VLADIMIR JA. PROPP





Propp e Lévi-Strauss

L'indagine di Propp a proposito del mito di Edipo è contenuta in un'opera del secondo quarto del '900, intitolata appunto Edipo alla luce del folclore, Einaudi, torino.
Sotto alcuni aspetti, l'analisi del mito offerta dallo studioso russo può essere accostata a quella di Lévi-Strauss. Innanzitutto, si tratta di una analisi strutturale che scompone e manipola il mito; nel caso di Propp, tuttavia, l'esame dei singoli sintagmi non si articola nel modo sommario e totalizzante visto in Lévi-Strauss: sebbene anche Propp miri a mettere in luce le strutture intellettuali che stanno alla base dell'intreccio, tuttavia egli analizza ogni sintagma a partire dal confronto con un pressoché sterminato materiale appartenente non solo all'ambito letterario ma anche a quello folclorico, mentre l'antropologo francese non distingueva tra le diverse versioni.

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Premesse metodologiche

Il presupposto fondamentale su cui si basa il lavoro di Propp è la convinzione che gli intrecci della fiaba di magia e delle altre espressioni da essa derivate abbiano le loro cause nella realtà sociostorica.

Il compito dell'etnografo è dunque quello di rintracciare nella tradizione popolare le basi del mito, che viene inteso come la forma più "adulta" del folclore, mentre la fiaba è la forma espressiva meno evoluta.

Il folclore permette di analizzare la vicenda di Edipo nella misura in cui ne indaga a fondo la struttura, consentendo interpretazioni non arbitrarie né strumentali e nel contempo definendo con tratti sicuri il ruolo di Sofocle come originale interprete della tradizione, senza che questo significhi un ridimensionamento del suo merito.

Il mito viene analizzato a partire da tutto il materiale folclorico che a esso in qualche modo inerisce, tenendo conto delle diverse varianti che, ricondotte da Propp a quattro grandi gruppi, offrono una panoramica completa della leggenda di Edipo dall'Europa fino all'Asia centrale.
Propp procede dividendo il mito in sintagmi, che vengono analizzati a partire da tutto il materiale a disposizione dello studioso, al fine di trovare ad essi una giustificazione nella logica narrativa e nel riferimento alla dimensione storica.

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Analisi del mito di Edipo






La profezia: parricidio e ascesa al trono

Nella versione sofoclea del mito, gli avvenimenti si presentano allo spettatore a partire dalla fine, in modo tale da poter avere il tema dell'inchiesta di Edipo. Tutto si snoda a partire da una profezia, che nel racconto di Giocasta compare solo quando la colpa è già stata compiuta:

Un giorno fu predetto a Laio -non dirò proprio da Febo, ma certo dai suoi ministri- che era suo destino morire per mano del figlio che fosse nato da me e da lui. (Edipo re, 711-714)

In questo contesto non c'è ancora l'altra metà della profezia, cioè il matrimonio incestuoso del figlio parricida con la madre vedova. Questa seconda metà si svela molto dopo e solo al protagonista, non più ai suoi genitori. Edipo sa infatti che:

Era destino mi unissi con mia madre e generassi una prole intollerabile agli occhi del mondo; e che avrei ucciso il padre che mi aveva dato la vita. (Edipo re, 791-793)

E' evidente allora che il padre sa che sarà il figlio a ucciderlo, ma il figlio stesso sa più del padre; si tratta di una distribuzione anomala per le fiabe di magia: in esse sono i genitori a conoscere da subito e per intero la profezia, mentre il figlio la ignora.
Dal fatto che Edipo sappia del suo destino ha origine la tragicità, mentre nella tipologia fiabesca si avrebbe una casualità fatale.
Oltretutto, in Sofocle la predizione è legata organicamente all'intreccio, mentre nella fiaba il legame è debole sia in riferimento alla struttura psicologica interna, sia a quella compositiva. E' vero che con la profezia si motiva l'allontanamento del bambino, ma esso può essere motivato anche in altri modi.
La profezia non rappresenta un vero e proprio nodo dell'azione, ma deriva dal finale, tant'è vero che le profezie si avverano sempre. Eppure, nella formulazione di Sofocle, la profezia non corrisponde esattamente alla conclusione della vicenda: non ci sono solo il parricidio e l'incesto, ma anche l'ascesa al trono paterno, di cui la profezia non fa menzione alcuna.
Viceversa, una formulazione che citi l'ascesa al trono metterebbe al centro non tanto l'uccisione del padre, quanto quella del sovrano, chiunque egli sia. Questa ipotesi induce a pensare che l'intreccio sia sorto in base a forme storiche di lotta per il potere: il mito di Edipo ha in origine un intreccio regale e, come moltissime fiabe di magia, si conclude con l'ascesa al trono del protagonista.

