ACTA APOSTOLICAE SEDIS

COMMENTARIUM OFFICIALE

1944

ACTA PII PP. XII

SERMO

Quem ssmus d. n. pius pp. xii habuit die xxiv mensis decembris a. mcmxliv, in pervigilio nativitatis d. n. Jesus Christi, adstantibus emis pp. dd. cardinalibus et excimis dd. episcopis ac romanae curiae praelatis.

Gratitudine paterna

In questa vigilia del Santo Natale e all'approssimarsi del nuovo anno, il nobile impulso dei vostri cuori, più ancora che una usanza tradizionale, vi ha condotti, Venerabili Fratelli e diletti Figli, alla casa del Padre comune dei fedeli. Voi che, durante l’anno che volge al tramonto, Ci avete assistiti coi vostri saggi consigli e con la vostra assidua collaborazione, avete voluto ora offrirCi il dono delle vostre fervorose preghiere e dei vostri auguri, espressi con tanta deferente bontà, con tanta freschezza e con cosi chiaro accento, dal vostro eminente interprete, il venerando Signor Cardinale Decano del Sacro Collegio: avete voluto far sentire a chi porta sulle sue deboli spalle, in tempi così difficili, il peso del Supremo Ministero Apostolico, che nell'adempimento di un ufficio ognor più vasto e gravoso egli più sempre contare sul concorso di tutte le vostre forze consacrate al servigio di una così augusta causa. A tanta vostra devozione e fedeltà, a tanto zelo operoso, esercitato da voi negli uffici che vi sono assegnati nella milizia di Cristo, come potrebbe altrimenti corrispondere il Nostro cuore paterno, se non con un vivo sentimento di soddisfazione e di gratitudine verso di voi, e soprattutto di umile riconoscenza al Padre dei lumi, che ha fatto discendere con profusione nelle vostre anime lo Spirito del Figlio suo, Sommo ed Eterno Sacerdote?

Molteplici difficoltà cagionate della guerra

Quanto più la guerra si prolunga, tanto più le gravi e molteplici difficoltà, che essa crea, impediscono pur troppo di provvedere, secondo le migliori tradizioni del passato e l’attesa dei popoli che formano l’universalità della Chiesa, a non poche vacanze, che si sono dolorosamente prodotte nella Curia Romana e fuori di essa. Né meno intensamente Ci affliggono gli ostacoli che rendono più difficile o, per molte parti, del tutto impossibile la venuta dei Vescovi nella Eterna Città per venerare il sepolcro di Pietro e visitare il suo per quanto indegno Successore; visita che è simbolo e sostegno potente della unione di tutti i membri della Chiesa col suo Capo visibile. Noi attendiamo con ansia il giorno in cui, fattasi libera da ogni Paese la via verso Roma, potremo qui salutare i Nostri venerabili Fratelli e conferire con loro intorno alle necessità, finora non mai in tal grado conosciute, e ai formidabili problemi, a risolvere i quali, dopo la guerra, in ogni parte del mondo, con speciale riguardo, anche ai territori di missione, la Chiesa dovrà portare la sua sollecita mano.

Visioni dell'anno che volge al suo termine

Non soltanto negli annali dell'Urbe, ma nel più intimo dell'anima di tutto il popolo romano é incisa a caratteri indelebili, quasi con bulino di acciaio, la storia dell'anno ormai vicino al suo termine.

Anno di cocenti angustie e di gravi pericoli, fin dal cui inizio la tragica sorte toccata ad altre città, ridotte nd un cumulo di macerie e di ceneri, si librava come imminente minaccia sui sacri colli, donde sono fluiti sull'umanità, sulla cristianità, benefici imperituri. Anno di tangibile e generosa protezione, durante il quale l’angelo sterminatore, che già, brandiva la spada, é passato risparmiando gli orrori della devastazione al suolo santificato dal sangue dei Principi degli Apostoli e di tanti martiri.

Anno di ansie per i vostri cuori, inquieti non solo per i pericoli esteriori della guerra, ma soprattutto per la sorte, la sicurezza e la libertà di questa Sede Apostolica, nell'esercizio indisturbato di tutti quei diritti e doveri che, al di sopra dei conflitti terreni, sono inerenti alla sua missione universale in bene delle anime.

Con animo riconoscente e commsso verso il misericordioso Signore noi vediamo quest'anno, così colmo di fatiche e di affanni, di dolori e di consolazioni, di prove e di grazie interiori, immergersi nell’oceano della eternità. E con una fiducia che i trascorsi pericoli hanno resa ancor più salda, il Nostro sguardo si volge verso il Magni consilii Angelus che Ci é stato dato nella grotta di Betlemme, e sotto la sua guida benefica, senza pusillanime timidezza, affrontiamo il lavoro e il travaglio, che Ci riserva l’avvenire in mezzo alla dolorante umanità.

Trasformazioni esteriori e spirituali dell’umanità

Questa umanità, Venerabili Fratelli e diletti figli – possiamo easerne tutti persuasi – all'uscire dalla guerra non solo troverà condizioni di vita profendamente mutate, ma soprattutto spiritualmente mostrerà un volto ben diverso da quello di prima del conflitto.

Le carte geografiche figuranti i confini degli Stati non saranno le sole a cambiare il loro aspetto.

