gli alleati e la questione istituzionale

fonte:

Ennio Di Nolfo
Gli alleati e la questione istituzionale in Italia
in "Quaderni Costituzionali", 1997, p. 242-244 (sono state omesse le note)


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Perché Washington giungesse a un'opinione più meditata era necessaria una certa maturazione dei tempi e dei termini della questione. Finché la guerra durava, i termini della scelta potevano apparire meritevoli di discussione e negli ambienti americani della Commissione Alleata non mancava chi giudicasse implicito nella convocazione dell'Assemblea costituente il dovere di lasciare a questa la scelta circa la forma di governo da adottare. Ma la decisione definitiva non poteva andare disgiunta da quanto accadeva in Italia e nel mondo durante la fase di transizione. Dall'agosto 1944 la questione dei rapporti con i partiti antifascisti italiani venne influenzata dal problema dei rapporti con le forze della Resistenza che, organizzate nel Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia, operavano al di fuori del controllo del CLN e del governo di Roma. A mano a mano che la guerra si avvicinò alla fine divenne palese che gli Alleati intendevano circoscrivere nettamente il peso di tali forze. Quando poi essi videro che uno degli esponenti della lotta antifascista, Ferruccio Parri, venne scelto per sostituire Bonomi come presidente del Consiglio, non considerarono il fatto che Parri aveva le mani legate dall'ordito predisposto grazie all'esperienza del governo di Roma e temettero che la rivoluzione fosse alle porte. All'indomani della nomina di Parri, anche Alexander Kirk, il rappresentante degli Stati Uniti presso il governo di Roma, maturò la persuasione che "solo un plebiscito e un referendum potessero offrire le migliori garanzie che il popolo italiano avesse la possibilità di esprimere la sua volontà sulla forma di governo che esso desiderava". La presenza di Pietro Nenni nel governo, con il compito di ministro per la Costituente era un elemento di ulteriore allarme, perché i partiti di sinistra, opinava Kirk, "essendo meglio organizzati degli altri, erano in grado di orientare le elezioni per la Costituente in loro favore, predeterminando in tal modo le inclinazioni di questa, senza rispetto per le reali opinioni della maggioranza del paese".

Nel momento in cui si avvicinava il periodo delle decisioni risolutive, le forze politiche italiane giocavano le loro carte. Le opinioni britanniche, quelle di Stone e quelle di Kriss erano ovviamente note. È verosimile che gli italiani conoscessero le esitazioni dei consulenti legali della Commissione Alleata. Fosse per effetto di qualche pressione italiana o per autonoma iniziativa di tali consulenti, sta di fatto che il più cospicuo tentativo di esercitare ancora un ruolo risolutivo a favore dei pieni poteri dell'Assemblea venne posto in essere dai consulenti legali della Commissione Alleata i quali si rivolsero a un gruppo di autorevolissimi giuristi italiani perché dessero il loro parere. Roberto Ago, Filippo Vassalli, Giuseppe Ferri, Pasquale Chiomenti, Mario Scerni, Giuliano Vassalli e Vezio Crisafulli si dichiararono, con ricche argomentazioni "unanimemente e senza esitazioni" d'accordo che il compito di decidere la questione istituzionale spettasse per intero all'Assemblea costituente. Bonomi, a tempo debito, aveva cercato di proporre una distinzione tra forme e tipi di governo, talché la Costituente, dovendo decidere la forma di governo avrebbe sancito se questa dovesse essere "parlamentare", "presidenziale" o altro, mentre determinazione del tipo di governo, se repubblicano o monarchico, poteva legittimamente essere demandata a un referendum senza che ciò comportasse una violazione del decreto n. 151. Tutti gli autorevoli giuristi interpellati giudicarono la distinzione di concetti come fuorviante e irrituale, perciò tale da non corrispondere a una corretta interpretazione del decreto luogotenenziale.

Il riaffiorare di una certa disparità di opinioni e la scomparsa di Roosevelt, sostituito da Harry S. Truman, un presidente assai meno incline a propensioni aristocratiche o a influenze gruppi di potere legati alla tradizione conservatrice italiana (il che non vuol dire meno anticomunista ma solo più anticonformista) gettò qualche scompiglio nell'amministrazione americana. Ciò non ebbe tuttavia alcun effetto pratico e tutto si risolse in un discorso sulle reciproche opinioni. Se al momento della scelta, prima di prendere la sua difficile decisione, Alcide De Gasperi, divenuto dal dicembre 1945 presidente del Consiglio italiano, non avesse giudicato opportuno chiedere all'ambasciatore Kirk di consultare formalmente nel merito il segretario di Stato Byrnes, l'influenza alleata non avrebbe avuto canali per esplicitarsi.

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