La profezia parla dell'uccisione del padre-re da parte del figlio-erede; la successione da padre a figlio è però la forma più tarda di successione al trono. In origine il potere passava dal re al genero, si trasferiva cioè attraverso una donna per mezzo del vincolo matrimoniale: le fiabe che parlano di conquista della mano della figlia del re e con essa di metà del regno sembrano dunque rispecchiare un costume storicamente esistito, sebbene probabilmente si tratti di una forma attenuata rispetto alla realtà, in cui si consegna al genero l'intero regno.
L'uccisione del re da parte del suo erede è una tematica studiata da Frazer ne The golden bough (Il ramo d'oro). Si constata come il re fosse messo in disparte prima della sua morte naturale e più precisamente, dall'esame della fiaba, ci si accorge che questo avviene quando la figlia è in età da marito.
E' utile chiedersi, prima di procedere, perché il re sia ucciso e non si attenda invece la morte naturale; l'ipotesi più plausibile è quella dello stesso Frazer, secondo il quale non si poteva aspettare fino alla fine delle forze fisiche e magiche del re, in quanto questo avrebbe rappresentato una disgrazia per l'intero regno.
In questi casi il figlio non c'è ancora, come nota Propp: l'ostilità verso il figlio è dunque preceduta dalla ostilità verso il genero o addirittura verso la figlia.
L'ostilità verso il genero e verso il figlio sono due motivi tra di loro inconciliabili, ma la prima sembra rientrare nello stesso canone fiabesco e nella stessa struttura compositiva della seconda: ad un certo punto la paura del genero viene sostituita dalla paura per il figlio, e ciò avviene nella misura in cui si assiste alla modificazione delle forme di governo, per cui il potere non passa più al genero ma al figlio.
Tra queste due forme di successione, tuttavia, vi è una differenza sostanziale: quella attraverso il genero è essenzialmente violenta, mentre quella attraverso il figlio non ha questa caratteristica, in quanto il figlio è visto, in una società patrilineare, come una ricchezza per la sua famiglia, l'erede maschio viene fortemente desiderato dal sovrano.
Tuttavia, i nuovi rapporti sociali non trovano la loro naturale conseguenza nell'elaborazione di una nuova struttura folclorica, bensì nella fusione del motivo anteriore con quello appena comparso: il figlio eredita dal genero la caratteristica dell'ostilità verso il re-padre: il parricidio non è altro che il risultato dell'astio verso il suocero, proprio del vecchio sistema, unito alla nuova linea di successione in cui l'erede è il figlio.
Anche il sintagma del matrimonio dei genitori, che tante volte si ritrova nelle varianti del mito di Edipo, è spiegato nei termini di un'evoluzione da un sistema sociale a un altro.

E' interessante notare che la profezia non compare mai nei miti o nelle fiabe in cui la successione è dal suocero al genero, e neanche nei casi più primitivi del nuovo sistema patrilineare: l'allontanamento del figlio è giustificato con la paura del figlio stesso e non con un agente esterno come la profezia. Quando però il sistema patriarcale si radica, non si spiega più la paura del figlio se, come si è visto, il figlio stesso è una ricchezza.
La paura allora viene motivata a partire dalla conclusione della vicenda, di cui la profezia é l'espressione trasportata all'inizio dell'azione. L'eroe di questa nuova era, dal canto suo, non può voler uccidere suo padre, per cui l'uccisione consapevole è sostituita da quella inconsapevole.
Se si tiene presente tutto questo, appare chiaro perché nella profezia non si fa menzione dell'ascesa al trono: il fatto che il figlio prenda il posto del padre è assolutamente naturale, mentre non lo è il parricidio, il quale risale appunto ad un sistema anteriore.