Anche gli uomini, specialmente gli nomini: nelle investigazioni degl'intelletti, nel silenzioso segreto dei cuori, nelle aspirazioni e nei giudizi, negli apprezzamenti e negli affetti, tante trasformazioni si sono già prodotte, le cui ripercussioni esteriori non si faranno molto attendere. Le anime di una gran parte degli uomini sono turbate da un'agitazione irrequieta, che non ha forse riscontro in alcuna delle più gravi crisi della storia. Agitazione, nella quale il bene e il male sono stranamente confusi, per creare e per distruggere, per ordinare e per sconvolgere. A tale agitazione si associa in molti un'avversione quasi istintiva contro tutto il passato, una frenesia di novità, che spesso non manca di fondamento nel suo oggetto, né di nobiltà nei suoi motivi, ma cui fanno sovente difetto la chiarezza e la precisione del fine e il discernimento nella scelta dei mezzi, mentre con imprudente e affrettato ottimismo si attende dalla novità più di quanto questa più dare.

Chiunque sia esperto nell'interpretare i segni del tempo presente, nel leggere in fondo al cuore degli uomini, nel seguire con occhio tranquillo e con giudizio imparziale la sintomatica curva di questa febbre, sa bene come con l’irrequietezza, che ha invaso la psiche delle moltitudini per effetto della guerra e degli eventi che l’hanno accompagnata in una brama di rinnovamento é penetrata nel mondo, che tende e sospinge, in una o in altra forma, alla sua effettiva attuazione.

Seguirà quest'attuazione il corso di una graduale ed ordinata evoluzione, o invece irromperà violentemente, facendo saltare in aria i ponti tra il passato e l’avvenire? si riverserà, impetuosa come un torrente al di sopra degli argini, travolgendo le dighe della giustizia e della moralità? La povera umanità, dopo il sanguinoso flagello della guerra mondiale, dovrà ancora soffrire il morso velenoso della guerra civile.

Carità misericordiosa della Chiesa

Al centro stesso dell’umanità che, attraverso un cosi tragico presente, s'incammina verso un incerto avvenire, si erge vigile e protettrice la civitas supre montem posita, la Chiesa di Cristo.

Le onde del mare furiosamente sconvolte vengono ad infrangersi ai piedi delle sue mura; ma, all'interno, il Sancta Sanctorum della sua fede e della sua speranza resta incrollabile. Nel turbine delle vicende terrene e nonostante le manchevolezze e debolezze che possono superficialmente offuscarla, essa ha la sicurezza di rimanere imperturbabilmente fedele alla sua missione sino alla fine dei tempi.

Forte di così consolante certezza, che non si fonda sull’abilità umana, ma sugli aiuti della onnipotenza divina, la Sposa di Cristo può e deve, in mezzo alla presente agitazione, chinarsi con una tenerezza tanto più profonda ed intima, con una dedizione tanto più generosa, sulla immensa moltitudine dei suoi figli sventurati, angosciati, perplessi, e tanto spesso pur troppo sviati e sperduti.

Ai nostri giorni, quando le vittime dell'errore, innocenti o colpevoli, sono divenute una legione; quando il numero di quelli, che per la sofferenza, la miseria, l’oppressione, l’ingiustizia, l’abbandono spirituale, il cattivo esempio, hanno smarrito la diritta via, si é spaventosamente accresciuto; un luminoso messaggio risplende agli occhi della Chiesa, dei suoi ministri, di tutti i suoi figli chiamati all’apostolato della parola e dell'azione. Animata dalla generosità, dell'amore salvifico di Dio, essa respinge l’orgogliosa ristrettezza, la vanitosa giustizia del fariseismo nel suo superbo e sdegnoso isolamento, memore della parola del Redentore: Non veni vocare iustos, sed peccctores.

La difesa della verità

Un limite nondimeno, una barriera morale si rizza di fronte a questa carità misericordiosa, una barriera che la stessa carità non ha diritto di oltrepassare: la Verità.

In un tempo in cui, più pungente e più doloroso che mai, si avvera il lamento: Desiit fidelitas inter filios hominum;

in un tempo in cui gli errori, largamente diffusi con una violenza ora manifesta ora mal dissimulata, si sforzano di conquistare la direzione della pubblica opinione e i posti di comando;

in un tempo in cui le parole: libertà, indipendenza, democrazia, non sono per alcune aspirazioni e tendenze di spirito che un mezzo per sopire la vigilanza di coloro la cui fedeltà non si presterebbe mai scientemente ad abbandonare o a mettere in pericolo il retaggio loro trasmesso da tutto il passato cristiano;

in un tempo in cui, più abilmente che mai, il nemico di Cristo e della sua Chiesa cerca, secondo l’espressione dell'Apostolo delle Genti, di travestirsi in Angelo di luce;

in un tempo come questo, la Chiesa e il Pastore Supremo, responsabile della eredità del Signore, hanno più che mai il dovere di proclamare la Verità, di difenderla contro le insidie degli errori dominanti, senza rispetto umano e senza debolezza, di aprire gli occhi agli uomini di buona volontà, e segnatamente ai fedeli, sui pericoli di alcune moderne correnti, di acuire la perspicacia dei loro giudizi per discernere tempestivamente gli errori che rivestono un'apparenza di verità, affinché i popoli non abbiano a sperimentare troppo tardi e a proprie spese l’amaro ammonimento del Profeta: Arastis impietatem, iniquitatem messuistis, comedisti frugem mendicii.

