L'Oedipus di Seneca


Edipo e la sfinge di Ingres





Tra le opere del filosofo e scrittore latini del I secolo d.C. vanno annoverate anche delle tragedie, tra le quali nove, tutte cothurnatae, cioè di ambientazione greca, sono da ritenersi autentiche.
Si tratta di tragedie che per lo più ricalcano dei celebri modelli greci, ma a differenza di questi non furono composte per la rappresentazione in un teatro, ma per la lettura da parte di destinatari colti, in grado di comprendere e apprezzare la loro densità concettuale.

L' Edipo di Seneca sembra ricalcato sul più celebre Edipo Re di Sofocle, di cui conserva alcune caratteristiche: tra esse la più rilevante è la struttura dell'intreccio, che in ambedue i casi si configura come una inchiesta, un recupero conoscitivo di un evento del passato, che nella sua oggettività si contrappone alla coscienza soggettiva generalmente secondo la tecnica della cosiddetta ironia tragica. Questa speciale struttura temporale, designata talora come archetipo del poliziesco, nella tragedia senechiana trova esiti piuttosto diversi a causa della contrazione della distanza tra oggettivo e soggettivo, ovvero tra coscienza del protagonista e evento tragico. Ciò sostanzialmente permette di applicare, seppur in modo incompleto, al dramma in questione delle categorie interpretative di stampo psicanalitico che invece sono inadatte, come ha dimostrato Jean Pierre Vernant, per il modello greco.

La trama

La tragedia si apre con un ampio monologo nel quale Edipo descrive la pestilenza con la voce angosciata di chi vede nella propria sopravvivenza una conservazione per crimini peggiori della morte stessa; il tiranno si trova allora a rimpiangere il periodo trascorso da esule dopo la fuga da Corinto, lamentandosi per la sua condizione di regnante. Dopo un breve scambio di battute con Giocasta, irrompe la cruda e lugubre descrizione che il coro dà della pestilenza.
Al termine di questa sequenza, interviene Creonte, che riferisce del responso datogli dall'oracolo di Delfi: la peste si placherà solo quando l'assassino di Laio verrà esiliato. Edipo allora, dopo aver maledetto l'omicida ignorando la sua identità, chiama Tiresia affinché, interpretando le viscere di due bovini sacrificati, sappia dargli il nome del colpevole; il vaticinio mostra sinistri presagi che alludono al crimine commesso e alle disgrazie future, ma non riesce a suggerire a Tiresia la risposta per il re: si delibera allora di evocare l'ombra di Laio, che sarà interrogata da Creonte. Terminata l'invocazione del coro al nume tutelare Dioniso, Creonte, dopo qualche reticenza, comunica al re il responso, che indica inequivocabilmente Edipo quale parricida e marito incestuoso. Il tiranno protesta la sua innocenza e pensa ad una congiura del cognato per impossessarsi del trono. Interviene di nuovo il coro a rammentare le colpe dei Labdacidi, ma le speranze di salvezza di Edipo sono subito troncate dall'arrivo di un messaggero corinzio, che insieme a un pastore racconta dell'esposizione del bambino figlio di Laio e Giocasta. Mentre il coro elogia il giusto mezzo, Edipo, come riferisce un messaggero, si acceca disperato e sceglie l'esilio. Il dramma si conclude con un coro sull'ineluttabilità del destino e con l'ultimi dialogo tra Edipo e Giocasta, al termine del quale la regina di Tebe si suicida.

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Le tematiche

Se l'Edipo sofocleo era il paradigma dell'incertezza cui é sottoposta l'esistenza umana, il protagonista della tragedia di Seneca è il prototipo del tiranno perseguitato destinato ad avere grande seguito nella tradizione europea (si veda ad es. il Saul dell'Alfieri), braccato dall'angoscia e dalla paura e oppresso da un senso di colpa di cui non riesce a darsi ragione. Davanti ai suoi occhi si agita sempre il fantasma dell'oracolo delfico che gli ha preannunciato i suoi crimini, oracolo che diviene insieme ossessione e chiave di lettura della sua sorte infausta, ad esempio riguardo alla pestilenza che egli avverte in qualche modo legata alla sua tirannide sulla città di Tebe.
Questa originalità dell'Edipo senechiano, che si avverte a partire dal prologo, trova le sue fondamenta nel bisogno dell'autore di rivitalizzare un mito già noto al pubblico e quindi ormai privo della carica di problematicità che possedeva invece in Grecia, andando a ricercare la sorpresa nel prevedibile.