Edipo non è d'altronde l'unico eroe greco ad essere allontanato nella prima infanzia a seguito di un oracolo che annuncia un parricidio: basti pensare al mito di Perseo, rinchiuso con la madre Danae in una cassa lasciata in balia dei flutti: in questo caso non è il padre ad aver paura del figlio, ma il nonno a temere il nipote: il potere si trasmette ancora attraverso una donna (da cui l'ostilità verso la figlia) ma l'erede è il nipote, non più il genero e nemmeno il figlio; segue che il tentativo di uccidere il nipote non viene concepito poi come così grave, né esiste alcunché di negativo nell'assassinio del nonno, a metà strada tra il parricidio e l'uccisione del suocero.

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L'allontanamento del bambino

Come è noto, Laio, per evitare l'oracolo, buca i piedi del bambino e ordina di abbandonarlo sulle montagne deserte; il suo comportamento non differisce molto da quanto accade in genere nel folclore. Sofocle introduce qui un solo elemento di originalità, cioè l'abbandono sulle montagne e non nell'acqua, come avviene nella maggioranza dei casi.
Si sa poi che il piccolo Edipo riesce a salvarsi, soccorso da un servo di Polibo; in Sofocle tale salvataggio avviene però senza quella apparente contraddittorietà che si riscontra in altre versioni, per cui il bambino viene posto nelle condizioni di salvarsi proprio da chi lo aveva abbandonato.
E' vero infatti che in molti casi il figlio pericoloso sia allontanato ma senza alludere direttamente alla morte; piuttosto, si prepara tutto come se si trattasse di un lungo viaggio e null'altro. L'uccisione appare spesso come un compromesso, tant'è vero che in alcune fiabe al bambino sono impressi solamente dei segni di morte, come un finto taglio alla gola o al ventre e così via.
Il bambino avvia sotto il segno della morte il suo cammino verso l'educazione, per cui la morte non può essere altro che presunta. Anche il segno dei piedi forati può allora essere interpretato come un segno di morte impresso al piccolo Edipo, e non come un elemento necessario al riconoscimento.

L'invio del bambino verso l'ignoto e i segni di morte possono essere letti come le tracce di un rito iniziatico. E' un tratto distintivo dei grandi capi dei popoli quello di essere stati abbandonati alle acque; d'altronde, tale rito è derivazione diretta di quello riguardante l'inghiottimento da parte di un pesce. Il passaggio attraverso l'acqua diviene la condizione stessa per l'ascesa alla condizione regale: può regnare infatti solo chi è passato attraverso il rito di iniziazione e ne può mostrare il segno, rappresentato appunto da uno di quei marchi di morte segnalati prima.
Riti iniziatici analoghi si riscontrano anche nell'educazione del bambino abbandonato.

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La partenza

Nella fiaba e nel folclore in generale il rito iniziatico ha la funzione di preparare il protagonista al matrimonio, per cui l'eroe parte per entrare nella stirpe della moglie, secondo la prassi del matrimonio matriarcale. Il fatto che il protagonista sia solo al mondo quando giunge nel regno della futura sposa riflette una realtà di vita antichissima, per cui ci si distaccava dalla vita cella tribù o del gruppo familiare di provenienza.
Edipo dunque non fa altro che seguire il cammino fissato canonicamente per tutti i futuri capi, anche se il corso degli eventi non lo richiederebbe strettamente.
Dopo l'entrata nel regno che diventerà suo, il protagonista della fiaba di magia si trova ad affrontare un iter composto generalmente da tre tappe: dapprima apprende che la mano della principessa verrà consegnata a chi riuscirà in un compito difficile e sovrumano fissato dal re medesimo, ma l'eroe riesce a superare questo primo ostacolo; quindi, con motivazioni diverse, capita il più delle volte che il protagonista uccida il suocero, cioè il vecchio re; da ultimo, il protagonista sposa la principessa e sale al trono.