 

Messaggio natalizio

Solleciti di adempiere questo grave dovere, Noi, come negli anni passati così nella presente solennità natalizia, indirizzeremo oggi stesso un Messaggio ai fedeli di tutta la terra, molti dei quali, separati materialmente a causa del conflitto mondiale da questa Sede di Pietro, hanno doppiamente bisogno di sentirsi uniti, come membri egualmente veri e parimente amati, alla grande famiglia della Chiesa; lieti se la Nostra parola giungerà apportatrice di amore e di bene, anche a coloro che non sono a Noi congiunti col vincolo santo della fede.

Intanto tutto cio che il Nostro cuore racchiude di affetto e di benevolenza e di gratitudine per voi, Noi lo deponiamo, Venerabili Fratelli e diletti Figli, ai piedi della culla di Colui che si é abbassato nell'umiltà della carne per rendere quelli che credono in lui partecipi delle sue inesauribili ricchezze e della sua inscrutabile dignità, supplicandolo di farvi gustare abbondantemente, a tutti ed a ciascuno nella sfera dei propri doveri, gli intimi gaudi e le consolazioni di questa figliolanza divina. Con tale augurio Noi impartiamo di cuore a voi, ed a tutti coloro che intendete di includere nelle vostre preghiere e nei vostri voti natalizi, come pegno delle più elette grazie del Principe della Pace, la Nostra Apostolica Benedizione.

NUNTIUS RADIOPHONICUS

A summo pontifice die xxiv decembris a. mcmxliv, in previgilio nativitatis d. n. iesu christi, universo orbi datus.

AI POPOLI DEL MONDO INTERO

Il sesto Natale di guerra

Benignitas et humanitas apparnuit Salvatoris nostri Dei.1 Già per la sesta volta, dopo l’inizio della orribile guerra, la santa liturgia natalizia saluta con queste parole, spiranti pace serena, la venuta fra noi del Dio Salvatore. L'umile e squallida culla di Betlemme fa convergere verso di sé con indicibile attrattiva il pensiero di tutti i credenti.

Nel fondo dei cuori ottenebrati, afflitti, abbattuti scende, e tutti li invade, un gran torrente di luce e di gioia. Le fronti abbassate si rialzano serene, perché il Natale é la festa della dignità umana, la festa dell'"ammirabile scambio, per il quale il Creatore del genere umano, prendendo un corpo vivente, si é degnato di nascere dalla Vergine, e con la sua venuta ci ha largito la sua divinità".2

Ma il nostro sguardo si porta spontaneamente dal luminoso Bambino del presepio sul mondo che ci circonda, e il doloroso sospiro dell’Evangelista Giovanni sale sulle nostre labbra: "Luz in tenebris lucet et tenebrae eam non comprendeherunt: La luce splende fra le tenebre e le tenebre non l’hanno accolta".3

Poiché pur troppo anche questa sesta volta l’alba del Natale si leva si leva su campi di battaglia sempre più estesi, su cimiteri ove sempre più aumerose si accumulano le spoglie delle vittime, su terre deserte, ove rare torri vacillanti indicano nella loro silenziosa tristezza le rovine di città dianzi fiorenti e prospere, e ove campane cadute o rapite non risvegliano più gli abitanti col loro giulivo canto di Natale. Sono altrettanti muti testimoni che denunziano questa macchia nella storia della umanità, la quale volontariamente cieca dinanzi alla chiarezza di Colui che é splendore e lume del Padre, volontariamente allontanatasi da Cristo, più discesa e caduta nella rovina e nell'abdicazione della propria dignità. Anche la piccola lampada si é estinta in molti templi maestosi, in molte modeste cappelle ove presso il tabernacolo aveva partecipato alle veglie dell'Ospite divino sul mondo addormentato. Quale desolazione! quale contrasto! Non vi sarebbe più dunque speranza per l’umanità?

AURORA DI SPERANZA

Sia benedetto il Signore! Dai lugubri gemiti del dolore, dal seno stesso della straziante angoscia degli individui e dei paesi oppressi, si leva un'aurora di speranza. In una schiera sempre crescente di nobili spiriti sorge un pensiero, una volontà, sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mnndiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un'un’era novella per il rinnovamento profondo, la riordinazione totale del mondo. In tal guisa, mentre gli eserciti continuano ad affaticarsi in lotte micidiali, con sempre più crudeli mezzi di combattimento, gli uomini di governo, rappresentanti responsabili delle nazioni, si riuniscono in colloqui, in conferenze, allo scopo di determinare i diritti e i doveri fondamentali, sui quali dovrebbe essere ricostituita una comunanza degli Stati, di tracciare il cammino verso un avvenire migliore, più sicuro, più degno della umanità.

Antitesi strana, questa coincidenza di una guerra, la cui asprezza tende a giungere fino al parossismo, e del notevole progresso delle aspirazioni e dei propositi verso un'intesa per una pace solida e durevole! Senza dubbio si può ben discutere il valore, l’applicabilità, l’efficacia di questa o di quella proposta; il giudizio su di esse può ben rimanere in sospeso; ma é sempre vero che il movimento é in corso.

IL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZlA

Inoltre – e questo é forse il punto più importante – sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità, e la libertà dei cittadini.

Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione – dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile – che, se non fosse mancata la possibilità, di sindacare e di correggere l’autorità dei poteri puòblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l’avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.

In tale disposizione degli animi, vi é forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?

