Spiegare Vecchioni con Vecchioni


Confrontiamo il testo della canzone Il cielo capovolto (dall’omonimo album del 1995), proposto qui di seguito, con un brano di un racconto (Le partenze) tra quelli di Viaggi del tempo immobile, il libro (Einaudi,1996) che ha segnato l’esordio del cantautore in qualità di scrittore. E’ così possibile verificare il diverso intervento dell’autore su un medesimo soggetto narrativo: i pensieri della poetessa greca Saffo costretta a lasciare l’amata Anattoria.

Il cielo capovolto

(ultimo canto di Saffo)

Che ne sarà di me e di te
che ne sarà di noi?
L’orlo del tuo vestito,
un’unghia di un tuo dito,
l’ora che te ne vai...
che ne sarà domani, dopodomani
e poi per sempre?
Mi tremerà la mano,
passandola sul seno,
cifra degli anni miei...
A chi darai la bocca, il fiato,
le piccole ferite,
gli occhi che fanno festa,
la musica che resta
e che non canterai?
E dove guarderò la notte,
seppellita nel mare?
Mi sentirò morire
dovendo immaginare
con chi sei...
Gli uomini son come il mare
l’azzurro capovolto
che riflette il cielo;
sognano di navigare
ma non è vero.
scrivimi da un altro amore,
e per le lacrime che avrai negli occhi chiusi,
guardami: ti lascio un fiore
d’immaginari sorrisi.

Che ne sarà di me e di te,
che ne sarà di noi?
Vorrei essere l’ombra,
l’ombra di chi ti guarda
e si addormenta in te;
da piccola ho sognato un uomo
che mi portava via,
e in quest’isola stretta
lo sognai così in fretta
che era passato già!
Avrei voluto avere grandi mani,
mani da soldato:
stringerti così forte
da sfiorare la morte
e poi tornare qui;
avrei voluto far l’amore
come farebbe un uomo,
ma con la tenerezza,
l’incerta timidezza
che abbiamo solo noi...

gli uomini, continua attesa,
e disperata rabbia di copiare il cielo;
rompere qualunque cosa,
se non è loro!
Scrivimi da un altro amore:
le tue parole
sembreranno nella sera
come l’ultimo bacio
dalla tua bocca leggera.