Se si prende in considerazione la storia di Edipo, saltano però all'occhi alcune anomalie: Edipo, non appartenendo più al sistema matriarcale, non va verso una nuova stirpe ma, anche se non lo sa, verso la stirpe del padre, cioè torna dalla propria famiglia.
In secondo luogo egli uccide il re ignorando sia la sua identità sia che questo è suo padre prima che gli sia assegnato il compito difficile, mentre la fiaba propone una diversa sequenza degli eventi: questa differente impostazione è conseguente all'avvento del sistema patriarcale, per cui la mano della principessa-regina, e con essa il trono, può essere assegnata solo dopo la morte del re. Ciò comporta anche una diversa caratterizzazione del bando che indice il compito da affrontare: nella fiaba di magia esso viene emesso dal re, nel mito dai cittadini di Tebe.

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La sfinge

Propp evita di prendere in considerazione il significato simbolico della sfinge, in quanto si tratta di un argomento troppo vasto e che richiederebbe una ricerca specifica: egli si limita a dire che la sfinge in quanto mostro svolge una funzione analoga a quella della principessa nella fiaba di magia, personaggio che impone il compito difficile al pretendente nella forma di un enigma, e il serpente, che nella tradizione esige un tributo umano.

Dal punto di vista compositivo, invece, la spiegazione della presenza e della vittoria sulla sfinge trova la sua base nell'iter che il protagonista compie per diventare capo: poco importa che si tratti di un compito meramente utilitario e non della canonica prova magica che si riscontra nella fiaba.
Di primo acchito sembrerebbe dunque che la sfinge si giustifichi esclusivamente a partire dal futuro di Edipo, in quanto è la sua sconfitta che gli permette di salire al trono e di sposare Giocasta; in realtà, la sfinge si ricollega anche al passato del personaggio, in quanto la sua sconfitta rappresenta il necessario coronamento al cammino complessivo del futuro re.

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Il patricidio e il matrimonio

La tematica del patricidio è già stata affrontata trattando della profezia e dell'oracolo; in quel frangente si era arrivati a concludere che il patricidio proviene dal regicidio e l'uccisione per mano del figlio deriva da quella per mano del genero. Con l'avvento del nuovo sistema e col passare del tempo, il patricidio viene comunque sentito come una azione estremamente riprovevole, e come tale deve essere giustificata nell'immaginario collettivo con una modificazione della tradizione folclorica: si trasforma l'assassinio da atto intenzionale a involontario e soprattutto casuale: si è dunque chiamato l'Edipo re "tragedia del destino", dal momento che in essa si incontrano ben due azioni apparentemente casuali: l'uccisione del padre e la vittoria sulla sfinge.
Propp ritiene errato tale appellativo, ritenendo che la tragedia di Edipo non coinvolga il destino né dal punto di vista storico-antropologico, né dal punto di vista contenutistico: essa infatti dalla prima delle due prospettive è il tradizionale intreccio dell'avvento al trono attraverso un'uccisione e un matrimonio, dalla seconda è la tragedia del patricidio stesso, la tragedia della sciagura involontaria. Tale tragedia deriva dal fatto che il protagonista, colpevole suo malgrado, è un eroe sotto tutti i punti di vista: sia per la sua qualità peculiare, la saggezza, sia perché compie, nel racconto, il cammino tradizionale dell'eroe fiabesco.