Le tematiche






Potere e angoscia

Il primo elemento della personalità del protagonista a venire a galla nel prologo monologico che apre la tragedia è la sua attitudine sprezzante o tutt'al più indifferente nei confronti della propria regalità, che non è più, come in Sofocle fonte di una illusoria sacralità, bensì sacralità rovesciata, maledizione: oppresso dall'angoscia, il tiranno rimpiange il periodo che ha vissuto da esule tra Corinto e Tebe, mentre ora ha paura persino di se stesso. Questo atteggiamento va forse messo in relazione con la personale concezione che Seneca ha del potere: esso è un nucleo di male, nella sua duplice valenza di violenza fatta e subita, ovvero di prevaricazione oggettiva e angoscia soggettiva.
Esiste allora una analogia tra l'essere re di Edipo e la peste: quest'ultima diviene exemplum della precarietà su cui il potere si basa.
In taluni casi, come nel diverbio con Creonte reticente, Edipo sembra ritrovare alcuni dei caratteri di autoaffermazione che si riscontrano in Sofocle, ma qui essi sono in ogni caso smorzati dal senso di oppressione e impotenza che domina il personaggio e rende ogni tentativo in tal senso mera velleità, affannosa e frustrata. L'orgoglio del tiranno per la propria autorità è qui semplice proiezione esterna dell'angoscia che lo opprime, fors'anche inutile sforzo per esorcizzarla.
In altri passaggi, l'ombra dell'oracolo e la crescente percezione, ancora fumosa e inconscia, della colpa si estendono all'interpretazione del passato (la vittoria sulla sfinge viene rivissuta come illusoria e vana) e del presente (Edipo sente che la peste lo risparmia perché possa subire altri castighi).

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Autocoscienza e realtà

Da dove deriva dunque questa angoscia? E' un interrogativo cui occorre trovare risposta, dal momento che è questa la cifra della differenza tra l'Edipo senechiano e quello sofocleo.
Edipo, nella tragedia in questione, non avverte la lacerazione tra la propria soggettività, che lo protesta innocente, e la realtà effettuale e oggettiva della sua colpevolezza nella stessa maniera in cui essa è percepita in Sofocle: tra autocoscienza e realtà esiste, per l'Edipo senechiano una sorta di terra di nessuno rappresentata dal suo inconscio; è in questo limbo che si ha la cosiddetta "introiezione" del responso dell'oracolo di Delfi, è dunque qui che germina quell'opprimente senso di colpa che lo perseguita.
Viceversa, nell'Edipo re di Sofocle, la razionalità ha il sopravvento, per cui, come si sosteneva nell'introduzione, il divario tra coscienza e verità è più ampio. Ne deriva che, al termine del percorso euristico attorno al quale si costruiscono entrambe le tragedie, quella del drammaturgo greco trovi uno sbocco più violento e insieme più commovente, proprio perché il suo protagonista non si è avvicinato al disvelamento in modo graduale, ha acquisito consapevolezza della realtà secondo i meccanismi della razionalità più brutale.
In breve, mentre l'Edipo senechiano vive dibattendosi nel senso di colpa, quello sofocleo non conosce sostanzialmente il beneficio del dubbio maturato nella psiche a partire dal primo responso oracolare.

Ne consegue che nella tragedia di Sofocle la drammaticità si concentra soprattutto al momento della anagnorisis mentre Seneca diluisce nel corso dell'opera la tensione, che comunque trova nel finale il suo apice. Nell'Edipo latino, dunque, la distanza tra oggettivo e soggettivo si accorcia in quanto viene colmata dalla percezione inconscia della colpa, la quale trova il suo sbocco nella incoercibile paura del protagonista.