E’ appena necessario di ricordare che, secondo gl'insegnamenti della Chiesa, "non é vietato di preferire governi temperati di forma popolare, salva però la dottrina cattolica circa l’origine e l’uso del potere puòblico", e che "la Chiesa non riprova nessuna delle varie forme di governo, perché adatte per sé a procurare il bene dei cittadini".4

Se dunque in questa solennità che commemora ad un tempo la benignità del Verbo incaruato e la dignnità dell'uomo (dignità intesa non solo sotto il rispetto personale, ma anche nella vita sociale), Noi indirizziamo la Nostra attenzione al problema della democrazia, per esaminare secondo quali norme deve essere regolata, per potersi dire una vera e sana democrazia, confacente alle circostanze dell'ora presente; ciò indica chiaramente che la cura e la sollecitudine della Chiesa, é rivolta non tanto alla sua struttura e orgainizzazione esteriore, – le quali dipendono dalle aspirazioni proprie di ciascun popolo, – quanto all'uomo, come tale, che, lungi dall'essere l’oggetto e un elemento passivo della vita sociale, ne é invece e deve esserne e rimanerne il soggetto, il fondamento e il fine.

Premesso che la democrazia, intesa in senso largo, ammette varie forme e può attuarsi così nelle monarchie come nelle repubbliche, due questioni si presentano al Nostro esame:

l° Quali caratteri debbono contraddistinguere gli uomini, che vivono nella democrazia e sotto il regime democratico?

2° Quali caratteri debbono contraddistinguere gli uomini, che nella democrazia tengono il pubblico potere?

I. – Caratteri propri dei cittadini in regime democratico

Esprimere il proprio parere sui doveri e i sacrifici che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere stato ascoltato: ecco due diritti del cittadino, che trovano nella democrazia, come indica il suo nome stesso, la loro espressione. Dalla solidità, dall'armonia, dai buoni frutti di questo contatto tra i cittadini e il governo dello Stato, si può riconoscere se una democrazia é veramente sana ed equilibrata, e quale sia la sua forza di vita e di sviluppo. Per quello poi che tocca l’estensione e la natura dei sacrifici richiesti a tutti i cittadini, – al tempo nostro in cui così vasta e decisiva é l’attività, dello Stato, – la forma democratica di governo apparisce a molti come un postulato naturale imposto dalla stessa ragione. Quando però si reclama "più democrazia e migliore democrazia", una tale esigenza non più avere altro significato che di mettere il cittadino sempre più in condizione di avere la propria opinione personale, e di esprimerla e farla valere in una maniera confacente al bene comune.

POPOLO E "MASSA"

Da ciò deriva una prima conclusione necessaria, con la sua conseguenza pratica. Lo Stato non contiene in sé e non aduna meccanicamente in un dato territorio un'agglomerazione amorfa d'individui. Esso é, e deve essere in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo.

Popolo e moltitudine amorfa o, come suol dirsi, "massa" souo due concetti diversi. Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa é per sé inerte, e non più essere mossa che dal di fuori. Il popolo vive délla pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali – al proprio posto e nel proprio modo – é una persona consapevole delle proprie responsabilità, e delle proprie convinzioni. La massa, invece, aapetta l’impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl'istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell'altra bandiera. Dalla esuberanza di vita d'un vero popolo la vita si effonde, abbondante, ricca, nello Stato e in tutti i suoi organi, infondendo in essi, con vigore incessantemente rinnovato, la consapevolezza della propria responsabilità, il vero senso del bene comune. Della forza elementare della massa, abilmente maneggiata ed usata, può pure servirsi lo Stato: nelle mani ambiziose d'un solo o di più, che le tendenze egoistiche abbiano artificialmente raggruppati, lo Stato stesso può, con l’appoggio della massa, ridotta a non essere più che una semplice macchina, imporre il sno arbitrio alla parte migliore del vero popolo: l’interesse comune ne resta gravemente e per lungo tempo colpito e la ferita é bene spesso difficilmente guaribile.

Da ciò appare chiara un'altra conclusione: la massa – quale Noi abbiamo or ora definita – é la nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza. In un popolo degno di tal nome, il cittadino sente in se stesso la coscienza della sua personalità, dei suoi doveri e dei suoi diritti, della propria libertà congiunta col rispetto della libertà e della dignità altrui.

In un popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall'arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguagliauze di cultura, di averi, di posizione sociale – senza pregiudizio, ben inteso, della giustizia e della mutua carità – non sono affatto un ostacolo all’esistenza ed al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza. Che anzi esse, lungi dal ledere in alcun modo l’uguaglianza civile, le conferiscono il suo legittimo significato che cioé, di fronte allo Stato, ciascuno ha il diritto di vivere onoratamente la propria vita personale, nel posto e nelle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza l’hanno collocato.

In contrasto con questo quadro dell'ideale democratico di libertà e d'uguaglianza in un popolo governato da mani oneste e provvide, quale spettacolo oftre uno Stato democratico lasciato all'arbitrio della massa! La libertà, in quanto dovere morale della persona, si trasforma in una pretensione tirannica di dare libero sfogo agl'impulsi e agli appetiti umani a danno degli altri. L'uguaglianza degenera in un livellamento meccanico, in una uniformità, monocroma: sentimento del vero onore, attività personale, rispetto della tradizione, dignità, in una parola, tutto quanto dà alla vita il suo valore, a poco a poco sprofonda e dispare. E sopravvivono soltanto, da una parte, le vittime illuse del fascino appariscente della democrazia, confuso ingenuamente con lo spirito stesso della democrazia, con la libertà e l’uguaglianza; e, dall'altra parte, i profittatori più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell'organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere.

