclesia, associazione, partito, sindacato); la libertà coniugata all'uguaglianza attraverso la solidarietà; il principio di sussidiarietà per cui lo stato può, e deve, intervenire ma solo se e quando i singoli e i gruppi sono incapaci da soli di raggiungere i loro scopi; il valore delle comunità intermedie oltre a quello dell'individuo, e della persona oltre a quello della collettività; la libertà di religione, di culto, di educazione, di insegnamento; la negazione, per un verso, dell'onnipotenza e assoluta libertà morale dell'individuo e, per l'altro, della "statolatria", etc. Insomma una specie di "terza via", equidistante dal liberalismo-liberismo e dal socialismo marxista, "spiritualizzata" alla luce del Vangelo. Trattasi in realtà di una morale sociale, economica, giuridica, religiosamente fondata, più che di una teoria politica.
     
      Queste idee e proposte sono, prima e più di tutto, ricavate dalle Sacre Scritture e poi dall'insegnamento dei Padri della Chiesa e dal Magistero tradizionale dei papi e dei vescovi.
     Sono oggi contenute soprattutto nei seguenti documenti:

  • "Rerum novarum" (Leone XIII, 1891);
  • "Quadragesimo anno" (Pio XI, 1931);
  • Radiomessaggio della Pentecoste (Pio XII, 1941);
  • Radiomessaggio di Natale (Pio XII, 1942);
  • Discorso della Pentecoste (Pio XII, 1943);
  • "Mater et magistra" (Giovanni XXIII, 1961);
  • "Pacem in terris" (Giovanni XXIII, 1963);
  • "Gaudium et spes" (Concilio Ecumenico Vaticano II, 1965);
  • "Populorum progressio" (Paolo VI, 1967);
  • "Octogesima adveniens" (Paolo VI, 1971);
  • "Laborem exercens" (Giovanni Paolo II, 1981);
  • "Sollicitudo rei socialis" (Giovanni Paolo II, 1987);
  • "Centesimus annus" (Giovanni Paolo II, 1991).

      Naturalmente i costituenti di parte cattolica, per ovvii motivi cronologici, furono influenzati solo dalla "Rerum novarum", dalla "Quadragesimo anno" e dai messaggi e discorsi di Pio XII:
radiomessaggio della Pentecoste 1941 sull'uso dei beni, il lavoro e la famiglia
radiomessaggio del Natale 1942 sull’ordine interno degli Stati e dei popoli
discorso agli operai nella Pentecoste del 1943

      Anche la visione della politica, il disegno della struttura dello stato, la trattazione dei problemi internazionali, furono - per i costituenti democristiani - influenzati da altri documenti pontifici, non tanto di dottrina sociale, quanto più propriamente politici, quali le encicliche di Pio XI contro i totalitarismi ("Non abbiamo bisogno" del 29 giugno 1931 contro il fascismo e la statolatria; "Mit brennender Sorge" del 14 marzo 1937 contro il nazismo; "Divini Redemptoris" del 19 marzo 1937 contro il comunismo; "No es muy conocida" del 28 marzo 1937 contro il totalitarismo statale instaurato dalla rivoluzione messicana) e i discorsi di Pio XII:

discorso del Natale 1940 sui presupposti dell'ordinamento internazionale;
radiomessaggio del Natale 1941 sulle basi di una pace giusta e duratura;
sermone ai cardinali e vescovi della curia romana del Natale 1944 sul valore della democrazia.

     
      Ricchissima è la bibliografia sulla "dottrina sociale della Chiesa". Qui si danno solo alcune indicazioni di volumi agili e recenti:

  • J. Höffner: "La dottrina sociale cristiana" - Roma, Paoline, 1986;
  • F. De Laubier: "Il pensiero sociale della Chiesa cattolica" - Milano, Massimo, 1986;
  • AA.VV.: "L'insegnamento sociale della Chiesa - Atti del 58º corso di aggiornamento culturale dell'Università cattolica" (Brescia, 11-16 settembre 1988) - Milano, Vita e Pensiero, 1988 - pp. 324;
  • T.Herr: "La dottrina sociale della Chiesa. Manuale di base" - Casale Monferrato, Piemme, 1988;
  • J.M.Ibañez Langlois: "La dottrina sociale della Chiesa. Itinerario testuale dalla Rerum novarum alla Sollicitudo rei socialis" - Milano, Ares, 1989;
  • E.Combi - E.Monti: "Fede cristiana e agire sociale" - Milano, IPL, 1994;
  • G. Morra: "La dottrina sociale della Chiesa. Natura, finalità e principi essenziali." - Roma, Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo, 1996
  • E. Giovacchini (a cura di): "La dottrina sociale della Chiesa. Storia, contenuti, attualità." - Pisa, Fondazione Toniolo / Pontedera, Bandecchi & Vivaldi, 1997 - pp. 174.