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Rivelazione e silenzio

In questo senso può essere letta anche la scissione tra la sete di conoscenza e l'ignoranza: Edipo, eroe caratterizzato dalla forza dell'intelletto e non da quella fisica, vuole conoscere il proprio destino, pur sentendo che il silenzio sarebbe preferibile: si scatena così la dialettica tra il protagonista, che sostiene: L'ignoranza non è un buon rimedio dei mali, e la reticenza di Creonte e di Tiresia. Tuttavia, mentre per l'Edipo sofocleo ciò avviene sulla scorta della speranza della salvezza, in Seneca invece il protagonista agisce mosso dalla disperazione, convinto com'è che i mali estremi rendono sicuri.

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Conscio e inconscio: un'interpretazione freudiana?

Tenendo presente quanto si è argomentato fin qui, dovrebbe essere chiaro che all'Edipo di Seneca possono essere applicati quegli schemi interpretativi di provenienza marcatamente psicanalitica che si sono rigettati per l'omonima tragedia di Sofocle. In quel contesto si era infatti osservato che Edipo, non presentando alcun senso di colpa inconscio, né alcun desiderio incestuoso, non poteva essere tacciato di alcun complesso, contrariamente a quanto sostenuto da Freud.
Nella tragedia senechiana, invece, il senso di colpa è una delle caratteristiche fondanti del protagonista: esiste allora un complesso di Edipo dimezzato, in cui è assente la pulsione libidica ma non scompare il suo correlato essenziale secondo la dialettica tracciata da Freud, il senso di colpa, appunto. Quest'ultimo è tanto più invasivo (si è detto infatti che influenza la visione che il protagonista ha sia del presente sia del passato) quanto meno si fonda su delle circostanze di fatto e quindi non ne é delimitato.
Edipo è un personaggio dominato dal suo inconscio, che si realizza come conoscenza della colpa non (ancora) fondata sulla ragione e anzi opposta all'evidenza.

Si spiega in questo modo anche la paura a cui il protagonista non può in alcun modo sottrarsi: essa non è altro che la proiezione del senso di colpa nella sfera affettiva e quindi all'esterno dell'individuo; la paura si presta dunque a divenire il Leitmotiv del personaggio tragico di Edipo.

Ad avvalorare questa interpretazione intervengono altri due passaggi della tragedia, nei quali Edipo mette in atto strategie codificate dalla psicanalisi.
Una volta udita per voce di Creonte l'accusa che Laio gli ha mosso, Edipo si sente raggelare ed accoglie sconvolto la notizia che invece lasciava quasi indifferente il suo omonimo sofocleo: la dicotomia si chiarisce tenendo presente che è l'Edipo di Seneca ad avere sempre davanti a sé il responso delfico. La prospettiva razionalistica da cui parte quello sofocleo, invece, impedendo l'introiezione del messaggio del dio, lo rende incapace di cogliere subito le drammatiche coincidenze tra esso e le accuse più recenti, mossegli nel testo greco da Tiresia.
Tuttavia, la prova a favore dell'interpretazione psicanalitica proviene dalle conseguenze che le accuse di Laio hanno nella tragedia di Seneca: il protagonista si aggrappa all'unica sicurezza che gli resta: quella che Polibo e Merope vivano ancora insieme. Edipo però sente che quelli non sono i suoi veri genitori e che si tratta di una difesa inutile. Tutto ciò corrisponde a quella categoria comportamentale definita come "resistenza" dagli psicanalisti.
Inoltre, per quale motivo il luogo del delitto, già svelato a Edipo da Creonte, diviene significativo alla coscienza del protagonista solo quando tutto è ormai chiaro? Si tratta forse di un caso di rimozione, come dicono gli psicanalisti? Sembra proprio di sì, come segnalano la fatica e l'angoscia che caratterizzano il momento della riappropriazione del dato che era stato rimosso. Il medesimo concetto non si poteva applicare all'Edipo sofocleo, data la non pertinenza dell'episodio alla rappresentazione che il personaggio dà di sé e del mondo.

Infine, l'evocazione dell'ombra di Laio e la sua rilevanza nell'intreccio possono essere facilmente letti come un accento posto sull'ossessività del tema del parricidio.
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