II. – Caratteri degli uomini che nella democrazia

tengono il pubblico potere

Lo Stato democratico, sia esso monarchico o repubblicano, deve, come qualsiasi altra forma di governo, essere investito del potere di comandare con una autorità, vera ed effettiva. Lo stesso ordine assoluto degli esseri e dei fini, che mostra l’uomo come persona autonoma, vale a dire soggetto di doveri e di diritti inviolabili, radice e termine della sua vita sociale, abbraccia anche lo Stato come società necessaria, rivestita dell'autorità, senza la quale non potrebbe né esistere né vivere. Che se gli uomini, prevalendosi della libertà, personale, negassero ogni dipendenza da una superiore autorità munita del diritto di coazione, essi scalzerebbero con ciò stesso il fondamento della loro propria dignità e libertà, vale a dire quell'ordine assoluto degli esseri e dei fini.

Stabiliti su questa medesima base, la persona, lo Stato, il pubblico potere, con i loro rispettivi diritti, sono stretti e connessi in tal modo che o stanno o rovinano insieme.

E poiché quell'ordine assoluto, alla luce della sana ragione, e segnatamente della fede cristiana, non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore, consegue che la dignità, dell'uomo é la dignità dell'immagine di Dio, la dignità dello Stato é la dignità della comunità morale voluta da Dio, la dignità dell'autorità politica é la dignità della sua partecipazione all'autorità di Dio.

Nessuna forma di Stato può non tener conto di questa intima e indissolubile connessione; meno di ogni altra la democrazia. Pertanto, se chi ha il pubblico potere non la vede o più o meno la trascuira, scuote nelle sue basi la sua propria autorità. Parimente, se egli non terrà abbastanza in conto questa relazione, e non vedrà nella sua carica la missione di attuare l’ordine voluto da Dio, sorgerà il pericolo che l’egoismo del dominio o degli interessi prevalga sulle esigenze essenziali della morale politica e sociale e che le vane apparenze di una democrazia di pura forma servano spesso come di maschera a quanto vi é in realtà, di meno democratico.

Soltanto la chiara intelligenza dei fini assegnati da Dio ad ogni società umana, congiunta col sentimento profondo dei sublimi doveri dell'opera sociale, può mettere quelli, a cui e affidato il potere in condizione di adempire i propri obblighi di ordine sia legislativo, sia giudiziario od esecutivo, con quella coscienza della propria responsabilità, con quella oggettività,con quella imparzialitˆ, con quella lealtà, con quella generosità, con quella incorruttibilità, senza le quali un governo democratico difficilmente riuscirebbe ad ottenere il rispetto, la fiducia e l’adesione della parte migliore del popolo.

Il sentimento profondo dei principi di un ordine politico e sociale, sano e eonforme alle norme del diritto e della giustizia, é di particolare importanza in coloro che, in qualsiasi forma di regime democratico, hanno come rappresentanti del popolo, in tutto o in parte, il potere legislativo. E poiché il centro di gravità di una democrazia normalmente costituita risiede in qnesta rappresentanza popolare, da cui le correnti politiche s'irradiano in tutti i campi della vita pubblica – così per il bene come per il male, – la questione della elevatezza morale, della idoneità pratica, della capacità intellettuale dei deputati al parlamento, é per ogni popolo in regime democratico una questione di vita o di morte, di prosperità o di decadenza, di risanamento o di perpetuo malessere.

Per compiere un'azione feconda, per conciliare la stima e la fiducia, qualsiasi corpo legislativo deve – come attestano indubitabili esperienze – raccogliere nel suo seno una eletta di uomini, spiritualmente eminenti e di fermo carattere, che si considerino come i rappresentanti dell'intero popolo e non già, come i mandatari di una folla, ai cui particolari interessi spesso purtroppo sono sacrificati i veri bisogni e le vere esigenze del bene comune. Una eletta di nomini, che non sia ristretta ad alcuna professione o condizione, bensì che sia l’immagine della molteplice vita di tutto il popolo. Una eletta di uomini di solida convinzione cristiana, di giudizio giusto e sicuro, di senso pratico ed equo, coerente con se stesso in tutte le circostanze; domini di dottrina chiara e sana, di propositi saldi e rettilinei; nomini soprattutto capaci, in virtù dell'autorità che emana dalla loro pura coscienza e largamente s'irradia intorno ad essi, di esser guide e capi specialmente nei tempi in cui le incalzanti necessità, sovreccitano la impressionabilità del popolo e lo rendono più facile ad essere traviato e a smarrirsi; uomini che nei periodi di transizione, generalmente travagliati e lacerati dalle passioni, dalle divergenze delle opinioni e dalle opposizioni dei programmi, si sentono doppiamente in dovere di far circolare nelle vene del popolo e dello Stato, arse da mille febbri, l’antidoto spirituale delle vedute chiare, della bontà premurosa della giustizia ugualmente favorevole a tutti, e la tendenza della volontà, verso l’unione e la concordia nazionale in uno spirito di sincera fratellanza.

I popoli, il cui temperamento spirituale e morale é bastantemeute sano e fecondo, trovano in se stessi e possono dare al mondo gli araldi e gli strumenti della democrazia, che vivono in quelle disposizioni e le sanno mettere realmente in atto. Dove invece mancano tali uomini, altri vengono ad occupare il loro posto, per far dell'attività politica l’arena della loro ambizione, una corsa ai guadagni per se stessi, per la loro casta o per la loro classe, mentre la caccia agl'interessi particolari fa perdere di vista e mette in pericolo il vero bene comune.

