Noi non ci saremo


Vedremo soltanto una sfera di fuoco
più grande del sole, più vasta del mondo
nemmeno un grido risuonerà
e solo il silenzio come un sudario si stenderà
fra il cielo e la terra per mille secoli almeno
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.

E catene di monti coperte di neve
saranno confine a foreste di abeti;
mai mano d’uomo le toccherà
e solo il silenzio come un sudario si stenderà
fra il cielo e la terra per mille secoli almeno
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.

E il vento d’estate che viene dal mare
intonerà un canto fra mille rovine
fra le macerie delle città
fra case e palazzi, che lento il tempo sgretolerà
fra macchine e strade risorgerà un mondo
nuovo,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.

E dai boschi e dal mare ritorna la vita
e ancora la terra sarà popolata
fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni
e ancora il mondo percorrerà gli spazi di
sempre
per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo, noi non ci saremo.

 

Noi non ci saremo è una delle prime canzoni di Guccini: incisa in un primo momento dai Nomadi è infatti inclusa nel suo primo album, Folk Beat n.1, del 1967. A detta dello stesso autore le canzoni di quegli anni sono fortemente segnate dall’epoca e indubbiamente anche questa risente di quell’anelito che caratterizzava i giovani dei primi anni Sessanta. Il brano si differenzia però da altri di quel periodo quali Dio è morto e Primavera di Praga dal momento che non è legato a un fatto specifico né è diretta espressione del desiderio di cambiare una determinata e concreta situazione. E’ indubbiamente una canzone meno generazionale e forse per questo meno diretta e destinata ad avere meno pregnanza in rapporto al periodo di riferimento, ma travalica con la sua atemporalità gli angusti limiti di un’attualità in movimento per divenire simbolo e portavoce di un desiderio di trasformazione e rigenerazione che appartiene più che a una generazione all’uomo stesso.

La canzone si situa in un tempo e in uno spazio fuori dalla storia, in un futuro caratterizzato da tratti apocalittici. L’uso costante della prima persona plurale indica una partecipazione emotiva forte e un tentativo di coinvolgimento nei confronti dell’ascoltatore, spingendolo quasi a forza nell’azione, bruscamente con quel Vedremo che suona quasi come una profezia. In effetti tutta la canzone è permeata da una sorta di tono oracolare riprodotto con un linguaggio volutamente oscuro e immaginoso. Così la canzone inizia con parole perentorie, con l’incisiva immagine di una sfera di fuoco la cui azione non è ben chiara, ma subito è posto in evidenza un effetto distruttivo: la scena che si viene a creare è definita grazie a una caratterizzazione uditiva prima in negativo e perciò maggiormente pregnante dal momento che il nemmeno sembra indicare piuttosto una privazione da qualcosa esistente in precedenza e in un secondo tempo in positivo con l’assolutezza, sottolineata dall’aggettivo solo, del silenzio. La similitudine successiva, che mette in relazione il silenzio con un sudario, rende più cupa e drammatica tutta la descrizione popolandola di spettri di morte che non investono solo una parte, ma la terra intera: il sudario si stende infatti tra il cielo e la terra. Ancor più forte è la determinazione temporale della durata di tale era, mille secoli, che fa risaltare come un’esultanza beffarda il ma noi non ci saremo che chiude la strofa.

La seconda strofa continua con la descrizione della natura dopo il terribile cataclisma che ha colpito la terra presentando dapprima un paesaggio montano invernale in cui unico confine ai boschi sono i monti innevati: si tratta di una natura incontaminata e pura e mai mano d’uomo la toccherà. Una tale caratterizzazione sembra implicare un pessimismo antropologico, rilevabile anche in altri testi gucciniani ( Auschwitz), che attribuisce all’uomo la sola capacità di sciupare la purezza della natura senza che la sua attività possa avere alcun risvolto positivo. Ancora, tremenda, suona la profezia del silenzio e ancora come un riso di scherno il ma noi non ci saremo.