      Tutti i testi delle encicliche sociali sono raccolti in Raimondo Spiazzi, o.p. (a cura di): "Dalla Rerum novarum alla Centesimus annus. Le grandi encicliche sociali" - Milano, Massimo, 1991 - pp. 864.
      Una buona edizione della "Centesimus annus" e della "Rerum novarum", con introduzioni, confronti, commenti, analisi storica della dottrina sociale della Chiesa, è quella curata da mons. Franco Biffi per le edizioni Piemme (Casale Monferrato, 1991, pp. 190).
      Una rivista specializzata sulla dottrina sociale della Chiesa (DSC) è "La società. Studi, ricerche, documentazione sulla DSC" - Ed. Cercate, Verona - trimestrale dell'Associazione Pier Giorgio Frassati.



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    PARTITI DI ISPIRAZIONE MARXISTA

      Erano all'Assemblea Costituente il Partito Comunista Italiano nel quale spiccavano i nomi di Giorgio Amendola, Giuseppe Di Vittorio, Antonio Giolitti, Leonilde Iotti, Luigi Longo, Concetto Marchesi, Teresa Mattei, Umberto Nobile (sia pure in posizione autonoma come "esterno"), Gian Carlo Pajetta, Antonio Pesenti, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Emilio Sereni, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti; e il Partito Socialista Italiano (con il Psiup e il Psli) nei quali spiccavano i nomi di Leonetto Amadei, Lelio Basso, Walter Binni, Alessandro Bocconi, Giuseppe Canepa, Domenico Chiaramello, Gustavo Ghidini, Edgardo Lami Starnuti, Alcide Malagugini, Pietro Mancini, Rodolfo Morandi, Francesco Musotto, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Luigi Preti, Giuseppe Romita, Paolo Rossi, Giuseppe Saragat, Ignazio Silone, Roberto Tremelloni, Paolo Treves, Mario Zagari.
     
      Tali partiti portavano avanti idee quali quella di indirizzare l'economia a fini sociali attraverso il controllo statale di essa (rinunciando alla proposta della socializzazione dei mezzi di produzione); l'idea di uguaglianza; la centralità del lavoro e la difesa dei lavoratori; la funzione giuridico-istituzionale del partito; l'idea di uno stato forte capace di imporre le grandi riforme sociali, etc.



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    PARTITI DI ISPIRAZIONE LIBERALE

      Erano rappresentati all'Assemblea Costituente da tanti piccoli partiti laici liberal-democratici e repubblicani quali l'Unione Democratica Nazionale, il Partito Repubblicano Italiano, il Partito Liberale Italiano, il Blocco Nazionale della Libertà, la Concentrazione Democratica Repubblicana, etc., fra i quali spiccavano i nomi di Vittorio Badini Confalonieri, Ivanoe Bonomi (gruppo misto), Aldo Bozzi, Francesco Caroleo, Mario Cevolotto, Epicarmo Corbino (gruppo misto), Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giuseppe Fusco, Luigi Gasparotto, Giuseppe Grassi, Arturo Labriola, Ugo La Malfa, Roberto Lucifero, Gaetano Martino, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando (gruppo misto), Giuseppe Paratore, Ferruccio Parri, Tomaso Perassi, Meuccio Ruini (gruppo misto), Carlo Sforza.

      Essi erano portatori dei valori della libertà individuale, della non invadenza dello stato, della laicità dello stato, dell'iniziativa economica privata, etc.

      Comprendiamo in quest'area vasta anche il Partito d'Azione, da considerare però, più correttamente, di ispirazione liberal-socialista / social-democratica, maggiori rappresentanti del quale all'A. C. furono Piero Calamandrei, Tristano Codignola, Riccardo Lombardi, Emilio Lussu, Leo Valiani.