Questo stesso cammino esige che per accedere al trono il protagonista contragga un matrimonio, generalmente con la figlia del re; in effetti anche Edipo si sposa, ma con la moglie del re. Si è già detto che nella leggenda di Edipo il nuovo sistema patriarcale gli impone di tornare alla casa paterna, e non nella casa della fidanzata, che appartiene ad un'altra stirpe: Edipo entra in una casa che è contemporaneamente della fidanzata e del padre. La sostituzione operata non è però solamente questa: se non ce ne fossero altre, Edipo sposerebbe la figlia del re, ossia la sorella: in effetti alcune versioni greche risalenti all'arcaicità prevedono questa possibilità.
Ma, come è noto, nella versione più celebre del mito, cioè quella sofoclea, Edipo sposa la madre Giocasta.
Esattamente come nel caso del parricidio, anche qui lo studio del folclore permette di trovare una soluzione a questa aporia: nel mito di Edipo si scontrano due diverse figure femminili: la figlia e la moglie del re. Secondo il vecchio ordine il momento decisivo per la successione al trono coinvolge direttamente la figlia del re: attraverso la sua mano il potere regale viene trasmesso ad uno straniero. Nel nuovo ordine la figlia del re non sposa uno straniero, bensì un fidanzato che la porterà con sè: i ruoli sono in un certo senso capovolti, dal momento che nel primo caso il potere deriva all'uomo dalla moglie (ed indirettamente dal suocero), nel secondo egli riceve il potere dal proprio padre, dopo aver condotto con sè la sposa nel proprio regno. In quest'ultimo caso la principessa non trasmette più il trono: tale trasferimento è possibile dal momento che è intervenuta la figura del figlio a sostituire quella del genero.
Anche nel mito di Edipo c'è il figlio, che però è anche il fidanzato secondo il vecchio sistema: in quest'ultimo egli è infatti lo straniero che affronta il compito impostogli. Poiché la principessa non trasmette più il potere, la sua funzione nel folclore passa alla vedova del re, con cui appunto Edipo contrae matrimonio. Il protagonista agisce da forestiero che ambisce alla mano della principessa, ma dal momento che egli è anche figlio del re, la principessa non é più necessaria, dal punto di vista dell'evoluzione del folclore, perché gli sia trasmesso il potere: non avendo più la sua funzione originaria, questa viene rimossa, ma dal momento che l'iter prevede comunque un matrimonio, Edipo prende in moglie la vedova del re, Giocasta.

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La prima apoteosi di Edipo

Propp crede di poter leggere nella carriera di Edipo due successivi momenti di esaltazione del personaggio, separati dalla fase più tragica del riconoscimento e del capovolgimento della sorte; la sua teoria é stata piuttosto osteggiata da parte di altri studiosi che vedono nella "carriera" di Edipo un continuo klimax ascendente.
Come giustamente rileva lo studioso sovietico, con la prima apoteosi termina il cammino di Edipo come protagonista della fiaba: le fiabe di magia si concludono con l'ascesa al trono. Invece il protagonista del mito regna, godendo del favore della gente e , fino a un certo punto, anche della sorte; di lui si parla come di una divinità o quantomeno come di un intermediario potente tra la terra e il mondo celeste, capace di stornare la peste che è tornata a colpire Tebe dopo il flagello della sfinge.

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Lo smascheramento

Con lo smascheramento si ha il primo atto della tragedia vera e propria; è possibile osservare questo cambiamento rispetto alla fase precedente se si confronta lo smascheramento dell'Edipo sofocleo con quello dell'Edipo della tradizione folclorica.

In quest'ultima, esso avviene molto rapidamente, cosicché la faccenda viene liquidata in poche righe. Nel folclore un ruolo primario e indispensabile è quello della menomazione fisica, sia essa una cicatrice o l'indizio dei piedi gonfi, riconosciuta nello stesso letto di nozze. E' chiaro che se Sofocle avesse ridotto il momento del riconoscimento a una tale brevità, non ci sarebbe stata alcuna tragicità: per questo motivo la menomazione fisica, che nel folclore assume un ruolo primario, qui non è altro che un mero corollario, mentre lo smascheramento avviene con procedure enormemente più complesse.
Nella tragedia la verità si scopre in maniera graduale: dapprima abbiamo la peste, che già di per sé indica che qualcosa di immondo è successo, ma senza specificare ulteriormente. Poi Tiresia rivela la verità dinanzi alla cittadinanza, ma Edipo ancora non capisce; anche Giocasta non capisce nel momento in cui palesa il patricidio a Edipo. Infine l'incesto viene svelato a Giocasta, ma solo poi esso balzerà anche agli occhi di Edipo.

In sostanza, la tragedia sviluppa organicamente un singolo momento del racconto tradizionale: lo smascheramento. Nella presa di coscienza progressiva che ad esso conduce risiede tutta la tragicità, che si dipana nell'opera nella forma di quella "analisi tragica" o "archetipo del poliziesco" che molti hanno creduto di poter rintracciare.