La terza strofa si apre con il medesimo tono, proseguendo nella descrizione, ma l’atmosfera si fa subito più malinconica, dal momento che il vento, altro elemento costante in Guccini, percorre liberamente regioni devastate disseminate di rovine delle grandiose opere dell’uomo. Sembra trasparire nella voce del profeta un accento di umana pietà per quelle rovine che testimoniano con la loro caduta la fragilità della potenza umana e pertanto rendono maggiormente negativa la caratterizzazione dell’uomo, implicitamente definito come essere dotato di sfrenata ambizione e incosciente dei propri limiti. L’uomo è però schiavo del tempo che rende rovine quelli che erano città e palazzi. In Guccini però l’annihilatio mundi non è mai , e non potrebbe essere, vista l’epoca della stesura del testo, fine a se stessa, ma è funzionale a una ricostruzione e a un rinnovamento che rappresenta il sogno delle giovani generazioni. Dunque dalle rovine sorgerà un mondo nuovo e il canto intonato dal vento estivo nel passare tra le macerie è il canto della libertà di chi si sente in grado di spazzare via quelle macerie per una rinascita totale, anche se prova una punta di malinconia e di timore per ciò che si lascia alle spalle. La stessa caratterizzazione del vento come d’estate indica il passaggio da una stagione arida e fredda di statico gelo a un tripudio di colori e di frutti ormai pronti per essere colti. La provenienza del vento dal mare non è forse casuale ma indica un rinnovamento che viene dalle origini: come la vita sulla terra è nata nei mari, così il mondo nuovo viene da lì. Oppure il mare indica un movimento, un’esigenza che viene da lontano e si diffonde. Già allora assume un diverso significato il ma noi non ci saremo che chiude nuovamente la strofa: sembra colorarsi di un pizzico di invidia per coloro che potranno vedere quel nuovo mondo.

Lo scenario è ormai cambiato e, come dopo il diluvio universale, la vita torna a rifiorire e la dimensione del ritorno è sottolineata dall’anafora di e ancora e dal verbo ritorna. E’ la ripresa della vita , è il tempo che torna a scorrere regolarmente. Ecco allora che la situazione si è completamente rovesciata e i noi narranti si trovano fuori da quel nuovo mondo a causa dell’inesorabile limitatezza della vita umana, un po’ dispiaciuti, forse, ma consapevoli di avere contribuito a crearlo.

Guccini sembra proporre qui una visione ciclica degli eventi secondo una visione stoica che ha i suoi precedenti nelle opere antiche, da Esiodo a Virgilio: a un’età di decadenza o, meglio, di corruzione, segue un’era di splendore preceduta da un cataclisma che provvede a liberare il mondo dalle impurità da cui è stato contaminato. L’uomo non esiste se non come distruttore, sembra non avere né il potere di controllare gli eventi né quello di uscire dalla necessarietà e ineluttabilità di un divenire ciclico. Tutto il brano è caratterizzato dall’uso del futuro, un futuro inizialmente di paura, ma in ultima analisi soprattutto di speranza pur nella consapevolezza che un rinnovamento non avviene né in maniera indolore ne tantomeno istantanea, come del resto avviene anche nella IV Bucolica virgiliana. Fuori di metafora si possono intendere le rovine, il cataclisma e i mille secoli di durata del processo distruttivo come immagini di questo travagliato passaggio. Noi non ci saremo, ma non importa, sembra essere la conclusione, nella speranza che l’uomo sappia mantenere la nuova condizione, che sia cioè in grado di sottrarsi alla ciclicità, che sfrutti le proprie capacità per mantenere quel nuovo stato senza necessità di nuovi cataclismi tanto traumatici e distruttivi. Solo così può esserci vero progresso, non con un selvaggio intervento di mani impure. La natura stessa sembra assecondare, con la ripresa dei suoi ritmi, il nuovo corso delle cose, solo bisogna cercare di non stravolgerlo nuovamente, ora che tutto è finalmente in armonia. Il futuro è speranza anche se questi profeti non lo vedranno, è un futuro di riscatto dell’uomo, non di una generazione e, se tutto questo universo di immagini sembra aleatorio, rimangono i fatti di quegli anni e altre canzoni di Guccini, per così dire più concrete, a confermare l’effettivo tentativo di tradurre i sogni in realtà.

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