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    PERSONALISMO

      Corrente di pensiero cattolico, soprattutto francese, della prima metà del '900, contraria alla dottrina liberale e alla dottrina marxista, portatrice dell'idea della dignità e della centralità della persona umana e della necessità della sua valorizzazione; delle libertà e diritti dell'uomo prima ancora di quelli del cittadino; della non riducibilità dell'uomo, essere eminentemente spirituale, alla sola dimensione materiale; della necessità di promuovere la giustizia sociale e l'uguaglianza sostanziale oltre alla libertà formale.
      "Una dottrina etico-politica che insiste sul valore assoluto della persona e sui suoi legami di solidarietà con le altre persone, in polemica contro il collettivismo da un lato, [...] e contro l'individualismo dall'altro [...]" (Nicola Abbagnano).

      I maggiori esponenti furono:

  • Emmanuel Mounier (di cui si veda almeno: "Il personalismo" (1936 e 1947) - Roma, AVE, 1964 - pp. 172)

  • Jacques Maritain (di cui si veda almeno: "I diritti dell'uomo e la legge naturale" (1942) - Milano, Vita e Pensiero, 1977 - pp. 116).
     Vedi anche A. Rigobello, G. Mura, M. Ivaldo: "Il personalismo" - Roma, Città Nuova, 1975 - pp. 324.

      La concezione personalistica che riguarda la società come un insieme di persone la cui dignità è anteriore alla società stessa, è però necessariamente una concezione comunitaria (la persona tende naturalmente alla socialità ed alla solidarietà), ed anche una concezione pluralista (lo sviluppo della persona umana esige una pluralità di comunità autonome).
      Tale concezione si può ritrovare negli artt. 2, 3, 13, 16, 17, 18, 19, 21, 29/34, 35, 36, 37, 38, 39, 48, 49, 50, 51 della Costituzione Italiana.



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    VALORIZZAZIONE DELLE COMUNITA' INTERMEDIE

      E' il rilievo dato ai gruppi intermedi fra l'individuo e lo stato (famiglia, "ecclesia", partito, sindacato, associazione culturale, fondazione economica, comunità scolastica, ente locale, etc.) e la conseguente previsione di libertà e diritti per tali comunità. E' la conseguenza della "dottrina sociale della Chiesa" e del "personalismo" . Ne sono esempi nella nostra Costituzione gli artt. 2, 5, 6 ,8, soprattutto l'art. 18 (libertà di associazione) e quelle che possono considerarsi sue espansioni: l' "ecclesia" (art. 19), la famiglia (art. 29), il sindacato (art. 39), il partito (art. 49); ma anche gli artt. 45 (la cooperazione) e 46 (la cogestione).



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    SOCIALITA', SOLIDARIETA'

      E' il riconoscimento che l'uomo è naturalmente un essere che tende alla comunità, a stare in società. Di consegueza la persona è portata ad essere rivolta verso gli altri (altruismo contro egoismo) ad essere solidale (cfr il motto "uno per tutti e tutti per uno"). Sono anch'essi valori portanti della "dottrina sociale della Chiesa" e del "personalismo", ma anche delle dottrine socialiste che rifiutano il materialismo e l'economicismo marxista e lo statalismo leninista. I princìpi sopra detti si possono ritrovare nella nostra Costituzione negli artt; 2, 4, 10, 11, 29/32, soprattutto 38 (assistenza e previdenza), 39, 41/45, ma anche 52/54 (i doveri del cittadino). Da tali princìpi deriva lo "stato sociale" (welfare) [vedi il comma "stato sociale" alla voce "stato democratico, stato di diritto, stato sociale"].



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    SUSSIDIARIETA'

      E' quasi un complemento della solidarietà ed è il principio in base al quale un soggetto più forte interviene solo se e quando il soggetto cui spetterebbe in primis di decidere ed agire non lo fa, perché non sa o non vuole, o lo fa con ritardi o difetti.
     Il principio fu enunciato per la prima volta da Pio XI nell'enciclica "Quadragesimo anno" (1931), ribadito poi da Giovanni XXIII nella "Mater et magistra" (1961), riguardo all'intervento dello stato rispetto alle decisioni e alle azioni dei "gruppi intermedi" [vedi alla voce "Valorizzazione delle comunità intermedie"] e in primo luogo la famiglia e le aggregazioni sociali.
      E' un'applicazione del "primato" della persona che, insieme agli altri nelle famiglie, nei corpi intermedi, nelle imprese, nelle comunità locali, deve essere protetta dal pericolo di perdere la legittimazione della sua autonomia in politica, in economia, nella cultura. Cfr artt. 2, 5, 30, 33, 41, 42, 43, 49 Cost.
      In campo economico, da un punto di vista laico, il principio di sussidiarietà è sostenuto da J.M. Keynes in "La fine del lasciar-fare" (1926).
      Il principio di sussidiarietà è istituzionalizzato dal Trattato di Maastricht (art. G5) nei confronti delle decisioni della Comunità Europea rispetto a quelle dei singoli stati membri (cfr. Trattato CE, art. 3B) [vedi anche alla voce "principio di sussidiarietà" riferita alla relazione "Costituzione italiana e istituzioni europee"].