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La seconda apoteosi di Edipo

Al termine della vicenda dell'Edipo re emerge chiaramente la duplicità del personaggio di Edipo: da un lato egli è la macchia più abominevole dell'umanità, dall'altro è un grandissimo benefattore di Tebe. L'aporia contenuta in questa situazione deve essere necessariamente risolta, come pure la presa di coscienza del parricidio esige la riabilitazione del protagonista oppure la sua degradazione a scellerato definitivo; quest'ultima possibilità viene ampiamente sfruttata nel folclore contemporaneo, che ha assimilato la figura di Edipo a quella di Giuda. Tuttavia lo schema più spesso riscontrato è quello ripreso dalla tragedia sofoclea di Edipo a Colono, per cui si assiste ad un secondo corso della fiaba che riprende, modificandoli nella loro espressione, i momenti essenziali della prima parte. L'esame del folclore contemporaneo induce Propp a considerare le due tragedie sofoclee come un tutto organico, in cui la seconda parte può essere scomposta esattamente come la seconda parte di ogni fiaba di magia si può smembrare in riferimento ai sintagmi della prima.

Edipo lascia di nuovo la sua casa, parallelamente a come l'aveva abbandonata da giovane. Già in partenza si era osservata l'importanza di questo momento nella vicenda del protagonista, così come si può rilevare per altri passaggi che possono essere chiamati "determinanti", mentre ne esistono altri che sono "derivati" dai primi.
Tra gli avvenimenti determinanti, quello fondamentale è l'inghiottimento, più tardi (come si è visto) deformato e reinterpretato, dal momento che esso conduce alla eroicizzazione del personaggio. Tuttavia, dal momento che il nuovo ordine porta l'inghiottito a non essere tanto un eroe quanto uno scellerato, è necessario che costui sia inghiottito di nuovo ma non da una belva, bensì dalla terra, in conformità con la nuova civiltà agricola.
Questa modalità di purificazione o di penitenza si riscontra anche nel folclore contemporaneo, dove avviene anche un altro fatto: le chiavi del chiavistello che tiene chiuso il pozzo o le catene con cui il martire è trattenuto nella caverna sono inghiottite a loro volta da un mostro marino o dal mare stesso; quando poi il prigioniero si libera, le chiavi saltano fuori dall'acqua: in un certo senso esse doppiano il protagonista, così da avvalorare la tesi per cui l'inghiottimento da parte della terra, l'unico noto nel folclore occidentale, deriva dalla forma primitiva.

L'inghiottimento da parte della terra richiama da vicino la sepoltura in una tomba, come avviene a Edipo; egli tuttavia non muore, ma prosegue la sua vita in una maniera diversa: la terra lo restituisce o vivo, ma trasfigurato nel corpo, cosicché, nel folclore, egli diventa santo o addirittura papa, o rende il suo cadavere capace di compiere miracoli. Nel caso di Edipo il miracolo sta nella capacità di proteggere la città di Atene dai nemici.

In che cosa risiede dunque la forza dell'intreccio? Propp crede di poterla rintracciare nella sofferenza del protagonista: tale circostanza era infatti estranea all'universo culturale greco. Edipo si trova al culmine del suo potere quando viene sorpreso dalla peggiore delle sciagure, che risiede nella presa di coscienza dio un duplice crimine commesso involontariamente. Questa caduta lo porta a rinunciare al mondo e a ciò di cui in precedenza godeva: non a caso, infatti, si acceca con la spilla della madre, e lo fa per non vedere più il mondo dove il suo crimine è stato perpetrato. Egli deve perdere anche i figli che ha generato, mentre sarà una delle figlie a indurlo a trovare la via di ritorno verso il mondo.
Sta forse in questa duplice evoluzione dalla fortuna alla sciagura e poi da questa alla seconda apoteosi attraverso la purificazione dal peccato la ragione del successo dell'intreccio proprio di Edipo anche in ambito cristiano.

