EDIPO SENZA COMPLESSO
Nell'Interpretazione dei sogni e poi in Totem e Tabù Freud
espone la sua teoria sul cosiddetto complesso di Edipo. Egli fa riferimento alla tragedia di Sofocle in due sensi: in primo luogo egli sostiene che il mito conferma la sua interpretazione
psicanalitica in quanto il protagonista è soggetto al complesso
da lui identificato; inoltre, la commozione che tale tragedia
suscita negli spettatori di tutti tempi sarebbe indizio del fatto
che essa rivela al pubblico le sue stesse perversioni, i sogni
che tutti hanno fatto.
Si tratta di affermazioni piuttosto ardite,
la cui validità è stata messa in discussione con
forte spirito polemico dallo studioso di psicologia storica Jean-Pierre
Vernant nel saggio Edipo senza complesso, in Mito e tragedia nell'antica Grecia, trad. it., Einaudi 1976, pp. 64-87. Senza voler mettere in discussione la validità
della teoria, egli critica il coinvolgimento di Edipo e soprattutto
l'utilizzo indebito del mito in un settore assai distante da quello degli studi letterari.
Vernant sembra mosso più
che altro dalla convinzione che le ingerenze della psicanalisi nello studio del mito siano
scorrette in quanto non si avvalgono degli strumenti
appropriati e in questo non rispettano i metodi e le conquiste
di altre scienze, come la stessa psicologia storica, l'antropologia,
etc.
La critica alla teoria freudiana si diparte
da un dubbio più che legittimo: come può un'opera
letteraria del V secolo a.C., appartenente all'atmosfera socio-culturale
della città di Atene, confermare le osservazioni che un
medico compie sui suoi pazienti all'inizio del nostro secolo?
Evidentemente, lo psicanalista è riuscito a trovare nel
mito prima e meglio degli ellenisti un senso che gli permette
di sfruttarlo a sostegno della sua teoria. Questo senso recondito,
che le laboriose analisi a tutti i livelli di ellenisti e storici
non sono riuscite a stanare, sta piuttosto nelle emozioni che
la tragedia produce nel pubblico di ogni epoca; si esclude dunque
che la forza tragica dell'Edipo re risieda nel conflitto tra la
responsabilità umana e il destino, sostenendo invece che
la tragedia commuove perché mette a nudo, con le vicende
del personaggio, i desideri infantili di ognuno.
In sostanza,
Freud sostiene che l'oracolo ricevuto da Edipo ha validità
universale e che la tragedia sofoclea, svelando questa verità,
agisce come una seduta psicanalitica.
Questa dimostrazione si
basa su un circolo vizioso: in realtà il testo della tragedia
non conferma nulla se non viene interpretato a sua volta al mondo
onirico degli spettatori contemporanei, in base alla teoria stessa di cui si cerca conferma.
Il mito avrebbe valore probante se e solo se l'ipotesi sviluppata da Freud
fosse imposta dal testo stesso quale condizione di intelligibilità
al termine di una indagine condotta a tutti i livelli e con strumenti
appropriati.
Emerge prepotentemente la differenza
tra il metodo di Freud e quello con cui opera la psicologia storica.
Freud parte da una esperienza intima priva di una qualsiasi contestualizzazione
storica: ciò gli permette di assimilare i suoi pazienti
al pubblico ateniese del V secolo e viceversa. Il senso attribuito
a tale esperienza viene allora proiettato sull'opera; anche questa
operazione non tiene conto del contesto in cui l'opera è
inserita.
La psicologia storica percorre all'inverso le stesse
tappe: parte dall'opera, tenendo conto della sua forma e delle
particolari metodologie di studio che essa impone. Analizza a
questo punto il contesto, da cui l'opera non può mai ritenersi
alienata, ed insieme delinea la problematica entro cui l'opera
si inserisce.
Nell'orizzonte di quella che in questo caso è
la problematica tragica per gli Ateniesi del V sec. a.C., si passa
infine a identificare la comunicazione che ci doveva essere tra
il tragediografo e il suo pubblico. Solo alla fine si perviene
a quello che per Freud era sia punto di partenza, sia chiave interpretativa.