Da Le partenze, in Viaggi del tempo immobile, Einaudi 1996

"Quando due si lasciano, non parte chi se ne va: parte chi resta. Chi se ne va, era partito già molto tempo prima.
"All’apparenza è lei a prendere la nave, lei a muoversi: ma è un falso movimento, il suo; è come se fossi io a camminare all’indietro, senza accorgermene. Per lei non c’è partenza, è ferma nel suo nuovo amore - non cambia stato la sua anima, quieto, alla fonda, il desiderio.
"e’ chi resta, invece, il solo a partire, cambiare condizione, forma del vivere, giornate, veglie, sussulti. E’ chi resta a non ritrovarsi più in quel posto, in quella geografia conosciuta di carezze e pensieri, e deve spezzare, andarsene, cambiare nome all’amore che non riconosce. E’ di chi resta l’unica partenza".
Questo, non altro pensiero, si muoveva a Saffo nel petto, la notte in cui salutò Anattoria, l’achea, la bella e le intrecciò l’ultima ghirlanda perché ricordasse, anche con quell’uomo.
Un uomo gliela portava via. Un uomo e una nave. Da lì, da quella spiaggia di Mitilene, cento, mille ne aveva viste passare di navi, e tutte da guerra.
"Gli uomini vanno per mare perché sono come il mare, tempesta e passione, onda incerta, dubbiosa: incerta pure la meta, e mai l’ultima. Gli uomini sono quella rabbia senza fine di coprire tutto, di insinuarsi ovunque, come il mare, al falso, dolce carezzare di spuma, quando il vento del cuore, a tratti, si placa; e del mare hanno l’inconsistenza, il lungo canto illusorio e la violenza di tamburo battuto, fino al sacrificio. "E non hanno colore, come il mare. Perché il mare altro non è che il riflesso del cielo, è un cielo capovolto: e in questo cielo attraversano al contrario la verità e la vita. E meno bastano a se stessi, più devono avere cose: ricchezze, imperi, schiavi, potere. Di nessun altro deve essere ciò che non è loro: rompono, distruggono, annientano quel che non possono avere.
"E il cielo. Forse il cielo siamo noi. Noi non riflettiamo la luce, prendendo altrove colore, noi siamo colore. Noi muoviamo burrasche livide e impercorribili: siamo brevi temporali o nere confessate agonie; ma di più, molto di più, tenero, sconfinato azzurro e canto di culla, di lavoro e poesia.
"Ma forse sto pensando così solo perché tu te ne vai, penso così solo perché tu mi lasci".
E l’uomo era giovane, l’uomo era bello e la avrebbe portata lontano, in Lidia, a Sardi, danzando la groppa di cavalli pezzati, ed era bella Anattoria quella sera, alta nel lungo finissimo velo, struggente alle pieghe il chitone e doppia la faccia che guardava ora il mare, ora i piedi di Saffo.
- Ti amo - disse all’improvviso Anattoria.
"Questo non avrà mai il tuo sposo, questo sapere dell’amore. Mi sento morire all’idea delle sue carezze sulla tua pelle e ancor più dei sorrisi, i tuoi, ai suoi ritorni. Non c’è musica, non c’è rosso tramonto che mi possa quietare, non c’è un verso, uno solo, che io possa riascoltare nella bellezza che aveva prima, quando lo confusi all’incerto leggerlo della tua bocca sulle mie labbra. Non c’è un dio che possa saettarmi o lavarmi d’acqua, non c’è Afrodite che possa ridarmi, inimitabile, quel tuo fuoco: ma questo so, che per quanto lui ti abbia, per quanto ti desideri, ti copra e frema; per quanto tu possa aspettare, conosciuto al battito, il rumore dei suoi passi e respirare nell’aria l’odore dell’assenza e dell’attesa, per quanto corra nelle vostre vene sangue veloce e si tramuti in grido nell’attimo più bello: tu non sei lui, e lui non è te. E invece io parlo e è la tua voce, muovo le mani e sono le tue, tuo il mio sguardo, i tuoi pensieri crescono in me, e pure i sogni sono i sogni di Anattoria. E darei vita e morte perché non mi straziassi di questa presenza. Esserti e non averti: qui sta lo strazio, perché altro sarebbe averti, e mille volte solo averti.
"Averti, stringerti fino a farti male, come farebbe un soldato ubriaco, sordo agli strilli, poderoso all’assalto e fiume in piena.
"No, no, questo no. Era soffio tra noi e tenerezza.
"Ma sovrumano e così piccolo insieme è questo distacco: così in fondo alla terra, così a tutti sconosciuto, un punto qualunque di dolore.
"Quando un uomo perde un amore, perde solo qualcuno, qualcosa. A noi non è concesso: non te ne vai tu sola, ma il mondo che abitavamo insonni, come gli dèi. Non perdo Anattoria, perdo l’universo che eravamo. Staccatasi una parte, quel che resta dell’animo non sa vivere da sé: si sgretola, si disfa, è polvere".
E già d’altri rumori, altri suoni, voci, passi a danza, e già d’altre risate era piena la spiaggia: giungevano di corsa le compagne a piedi nudi, d’importuna felicità chiassose e unite in coro a festeggiare la sposa.
La luna ebbe un sussulto, sparì d’un tratto e tutto parve oscuro sogno all’alba, quando hai ancor più paura.
Ti amo - sussurrò Saffo camminando all’indietro.

La diversa estensione dei due testi dà immediatamente l’idea delle diverse possibilità offerte dai due contenitori narrativi del testo per canzone e del testo propriamente narrativo. Certo il secondo è più ampio, ma occorre tenere presente come l’apporto semantico della struttura della canzone disponga anche di altri ambiti, oltre a quello graficamente quantificabile del testo, su cui estendersi. Nel testo narrativo l’unico significante è la parola, termine o allargamento metaforico che sia. Nella canzone d’autore i significanti sono almeno tre: oltre la parola c’è il suono (anzi, l’accostamento di suoni) e l’espressione vocale di chi comunica, con un primo risultato di più immediata, diretta ricezione. Sono questi elementi a chiarire il significato globale della composizione, mentre il testo narrativo necessita di esplicitare totalmente a parole lo stesso significato; in questo senso il particolare statuto del testo della canzone consente anche una enorme libertà interpretativa: "In musica l’oggetto significato è straordinariamente libero, e partiamo per una tangente immaginativa che ci porta a concettualizzare soggettivamente ad appagamento dei nostri bisogni emotivi, senza obblighi consistenti verso l’autore e la verità", sostiene lo stesso Vecchioni.
Osserviamo il diverso modo di trattare il nodo tematico centrale dei due testi, la similitudine tra gli uomini e il mare, con le sue varie declinazioni:

Gli uomini son come il mare
l’azzurro capovolto
che riflette il cielo;
sognano di navigare
ma non è vero.

gli uomini, continua attesa,
e disperata rabbia di copiare il cielo;
rompere qualunque cosa,
se non è loro!