L'ASSOLUTISMO DI STATO

Una sana democrazia, fondata sugl'immutabili principi della legge naturale e delle verità, rivelate, sarà, risolutamente contraria a quella corruzione, che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freno né limiti, e che fa anche del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo.

L'assolutismo di Stato (da non confondersi, in quanto tale, con la monarchia assoluta, di cui qui non si tratta) consiste infatti nell'erroneo principio che l’autorità dello Stato é illimitata, e che di fronte ad essa, – anche quando dà libero corso alle sue mire dispotiche, oltrepassando i confini del bene e del male, – non é ammesso alcun appello ad una legge superiore e moralmente obbligante.

Un uomo compreso da rette idee intorno allo Stato e all'autorità e al potere di cui é rivestito, in quanto custode dell'ordine sociale, non penserà mai di offendere la maestà della legge positiva nell'ambito della sua naturale competenza. Ma questa maestà del diritto positivo umano allora soltanto più inappellabile, se si conforma – o almeno non si oppone – all'ordine assoluto, stabilito dal Creatore, é messo in una nuova luce dalla rivelazione del Vangelo. Essa non può sussistere se non in quanto rispetta il fondamento, sul quale si appoggia la persona umana, non meno che lo Stato e il pubblico potere. E’ questo il criterio fondamentale di ogni sana forma di governo, compresa la democrazia; criterio col quale deve essere gindicato il valore morale di ogni legge particolare.

 

III. – Natura e condizioni di una efficace organizzazione per la pace

LA UNITÀ DEL GENERE UMANO E LA SOCIETÀ DEI POPOLI

Noi abbiamo voluto, diletti figli e figlie, cogliere l’occasione della festa natalizia per indicare su quali vie una democrazia, che corrisponda alla dignità umana, possa, in armonia con la legge naturale e coi disegni di Dio manifestati nella rivelazione, pervenire a benefici risultati. Noi infatti profondamente sentiamo la somma importanza di questo problema per il pacifico progresso della famiglia umana; ma al tempo stesso siamo consapevoli delle alte esigenze che questa forma di governo impone alla maturità morale dei singoli cittadini; una maturità morale, alla quale invano si potrebbe sperar di giungere pienamente e sicuramente, se la luce della grotta di Betlemme non rischiarasse l’oscuro sentiero, per il quale i popoli dal tempestoso presente s'incamminano verso un avvenire che sperano più sereno.

Fino a qual punto però i rappresentanti e i pionieri della democrazia saranno compresi nelle loro deliberazioni dalla convinzione che l’ordine assoluto degli esseri e dei fini, da Noi ripetutamente ricordato, include anche, come esigenza morale e quale coronamento dello sviluppo sociale, la unità del genere umano e della famiglia dei popoli? Dal riconoscimento di questo principio dipende l’avvenire della pace, nessuna riforma mondiale, nessuna garanzia di pace può fare da esso astrazione senza indebolirsi e rinnegare se stessa. Se invece quella medesima esigenza morale trovasse la sua attuazione in una società dei popoli che sapesse evitare i difetti di struttura e le manchevolezze di precedenti soluzioni, allora la maestà di quell'ordine regolerebbe e dominerebbe egualmente le deliberazioni di questa società e l’applicazione dei suoi mezzi di sanzione.

Per lo stesso motivo si comprende come l’autorità in una tale società dei popoli dovrà essere vera ed effettiva sugli Stati che ne sono membri, in guisa però che ognuno di essi conservi un eguale diritto alla sua relativa sovranità. Soltanto in tal modo lo spirito di uua sana democrazia potrà penetrare anche nel vasto e scabroso campo della politica estera.

CONTRO LA GUERRA DI AGGRRESSIONE

COME SOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI

Un dovere, del resto, obbliga tutti, un dovere che non tollera alcun ritardo, alcun differimento, alcuna esitazione, alcuna tergiversazione: di fare cioé tutto quanto é possibile per proscrivere e bandire una volta per sempre la guerra di aggressione come soluzione legittima delle controversie internazionali e come strumento di aspirazioni nazionali. Si son veduti nel passato molti tentntivi intrapresi a tale scopo. Tutti sono falliti. E falliranno tutti sempre, fino a quando la parte più sana del genere umano non avrà volontà ferma, santamente ostinata, come un obbligo di coscienza, di compiere la missione che i tempi passati avevano iniziata con non sufficiente serietà e risolutezza.

Se mai una generazione ha dovuto sentire nel fondo della coscienza il grido: "Guerra alla guerra!", essa é certamente la presente. Passata com'é attraverso un oceano di sangue e di lagrime, quale forse i tempi passati mai non conobbero, essa ne ha vissato le indicibili atrocità cosi intensamente che il ricordo di tanti orrori dovrà restarle impresso nella memoria e fino nel più profondo dell'anima, come l’immagine di un inferno, cui chiunque nutre nel cuore sentimenti di umanità non potrà mai avere piu ardente brama che di chiudere per sempre le porte.

