CREMÈTE, MENEDEMO

 

(rivolto a Menedemo, che in tenuta di fatica è lì curvo a sarchiare) La nostra conoscenza è appena di ieri, esattamente da quando tu hai comperato un terreno qui nei pressi, ne mai c’è stata, lo so, ragione di rapporti più stretti. Tuttavia o la tua onestà, o la tua vicinanza, che io considero già sui confini dell’amicizia, fa’ che io prenda coraggio e ti rivolga un consiglio in tutta confidenza. È ch’io ti vedo lavorare più di quel che l’età tua non permetta e più di quanto la tua condizione non richieda. Ma, dio buono, che pretendi, che cerchi? Hai sessant’anni, o ancora più, mi immagino. E da queste parti non c’è persona che possegga un terreno migliore o di maggior prezzo. E quanti schiavi! Ma tu, come se non ne avessi nemmeno uno, è sempre con questo impegno che fai i servizi in vece loro. Mai ch’io esca tanto presto il mattino o tanto tardi torni a casa la sera, senza vederti lì nel tuo fondo che zappi o che ari o che trasporti qualcosa. Insomma, non un momento in cui tu ti lasci andare, in cui pensi a te. Io sono sicuro che a vivere così non ci provi molto gusto. "Si è tu dirai ch’io non sono soddisfatto di quanto qui si lavora". Ma se quella fatica che tu sprechi a lavorare, la spendessi a farli lavorare, realizzeresti di più.

(rizzandosi un poco, ma con l’aria di voler subito tornare al suo rastrello) Cremète, tanto tempo ti lasciano i tuoi affari da interessarti di quelli degli estranei che non ti toccano in nulla?

Uomo sono e di quanto è umano nulla penso che mi sia estraneo. Ma tu pensa che io sia qui per darti un consiglio o chiedertelo. È giusto? Per farlo anch’io. Non lo è? Per dissuadertene.