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    PLURALISMO

      «Nel linguaggio politico si chiama pluralismo quella concezione che propone come modello una società composta da più gruppi e centri di potere, anche in conflitto tra loro, ai quali è assegnata la funzione di limitare, controllare, contrastare il centro di potere dominante identificato storicamente con lo Stato» (Norberto Bobbio).
      Ci sono visioni diverse del pluralismo: quella socialista, quella liberal-democratica, quella cristiano-sociale.
      Pluralismo delle istituzioni significa che devono esserci diversi centri di decisione, diverse autorità, diversi organismi attivi, diversi raggruppamenti autonomi, cioè più organi, più partiti, più sindacati, più Chiese, più scuole, più associazioni, più imprese, più giudici, più emittenti radiotelevisive, più testate giornalistiche, più idee scientifiche, più correnti artistiche, etc. Pluralismo nelle istituzioni significa che nessuna istituzione pubblica dotata di poteri autoritativi, o almeno certificativi, può avere una sola ideologia ufficiale, né essere composta di persone che hanno un'unica idea-cultura.

      Sono esempi del principio pluralista nella nostra Costituzione gli artt. 2, 5, 8, 18, 19, 21, 29, 30, 33, 34, 39, 41, 42, 43, 48, 49, 55, 70, 92, 93, 95, 104, 107, 114.



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    RIFIUTO DELLA GUERRA

      Il nostro stato è definibile come pacifico in quanto «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (ex art. 11 Cost.); non proprio pacifista, perché ammette la guerra di difesa e partecipa ad alleanze militari, o forse pacifista solo nel senso che «consente, in condizione di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni» (ex art. 11 Cost.)



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    L'ORDINAMENTO INTERNAZIONALE E LE ORGANIZZAZIONI SOVRANAZIONALI

      «L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.» (ex art. 10 Cost.).
      «L'Italia [...]consente, in condizione di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.» (ex art. 11 Cost.).
      L'Italia partecipa a organizzazioni internazionali quali (in ordine cronologico di adesione ad esse) la NATO, il Consiglio d'Europa, l'ONU e tutte le sue agenzie specializzate (FAO, OIL, UNESCO, OMS, UNICEF, ACNUR, FMI, BIRD), l'OCSE, la CSCE, il SEE, la WTO, e all'unica organizzazione sovranazionale esistente e di cui è stata cofondatrice, cioè l'UE (e la CE).

      [vedi alle voci "Unione Europea", "Comunità Europea" del percorso didattico relativo a "Costituzione italiana e Istituzioni europee", ma anche l'intero testo della relazione della prof.ssa Morviducci].



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    RIGIDITA' COSTITUZIONALE

      Le Costituzioni si distinguono in "scritte" (cioè contenute in un unico, solenne, atto scritto, completo, ufficiale, come sono tutte quelle vigenti) e "non scritte" (c'è solo il caso della "Costituzione Britannica" che non è un unico documento, ma è composta di alcune vecchie "carte", quali (a partire dalla Magna Charta del 1215) la Petizione dei diritti del 1628, l'Habeas corpus del 1679, il Bill of rights del 1689, l'Act of settlement del 1701, e tutta una serie successiva di leggi e sentenze, nonché alcune consuetudini, che compongono il corpus costituzionale inglese).
      Ancora, le Costituzioni si distinguono in "deliberate" o "votate" (come sono tutte quelle del '900), quando sono state prodotte da una speciale Assemblea Costituente eletta appositamente a suffragio universale e diretto, e "concesse" o "elargite" o "octroyées" (come furono quelle dell' '800), preparate da ristretti gruppi di esperti e "gentilmente" concesse dai sovrani ai "sudditi" onde prevenire ulteriori e maggiori richieste dal basso (si veda la formula con cui Carlo Alberto concedeva al Regno di Sardegna lo Statuto nel 1848: "Con lealtà di Re e con affetto di padre [...] ai nostri amatissimi sudditi [...] prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del Nostro cuore [...] di Nostra certa scienza, Regia autorità [...] abbiamo ordinato ed ordiniamo in forza di Statuto e Legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile, della Monarchia, quanto segue: ...").
      Le Costituzioni si distinguono poi in "lunghe" [vedi alla voce "ambiziose"] (come sono quelle del '900), in cui si dà largo spazio ai diritti dell'uomo e del cittadino, posti in posizione di rilievo nella carta, e "corte" (come furono quelle dell' '800) che si limitano a delineare l'organizzazione dello stato e concedono pochi e limitati diritti individuali, peraltro posti in margine alla carta.
      Ma soprattutto le Costituzioni si distinguono in "rigide" (come sono in genere quelle del '900) quando non sono modificabili con legge ordinaria ma con legge speciale ("costituzionale") che richiede un iter aggravato, con più approvazioni a distanza di tempo, con maggioranze più elevate, con eventuale "ratifica" popolare, e quindi si pongono alla testa di tutte le altre norme come fonti più alte di tutte e come norme più forti di tutte, dando così luogo ad una "gerarchia" delle fonti; e in "flessibili" o "elastiche" (come furono tutte quelle dell' '800) quando hanno efficacia pari alla legge ordinaria e quindi da essa modificabili o contraddicibili.
      La nostra Costituzione è scritta, votata, lunga, rigida.