FORMAZIONE DI UN ORGANO COMUNE

PER IL MANTENIMENTO DELLA PACE

Le risoluzioni finora note delle Commissioni internazionali permettono di concludere che un punto essenziale d'ogni futuro assetto mondiale sarebbe la formazione di un organo per il mantenimento della pace, organo investito per comune consenso di suprema antorità, e il cui ufficio dovrebbe essere anche quello di soffocare in germe qualsiasi minaccia di aggressione isolata o collettiva. Nessuno potrebbe salutare questa evoluzione con maggior gaudio di chi già da lungo tempo ha difeso il principio che la teoria della guerra come mezzo adatto e proporzionato per risolvere i conflitti internazionali, é ormai sorpassata. Nessuno potrebbe augurare a questa comune collaborazione da attuare con una serietà d'intenti prima non conosciuta, pieno e felice successo con maggior ardore di chi si é coscienziosaruente adoperato per condurre la mentalità cristiana e religiosa a riprovare la guerra moderna coi suoi mostruosi mezzi di lotta.

Mostruosi mezzi di lotta! Senza dubbio il progresso delle umane invenzioni, che doveva segnare l’azzeramento di un maggiore benessere per tutta l’umanità, é stato invece volto a distruggere ciò che i secoli avevano edificato. Ma con ciò stesso, si é resa sempre piu evidente l’immoralità di quella guerra di aggressione. E se ora al riconoscimento di questa immoralità si aggiungerà la minaccia di un intervento ginridico delle Nazioni e di un castigo inflitto all'aggressore dalla società degli Stati, cosicché la guerra si senta sempre sotto il colpo della proscrizione, sempre sorvegliata da un'azione preventiva; allora l’umanità, uscendo dalla notte oscura in cui é stata per tanto tempo sommersa, potrà salutare l’aurora di una nuova e migliore epoca della sua storia.

SUO STATUTO ESCLUDENTE OGNI INGIUSTA IMPOSIZIONE

A una condizione però: e cioé che l’organizzazione della pace, cui le mutue garanzie, e ove occorre le sanzioni economiche e perfino l’intervento armato dovrebbero dare vigore e stabilità, non consacri definitivamente alcuna ingiustizia, non comporti alcuna lesione di alcun diritto a detrimento di alcun popolo sia che appartenga al gruppo dei vincitori, o dei vinti o dei neutrali, non perpetui alcuna imposizione o gravezza, che può essere permessa soltanto temporaneamente come riparazione dei danni di guerra.

Che alcuni popoli, ai cui governi – o forse anche in parte a loro stessi – si attribuisce la responsabilità della guerra, abbiano a sopportare per qualche tempo i rigori dei provvedimenti di sicurezza, fino a quando i vincoli di mutua fiducia violentemente infranti non siano a poco a poco riannodati, é cosa, per quanto gravosa, altrettanto difficilmente evitabile. Nondimeno, questi stessi popoli dovranno avere anch'essi la ben fondata speranza – nella misura della loro leale ed effettiva cooperazione agli sforzi per la futura restaurazione – di poter essere, insieme con gli altri Stati e con la medesima considerazione e i medesimi diritti, associati alla grande comunità, delle nazioni. Rifiutare loro questa speranza sarebbe il contrario di una previdente saggezza, sarebbe assumere la grave responsabilità di sbarrare il sentiero ad una liberazione generale di tutte le disastrose conseguenze materiali, morali, politiche del gigantesco cataclisma che ha scosso fin nelle ultime profondità la povera famiglia umana, ma che le ha al tempo stesso additata la via verso nuove mete.

LE AUSTERE LEZIONI DEL DOLORE

Noi non vogliamo rinunziaire alla fiducia che i popoli, i quali tutti sono passati per la scuola del dolore, avranno saputo ritenerne le austere lezioni. E in questa speranza Ci confortano le parole di uomini che hanno maggiorrnente provato le sofferenze della guerra e hanno trovato accenti generosi per esprimere, insieme con l’affermazioue delle propzie esigenze di sicurezza contro ogni futura aggressione, il loro rispetto dei diritti vitali degli altri popoli e la loro avversione contro ogni usurpazione dei diritti medesimi. Sarebbe vano l’attendere che questo saggio giudizio, dettato dall'esprienza della storia e da un alto senso politico, venga – mentre gli animi sono ancora incandescenti – generalmente accettato dalla pubblica opinione, od anche soltanto dalla maggioranza. L'odio, l’incapacità di comprendersi vicendevolmente ha fatto sorgere, tra i popoli che hanno combattuto gli uni contro gli altri, una nebbia troppo densa da poter sperare che l’ora sia già venuta in cui un fascio di luce spunti a rischiarare il tragico panorama ai due lati dell'oscura muraglia. Ma una cosa sappiamo: ed é che il momento verrà, forse prima che non si pensi, quando gli uni e gli altri riconosceranno come, tutto considerato, non vi é che una via per uscire dall'irretimento, in cui la lotta e l’odio hanno avvolto il mondo, vale a dire il ritorno a una solidarietà da troppo tempo dimenticata, solidarietà non ristretta a questi o a quei popoli, ma universale, fondata sulla intima connessione delle loro sorti e sui diritti in egual modo loro spettanti.

LA PUNIZIONE DEI DELITTI

Nessuno certamente pensa di disarmare la giustizia nei riguardi di chi ha profittato della guerra per commettere veri e provati delitti di diritto comune, ai quali le supposte necessità militari potevano al più offrire un pretesto, non mai una giustificazione. Ma se essa presumesse di giudicare e punire, non più singoli individui, bensì collettivamente intere comunità, chi potrebbe non vedere in simile procedimento una violazione delle norme che presiedono a qualsiasi giudizio umano?