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Il matrimonio dei genitori

Nelle varianti del mito di Edipo che si incontrano nel folclore contemporaneo non sempre la vicenda ha inizio con la profezia: in molti casi l'azione si dipana a partire dal matrimonio incestuoso dei genitori del protagonista.
Anche questo sintagma ricorrente può essere spiegato a partire dalla sovrapposizione di due sistemi sociali e politici diversi.
Come si è detto nella parte precedente, il primitivo nemico del padre-re é il genero: è ovvio che se il re sposerà la propria figlia, non rischierà di soccombere ed eviterà la dispersione del potere che detiene. In questi casi di rado il re agisce di sua iniziativa: generalmente non fa altro che seguire le disposizioni lasciate dal destino o dal testamento della prima moglie defunta.
In altri casi sono il fratello e la sorella a sposarsi; va notato che generalmente la figlia del re delle fiabe non ha fratelli, per cui il fratello compare solo quando il nuovo ordinamento gli assegna il ruolo di erede. Dalla contraddizione tra la figlia-erede e il figlio-erede la coscienza popolare è arrivata a elaborare il nuovo motivo folclorico del matrimonio tra fratello e sorella. Questo espediente mette d'accordo il vecchi sistema di successione attraverso la figlia e quello nuovo del figlio-erede, per cui quest'ultimo è anche il genero.

Alcuni hanno cercato di vedere in questi matrimoni anomali il retaggio di sistemi familiari basati sulla consanguineità, ma non vi sono elementi sufficienti né abbastanza attendibili per suffragare questa ipotesi; è molto più plausibile la spiegazione di Propp, per cui si tratta di fenomeni di ordine mentale generati dallo scontro tra due strutture sociali diverse.
Il legame tra il motivo fiabesco e la successione al potere è ulteriormente confermato dall'osservazione del fatto che tali matrimoni incestuosi avvengono sempre in circostanze problematiche e cruciali per la successione, cioè al momento della morte di uno o più personaggi.

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L'educazione del bambino

Ritornando a fissare l'attenzione sul passaggio attraverso le acque come rito iniziatico la cui forma costituisce una evoluzione dell'inghiottimento da parte di un mostro marino, si può meglio intendere il modello mentale che sta alla sua base.
Se si prendono in considerazione le leggende di alcune popolazioni africane, si osserva la ricorrenza del motivo dell'inghiottimento da parte di animali totemici. Tale inghiottimento ha indubbio valore iniziatico in quanto simboleggia la morte e il ritorno alla vita, ma nel contempo la comunione temporanea con l'animale totemico conferisce all'iniziato facoltà magiche. Il più delle volte, poi, sul corpo del bambino sono impressi dei segni che gli conferiscono la dignità propria del capo: si tratta dei segni di morte di cui si è già trattato.
Nell'intreccio delle diverse varianti folcloriche del mito di Edipo è venuta a mancare la foresta, non è successo lo stesso con la belva, anche se il suo ruolo è stato ridimensionato: il bambino non viene più educato dalla belva, ma è nutrito dagli animali del bosco. L'Edipo sofocleo appartiene ad una fase ancora posteriore, dal momento che l'animale è stato sostituito da una donna: il fatto che questa versione derivi dalla precedente è testimoniato da alcuni miti di raccordo in cui la donna ha il nome di una animale.

Nelle versioni più arcaiche i primi (e a volte gli unici) ad educare il bambino sono dei pastori, segno evidente del progresso da una società tribale basata sulla caccia a una basata sull'allevamento. Il nuovo sistema sociale ed economico prevede tuttavia anche la disparità tra il popolo e il re: ecco allora che ai pastori si affianca la famiglia reale e il trovatello appena tratto in salvo viene ad essa consegnato, come nella tragedia di Sofocle, anche perché tale trovatello porta su di sè i marchi iniziatici propri del capo.
Nel folclore contemporaneo non si hanno pastori, bensì il più delle volte pescatori, mugnai o marinai. E' frequente pure il monastero. Ciò deriva dal fatto che spesso la leggenda si è trasferita in ambiente borghese e non allude più a un re.