      La rigidità di una costituzione è massima garanzia della sua non modificabilità ad ogni cambiamento di maggioranza parlamentare o di coalizione di governo, in quanto contiene i princìpi supremi e le regole fondamentali in cui si deve riconoscere una maggioranza più ampia di quella al potere perché esse non sono "di parte" e si possono modificare solo eccezionalmente e con larghissimo accordo fra tutte le forze politiche (cfr. art. 138 e 139 Cost.).



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    APPOSITI ORGANI DI NATURA GIURISDIZIONALE

      L'ovvia conseguenza della rigidità costituzionale che fa di una Costituzione la fonte più alta di tutte e la norma più forte di tutte, e dunque la prima in ordine gerarchico, non modificabile da legge ordinaria ma solo con procedimento speciale aggravato, è che nessuna norma inferiore può contraddirla o essere in contrasto con essa.
      Ma affinché quest'ultima condizione sia rispettata occorre prevedere una speciale corte giudicante, distinta da tutte le altre, che abbia il compito di verificare, preventivamente o successivamente, la "costituzionalità" delle leggi del Parlamento e dei decreti del Governo aventi forza di legge, cioè la loro conformità alla "lettera" e allo "spirito" di tutti gli articoli della Costituzione, e che, se non li trova conformi, abbia la possibilità di " cancellarli" dall'ordinamento giuridico con effetto immediato.
      Tale organo di natura giurisdizionale di garanzia costituzionale è, in Italia, la Corte Costituzionale (vedi artt. 134, 135, 136, 137 Cost.), ma molti degli stati democratici moderni con costituzioni rigide (specialmente quelli europei usciti dai fascismi - metà anni '70, e quelli usciti dai comunismi - fine anni '80 / inizio anni '90) hanno lo stesso organo (cfr. ad es., tra gli altri, il Conseil Constitutionnel francese, la Bundesverfassungsgericht tedesca, il Tribunal Constitucional spagnolo, il Tribunale Costituzionale polacco e in particolare, la Supreme Court degli Stati Uniti, probabilmente il più vecchio esempio, ancora in funzione, dell'organo di giustizia costituzionale).
      La Corte Costituzionale giudica della legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni (vedi artt. 134, 136, 137 Cost.), con sentenza o pronuncia di incostituzionalità sia a seguito di ricorsi incidentali che promossi in via principale (vedi L. cost. 9/II/1948 n. 1, L. cost. 11/III/1953 n. 1, L. 11/III/1953 n. 87).
      La Corte Costituzionale giudica anche sui "conflitti di attribuzione" e sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica (vedi art. 134 e 135 u.c. Cost. e L. 25/I/1962 n. 20 e L. 10/V/1978 n. 170). Infine la Corte Costituzionale giudica dell' "ammissibilità" delle proposte di referendum popolare abrogativo (vedi art. 2, L. cost. 11/III/1953 n. 1 e artt. 32/33, L. 25/V/1970 n. 352).
      Per la composizione della Corte Costituzionale, che entrò in funzione solo agli inizi del 1956, vedi art. 135 Cost., come modificato da L. cost. 22/XI/1967 n. 2.