"Gli uomini vanno per mare perché sono come il mare, tempesta e passione, onda incerta, dubbiosa: incerta pure la meta, e mai l’ultima. Gli uomini sono quella rabbia senza fine di coprire tutto, di insinuarsi ovunque, come il mare, al falso, dolce carezzare di spuma, quando il vento del cuore, a tratti, si placa; e del mare hanno l’inconsistenza, il lungo canto illusorio e la violenza di tamburo battuto, fino al sacrificio.
"E non hanno colore, come il mare. Perché il mare altro non è che il riflesso del cielo, è un cielo capovolto: e in questo cielo attraversano al contrario la verità e la vita. E meno bastano a se stessi, più devono avere cose: ricchezze, imperi, schiavi, potere. Di nessun altro deve essere ciò che non è loro: rompono, distruggono, annientano quel che non possono avere.
"E il cielo. Forse il cielo siamo noi. Noi non riflettiamo la luce, prendendo altrove colore, noi siamo colore. Noi muoviamo burrasche livide e impercorribili: siamo brevi temporali o nere confessate agonie; ma di più, molto di più, tenero, sconfinato azzurro e canto di culla, di lavoro e poesia.

Il brano da "Viaggi del tempo immobile" si sofferma a evidenziare il terreno comune che consente di realizzare la similitudine tra uomini e mare, motiva la scelta dei termini scelti come confronto; viceversa il testo della canzone tende a accostare impressionisticamente le tinte degli elementi presi in considerazione, con l’effetto di una maggiore vaghezza, ma di una forte vivacità espressiva. Non si rende necessario spiegare la scelta del mare, o del cielo; è più importante stimolare la collaborazione interpretativa dell’ascoltatore, che trova nello sviluppo del testo stesso le ragioni di quella scelta. Vecchioni parla di "transpoeticità" del linguaggio delle canzoni per quanto concerne l’uso classico delle figure di pensiero: queste non devono concedere spazio a una rilettura: hanno l’obbligo di colpire fin dal primo momento e lasciare, se non un senso definito, almeno una traccia forte che dipani il totale significato in un secondo tempo sì, ma di riflesso, nell’arco di pochi passaggi, a stretto giro di versi. Tale rapidità di accordo delle metafore e delle analogie al messaggio globale è obbligatorio per la vita e la bellezza del testo musicato, mentre, al contrario, risulta ininfluente e irrilevante nella poesia scritta. La canzone è un’opera di qualche minuto: chi ascolta deve, appena finita, poter tirare le fila dei vari significanti e trovarne soddisfazione; non è concessa l’incomprensione; tutto deve essere al suo posto già dal primo impatto e dal primo impatto toccare le corde dell’animo. Riascoltare è concesso, all’infinito, ma è la prima volta quella che conta.

Il testo della canzone tende inoltre a isolare l’evento emotivo, sciogliendolo dai legami che esso possiede con una ambientazione spazio-temporale precisa. La canzone non nomina Saffo, né Anattoria. Si favorisce così l’interiorizzazione del contenuto da parte dell’ascoltatore. Il testo narrativo dà invece precise indicazioni circa l’occasione del canto di Saffo:

E l’uomo era giovane, l’uomo era bello e la avrebbe portata lontano, in Lidia, a Sardi, danzando la groppa di cavalli pezzati, ed era bella Anattoria quella sera, alta nel lungo finissimo velo, struggente alle pieghe il chitone e doppia la faccia che guardava ora il mare, ora i piedi di Saffo.
Questo, non altro pensiero, si muoveva a Saffo nel petto, la notte in cui salutò Anattoria, l’achea, la bella e le intrecciò l’ultima ghirlanda perché ricordasse, anche con quell’uomo.

Del resto il confronto fra i due testi permette di scavare nei significati di cui si fa portatrice ogni singola parola della canzone: ecco per esempio cosa sta dietro all’uso dei pronomi personali nei versi iniziali della canzone:

Che ne sarà di me e di te
che ne sarà di noi?

"Quando un uomo perde un amore, perde solo qualcuno, qualcosa. A noi non è concesso: non te ne vai tu sola, ma il mondo che abitavamo insonni, come gli dèi. Non perdo Anattoria, perdo l’universo che eravamo. Staccatasi una parte, quel che resta dell’animo non sa vivere da sé: si sgretola, si disfa, è polvere".

Ecco invece cosa corrisponde al breve accenno alla partenza di Anattoria e all’ansia per il futuro da parte di Saffo:

l’ora che te ne vai...
che ne sarà domani, dopodomani
e poi per sempre?