IV. – La Chiesa tutrice della vera dignità e libertà umana

In un tempo in cui i popoli si trovano di fronte a doveri, quali forse non hanno mai incontrato in alcuna svolta della loro storia, essi sentono fervere nei loro cuori tormentati il desiderio impaziente e come innato di prendere le redini del proprio destino con maggiore autonomia che nel passato, sperando ehe così riuscirà loro più agevole di difendersi contro le periodiche irruzioni dello spirito di violenza, che, come un torrente di lava infocata, nulla risparmia di quanto é ad essi caro e sacro.

Grazie a Dio, si possono credere tramontati i tempi, in cui il richiamo ai principi morali ed evangelici per la vita degli Stati e dei popoli era sdegnosamente escluso come irreale. Gli avvenimenti di questi anni di guerra si sono incaricati di confutare, nel modo più duro che si aarebbe mai potuto pensare, i propagatori di simili dottrine. Lo sdegno da essi ostentato contro quel preteso irrealismo si é tramutato in una spaventevole realtà: brutalità, iniquità, distruzione, annientamento.

Se l’avvenire apparterrà alla democrazia, una parte essenziale nel suo compimento dovrà toccare alla religione di Cristo e alla Chiesa, messaggera della parola del Redentore e continuatrice della sua missione di salvezza. Essa infatti insegna e difende le verità, comunica le forze soprannaturali della grazia, per attuare l’ordine stabilito da Dio degli esseri e dei fini, ultimo fondamento e norma direttiva di ogni democrazia.

Con la sua stessa esistenza la Chiesa si erge di fronte al mondo, faro splendente che ricorda costantemente quest'ordine divino. La sua storia rifiette chiaramente la sua missione provvidenziale. Le lotte che, costretta dall'abuso della forza, ha dovuto sostenere per la difesa della libertà, ricevuta da Dio, furono, al tempo stesso, lotte per la vera libertà dell'uomo.

La Chiesa ha la missione di annunziare al mondo, bramoso di mlgliori e più perfette forme di democrazia, il messaggio più alto e più necessario che possa esservi: la dignità dell'uomo, la vocazione alla figliolanza di Dio. E’ il potente grido che dalla culla di Betlemme risuona fino agli estremi confini della terra agli orecchi degli uomini in un tempo in cui questa dignità é più dolorosamente abbassata.

Il mistero del Santo Natale proclama questa inviolabile dignità umana con un vigore e con un'autorità inappellabile, che trascende infinitamente quella cui potrebbero giungere tutte le possibili dichiarazioni dei diritti dell'uomo. Natale, la grande festa del Figlio di Dio apparso nella carne, la festa in cui il cielo si china verso la terra con una ineffabile grazia e benevolenza, é anche il giorno in cui la cristianità, e l’umanità, dinanzi al Presepe, nella contemplazione della benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei, divengono più intimamente consapevoli della stretta unità che Iddio ha stabilita tra di loro. La culla del Salvatore del mondo, del Restauratore della dignità umana in tutta la sua pienezza, é il punto contrassegnato dalla alleanza tra tutti gli uomini di buona volontà. Là al povero mondo, lacerato dalle discordie, diviso dagli egoismi, avvelenato dagli odi, verrà concessa la luce, restituito l’amore e sarà dato d'incamminarsi, in cordiale armonia, verso lo scopo comune, per trovare finalmente la guarigione delle sue ferite nella pace di Cristo.

V. – Crociata di carità

Non vogliamo chiudere questo Nostro messaggio natalizio senza rivolgere una commossa parola di gratitudine a tutti coloro – Stati, Governi, Vescovi, popoli, – che in questi tempi di inenarrabili sciagure Ci hanno prestato valido aiuto nel dare ascolto al grido di dolore, che Ci giunge da tante parti del mondo, e nel porgere la Nostra soccorrevole mano a tanti diletti figli e figlie, che le vicende della guerra hanno ridotto all'estrema povertà e miseria.

Ed in primo luogo é giusto ricordare la vasta opera di assistenza svolta, nonostante le straordinarie difficoltà dei trasporti, dagli Stati Uniti d'America e, per ciò che riguarda particolarmente l’Italia, dall’Ecc.mo Rappresentante personale del Signor Presidente di quell'Unione presso di Noi.

Né minor lode e riconoscenza Ci é grato di esprimere alla generosità, del Capo dello Stato, del Governo e del popolo Spagnuolo, del Governo Irlandese, dell'Argentina, dell'Australia, della Bolivia, del Brasile, del Canadà, del Cile, dell'Italia, della Lituania, del Perù, della Polonia, della Romania, della Slovacchia, della Svizzera, dell'Ungheria, dell’Uruguay, che hanno gareggiato in nobile sentimento di fratellanza e di carità, la cui eco non risonerà invano nel mondo.

Mentre gli uomini di buona volontà si studiano di gettare un ponte spirituale di unione tra i popoli, questa pura e disinteressata azione di bene assume un aspetto e un valore di singolare importanza.

Allorché – come tutti ci auguriamo – le dissonanze dell'odio e della discordia, che dominano l’ora presente, non saranno più che un triste ricordo, matureranno con ancor più larga abbondanza i frutti di questa vittoria dell'attuoso e magnanimo amore sul veleno dell'egoismo e delle inimicizie. A quanti hanno partecipato a questa Crociata di carità, sia sprone e ricompensa la Nostra Apostolica Benedizione e il pensiero che nella festa dell'amore da innumerevoli cuori angosciati, ma nella loro angustia non immemori, sale al Cielo per loro la riconoscente preghiera: Retribuere dignare, Domine, omnibus nobis bona facientibus propter nomen tuum, vitam aeternam!