a proposito del
decreto del governo Bonomi (25 giugno 1944)
sul futuro referendum istituzionale


fonte:

Ennio Di Nolfo, Le paure e le speranze degli italiani (1943-1953)
Milano, Mondadori, 1986, p. 108-110



Churchill temeva, forse non a torto, che la forte presenza di elementi repubblicani in seno al CLN danneggiasse la causa della monarchia, e prendeva le precauzioni del caso. Bonomi lo soddisfece emanando, il 25 luglio, il decreto N. 151, nel quale l'intera questione veniva regolata con grande sapienza giuridica ed eguale astuzia.

Il decreto, infatti, enunciava l'impegno, assunto all'atto della formazione del governo, di far eleggere alla fine della guerra un'Assemblea costituente la quale avrebbe avuto il compito di stabilire "le forme istituzionali dello stato", cioè di scegliere se l'Italia doveva continuare a essere una monarchia o diventare, come da più parti si chiedeva, una repubblica. Inoltre esso modificava la formula del giuramento dei ministri impegnandoli alla lealtà verso "la nazione", non più verso il re; e autorizzava il consiglio dei ministri a operare come soggetto legiferante, emanando decreti che avrebbero avuto per l'appunto valore formale di legge.

Il provvedimento aveva un contenuto potenzialmente innovativo. Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione italiana, riteneva che con esso si creasse un nuovo ordinamento, "interrompendo con un atto legale la continuità del vecchio stato che la monarchia aveva salvato il 25 luglio 1943". In effetti l'aspetto innovativo non stava solo nel fatto che si sottoponesse al voto popolare la forma istituzionale dello stato, ma anche nel fatto che, in un momento di vacanza di ogni istituzione rappresentativa (a meno che non si volesse considerare tale il Senato del Regno d'Italia, che formalmente sopravviveva alla bufera istituzionale) si concedeva al governo, cioè a un organo esecutivo, una potestà normativa che, se usata da mani risolute, avrebbe potuto procurare mutamenti profondi nell'ordinamento socio-politico italiano. Invece nessuno aveva realmente l'intenzione di trarre profitto da questa circostanza, meno di tutti le forze di sinistra, le quali forse, si riservavano il diritto del "rimpianto", a cose passate, per l'occasione perduta. Perciò il valore del decreto era circoscritto alla sua portata meramente istituzionale; lo si pensava come effettivamente capace di segnare un'interruzione della continuità statale e come un atto quasi rivoluzionario, che preludeva a un'Assemblea costituente la quale avrebbe potuto, in un certo senso, coronare l'opera di trasformazione predisposta dalla legislazione eccezionale che un governo eccezionale non avrebbe mancato di elaborare.

Ma il fatto era che quel governo non era né voleva essere "eccezionale". E nella redazione stessa del decreto 151 vi era una voluta ambiguità destinata consciamente a rinviare tutte le decisioni realmente importanti. Bonomi fu sempre lucidamente consapevole di questa ambiguità, che tenne invece celata ai lettori più frettolosi del decreto. Agli inizi di luglio egli incontrò Ellery Stone, un americano dai sentimenti molto conservatori, che fungeva allora da capo della Commissione alleata di controllo, e gli spiegò che l'apparenza secondo la quale il governo avesse adottato una certa procedura per eleggere un'Assemblea costituente alla quale era demandato il compito di decidere se l'Italia sarebbe diventata una repubblica o rimasta una monarchia era del tutto fallace. Il governo, affermava testualmente Bonomi, "non aveva ancora deciso e non aveva al momento alcuna intenzione di decidere se la decisione avrebbe dovuto esser presa mediante un referendum popolare o mediante l'elezione di delegati a un'Assemblea costituente, il compito della quale avrebbe dovuto essere dunque quello di decidere prima la forma istituzionale dello stato e poi di redigere la nuova costituzione". Tutto ciò che il governo aveva voluto fare era stato di riaffermare la propria volontà di assicurare il futuro diritto di scelta del popolo italiano, di scegliere la forma di governo gradita; e l'impegno di far eleggere un'Assemblea costituente. Sin da allora Stone non celava la sua predilezione perché i due momenti della decisione italiana fossero tenuti separati, e la forma istituzionale fosse scelta mediante referendum, lasciando all'Assemblea costituente il compito di definire quale tipo di monarchia o di repubblica avrebbe dovuto esistere in Italia.

Si era agli inizi del luglio 1944, meno di dieci giorni dopo l'emissione del decreto 151, e Bonomi scorgeva già problemi che sarebbero stati l'oggetto di un serrato dibattito politico solo quasi due anni dopo. Il che conferma sia l'abilità del personaggio, sia la doppiezza della sua azione. Infatti sin da allora era possibile prevedere che un referendum (come lo stesso Stone avvertì immediatamente) poteva favorire la monarchia, mettendo in moto sentimenti ancestrali o passioni radicate, contrapposti a spinte innovatrici che avrebbero destato sentimenti di paura dell'ignoto; viceversa un'Assemblea costituente, proprio per la natura della sua funzione, per il nome che le si dava, per la composizione ultrapoliticizzata che in ogni caso avrebbe avuto, sarebbe stata più facilmente esposta alle tentazioni giacobine. In altri termini l'ambiguità della sede decisionale giocava a favore di un recupero monarchico; la chiarezza, a favore del fervore repubblicano.