Da quanto si è detto emerge con chiarezza che la materia della tragedia non è
allora un sogno, ma il pensiero sociale proprio della polis del
V secolo.
Tale pensiero sorge a partire da due circostanze concomitanti.
La crisi del sistema di valori tradizionali, chiamato in causa
dall'avvento del diritto e di originali istituzioni politiche,
porta al riesame dell'intero patrimonio mitologico, che viene
sottoposto a una rivisitazione critica che tenga conto dei nuovi
modelli di comportamento. In sostanza, gli eroi vengono pubblicamente
messi in discussione dalla tragedia, insieme al sistema di valori
che incarnano.
In secondo luogo, alla fine del VI secolo comincia
a maturare il concetto di responsabilità giuridica: per
la prima volta nella città l'uomo si trova ad agire in
maniera più o meno autonoma rispetto alle potenze religiose
che lo sovrastano.
Sorge a questo punto un problema: in quale
misura l'uomo è veramente responsabile delle sue azioni?
Non sembra forse che in alcuni casi l'intervento del destino lo
guidi più delle sue stesse scelte? Esistono infatti molti
eventi dei quali l'uomo non riesce a capacitarsi. La tragedia
nasce per dare risposta o almeno per alimentare il dibattito su
queste problematiche. Nel momento in cui esse vengono meno, la tragedia
scompare: alla fine del V secolo sarà infatti
la filosofia a trovare risposta a questi e ad altri interrogativi.
Alla luce delle osservazioni sin qui proposte, l'argomentazione dello psicanalista tedesco lascia insolute
diverse aporie.
Se veramente la materia tragica è il sogno,
come si spiega che la tragedia nasca e si esaurisca nel corso
di un solo secolo? Inoltre, perché le altre civiltà
l'hanno ignorata?
Se si va a poi considerare l'argomentazione
freudiana, si legge che Sofocle ha tratto la materia dell'Edipo
re dall'universo onirico umano. Si può obiettare che
nelle prime versioni del mito di Edipo non vi è alcuna
tragicità: Edipo non si acceca, ma continua a regnare pacificamente
sulla città di Tebe. E' infatti Sofocle a dare un'impronta
drammatica alla vicenda (la sola che Freud poté conoscere).
Non è vero allora che, come sostiene lo psicanalista, la
leggenda, nata dal sogno, porta in sè il senso di autopunizione
che tale sogno pervade.
Esistono inoltre altre tragedie capaci di commuovere
il pubblico di ogni tempo la cui trama non può in alcun
modo alludere al "complesso edipico". Evidentemente
l'essenza della tragedia non è legata ad alcun tipo di
sogno né ad alcuna "materia" specifica, bensì
alla modalità con cui tale materia viene plasmata per mettere
in luce le lacerazioni insite nel mondo umano e divino, nel sistema
di valori, etc. in relazione con il nuovo tipo di uomo, responsabile
e agente, che si pone in netto superamento degli schemi precedenti.
Avviare una analisi compiuta del testo tragico significa in sostanza
identificare tutte quelle tensioni che, secondo Vernant, caratterizzano
tale testo a tutti i livelli: si trovano tensioni nel linguaggio,
grazie all'uso di differenti registri o parole ambigue, tensioni
nel personaggio tragico, tensione tra il piani più banalmente
umano e quello delle forze religiose che sovrastano l'uomo: nella
tragedia i due piani devono essere chiaramente distinti, ma devono
conservare ancora qualche forma di intercomunicabilità
perché possa esistere una coscienza tragica. Su questo
duplice piano si deve muovere l'analisi, così come vi si
muove l'azione.
Emerge dunque il carattere arbitrario dell'interpretazione
di Freud, che, invece di scomporre, opera per semplificazioni successive.
L'interpretazione freudiana non ha tuttavia avuto conseguenze
di rilievo per le ricerche degli ellenisti, che hanno continuato
a studiare il mito con gli strumenti che gli sono pertinenti.
E' solamente capitato che un più giovane seguace delle
teorie freudiane, Didier Anzieu, etichettasse
gli ellenisti come "complessati" per il fatto di non
essere capaci (o rifiutare più o meno consciamente) di
leggere nel mito la verità rilevata dalla psicanalisi.