"Quando due si lasciano, non parte chi se ne va: parte chi resta. Chi se ne va, era partito già molto tempo prima.
"All’apparenza è lei a prendere la nave, lei a muoversi: ma è un falso movimento, il suo; è come se fossi io a camminare all’indietro, senza accorgermene. Per lei non c’è partenza, è ferma nel suo nuovo amore - non cambia stato la sua anima, quieto, alla fonda, il desiderio.
"e’ chi resta, invece, il solo a partire, cambiare condizione, forma del vivere, giornate, veglie, sussulti. E’ chi resta a non ritrovarsi più in quel posto, in quella geografia conosciuta di carezze e pensieri, e deve spezzare, andarsene, cambiare nome all’amore che non riconosce. E’ di chi resta l’unica partenza".

Lo strazio di Saffo si precisa con la dilaniante consapevolezza di "essere Anattoria e non averla":

Avrei voluto avere grandi mani,
mani da soldato:
stringerti così forte
da sfiorare la morte
e poi tornare qui; avrei voluto far l’amore
come farebbe un uomo,
ma con la tenerezza,
l’incerta timidezza
che abbiamo solo noi...

"ma questo so, che per quanto lui ti abbia, per quanto ti desideri, ti copra e frema; per quanto tu possa aspettare, conosciuto al battito, il rumore dei suoi passi e respirare nell’aria l’odore dell’assenza e dell’attesa, per quanto corra nelle vostre vene sangue veloce e si tramuti in grido nell’attimo più bello: tu non sei lui, e lui non è te. E invece io parlo e è la tua voce, muovo le mani e sono le tue, tuo il mio sguardo, i tuoi pensieri crescono in me, e pure i sogni sono i sogni di Anattoria. E darei vita e morte perché non mi straziassi di questa presenza. Esserti e non averti: qui sta lo strazio, perché altro sarebbe averti, e mille volte solo averti.
"Averti, stringerti fino a farti male, come farebbe un soldato ubriaco, sordo agli strilli, poderoso all’assalto e fiume in piena.
"No, no, questo no. Era soffio tra noi e tenerezza."

La disponibilità di un brano in prosa dello stesso autore sul medesimo soggetto consente di commentare il cantautore con le sue stesse parole, operazione solo raramente possibile. Per quanto invece riguarda la disposizione del contenuto all’interno del testo della canzone, essa è estremamente armonica e equilibrata, con l’intrecciarsi di pensieri rivolti al passato e tristi aspettative per il futuro. La prima strofa ne è un esempio emblematico:

Che ne sarà di me e di te
che ne sarà di noi?
L’orlo del tuo vestito,
un’unghia di un tuo dito,
l’ora che te ne vai...
che ne sarà domani, dopodomani
e poi per sempre?
Mi tremerà la mano,
passandola sul seno,
cifra degli anni miei...

Futuro e passato dialogano producendo la lacerazione che addolora Saffo: così le strofe successive sono tutte giocate su questo motivo: la seconda guarda interamente al futuro, ma solo per interrogarsi sulla fine di quelle dolci consuetudini che caratterizzavano la vita insieme di Saffo e Anattoria ("A chi darai la bocca, ecc..); la terza spinge il ricordo addirittura all’infanzia di Saffo, cui viene attribuito, con grande finezza psicologica, un desiderio analogo alla sorte di Anattoria ("da piccola ho sognato un uomo/ che mi portava via"), accompagnato da un analogo scrutare la superficie del mare, la stessa in cui d’ora in avanti sarà "seppellita". E davvero tale sarebbe stata la fine di Saffo, almeno secondo quanto testimoniato dalle Epistulae Heroidum di Ovidio. L’ultima strofa ricorda il passato recente con i rimpianti che esso porta con sé, mentre le parti centrale e conclusiva cercano un legame con l’amata per il futuro, con il disperato appello: "scrivimi". Solo così è possibile non perdersi e continuare a vedersi e a consolarsi della lontananza, almeno nell’immaginazione ("ti lascio un fiore/ di immaginari sorrisi"), che rende vivo il ricordo del passato: "le tue parole/ sembreranno nella sera/ come l’ultimo bacio/ dalla tua bocca leggera."
I versi sono generalmente senari, settenari e ottonari; la musicalità è accentuata da numerose allitterazioni ( la più evidente, quella della "c" nella seconda strofa), assonanze (dove/ notte, cielo/ vero)e omeoteleuti ( mare/ navigare, stretta/ fretta, forte/ morte, sera, leggera...), che tuttavia non si inseriscono in uno schema di rime preciso. Il composto dolore della poetessa conferisce alle sue parole tratti di delicata concitazione, evidenziati da anafore:

Che ne sarà di me e di te
che ne sarà di noi?

e anadiplosi:

Vorrei essere l’ombra,
l’ombra di chi ti guarda

Avrei voluto avere grandi mani,
mani da soldato

Torna all'inizio