Risulta molto complesso identificare il ruolo della donna nell'educazione del bambino. Si è visto che la donna altro non è che un sostituto più evoluto della belva-nutrice; tuttavia tale donna viene connotata in modi anche molto diversi: talora é la madre presunta, altre volte la madre carnale o la nonna.
In quest'ultimo caso, in genere il bambino, aggiunta la maturità, parte per cercare il proprio padre: si tratta di un modello narrativo che risale probabilmente al momento del passaggio storico dalla società matrilineare a quella patrilineare, la cui importanza è stata giustamente intuita anche da Fromm. In una società matriarcale è il legame con la madre a essere determinante, mentre quello col padre è privo di valore, tant'è vero che esisteva il matrimonio poliandrico. Nel periodo di transizione tra un tipo di società e quello seguente, il bambino senza padre comincia a essere considerato un reietto, un emarginato; è per riparare a questa mancanza, avvertita come vergognosa, che il bambino parte alla ricerca del padre.
In seguito, col rafforzamento del matrimonio binato, la privazione del padre (e l'educazione da parte della madre carnale) si trasforma in mancanza e successiva ricerca di entrambi i genitori. In Edipo, come appare chiaro, il nuovo sistema si è già affermato, anche se dietro alla madre adottiva è possibile scorgere il riflesso della primitiva madre carnale. Bisogna specificare, per evitare fraintendimenti, che tale sovrapposizione non avviene nella mente del protagonista, né a livello conscio né inconscio, bensì a livello narrativo e culturale.
Nell'Edipo re di Sofocle il protagonista semplicemente ritiene Merope sua madre carnale, ma la versione più antica, citata da Euripide, sostiene che Peribea (la madre adottiva) finge col marito che il piccolo Edipo sia suo, mentre ella è in realtà sterile. In altre leggende il bambino trovato arriva giusto in tempo per sostituire quello morto prematuramente o addirittura per nascondere un aborto. Questi esempi testimoniano come al vecchi motivo della madre carnale che genera il bambino e lo educa senza la figura paterna si sia sostituito progressivamente e non senza fatica il nuovo modello della madre adottiva (che alle volte agisce di nascosto dal marito).

Tuttavia, è possibile provare con parecchi esempi che l'intero rito iniziatico ha uno stretto rapporto con l'essenza della donna e col principio femminile in generale: una femmina è la belva totemica, femminile è alle volte l'ambiente complessivo in cui il bambino cresce e matura la sua natura eroica: lo stesso Achille viene educato in vesti femminili e Telefo, personaggio mitico che ha molto in comune con Edipo, diventa grande sul mote Partenio, assieme al compagno Partenio o Partenopeo (sono tutti nomi che contengono la radice greca di parthenos, che significa fanciulla).

Vale dunque la pena di sintetizzare le osservazioni fatte fin qui con le parole di Propp:

La belva gradatamente viene sostituita dalla donna-nutrice, ma dietro l'immagine della nutrice si nasconde l'immagine della madre carnale. Osserviamo un incrocio del motivo del bambino educato lontano dai genitori e del motivo, più antico, del bambino educato dalla madre carnale lontano dal padre. Questo incrocio è diventato possibile perché il rito iniziatico è legato all'essenza della donna-madre. (Propp,Edipo alla luce del folclore, trad.it. Einaudi, Torino,1975)

Resta ora da esaminare il contesto in cui il bambino cresce e riceve la sua educazione. Una caratteristica comune in tutte le varianti del luogo dove questo avviene è l'isolamento: molto spesso si tratta di un'isola o addirittura di un monastero; quando è un regno, si tratta di un luogo comunque remoto e scarsamente raggiungibile, oltre che parecchio irreale. Tuttavia questo luogo spesso risulta, nello stesso testo, insieme lontano e vicinissimo: queste due versioni discordanti appartengono a due epoche diverse: quella più primitiva vede il bambino educato in un luogo vicino ma inaccessibile e pericoloso come una foresta; quando si sviluppa meglio il concetto di spazio, il luogo diviene irraggiungibile sulla base della sua lontananza.

In seconda istanza, il bambino protagonista nella maggior parte dei casi cresce in compagnia di una collettività di coetanei. Ciò avviene soprattutto nelle versioni più arcaiche, mentre in quelle più evolute l'attenzione, che comunque si concentrava già sul protagonista, ha in quest'ultimo il suo unico soggetto. In realtà la collettività in cui egli cresce é puramente convenzionale, viene usata solo per mettere in luce le qualità di capo che il bambino mostra subito di avere, ad esempio superando i coetanei in attività che variano a seconda dei tempi e delle culture.

Alla fine di questo periodo di educazione, viene a galla il segreto fatale: il bambino non è il figlio carnale dei genitori che lo hanno allevato. Le modalità con cui questa rivelazione ha luogo non hanno molta importanza, mentre è fondamentale rilevare la differenza tra la reazione di Edipo e quella di altri eroi fiabeschi: Edipo fugge dal suo futuro, prima a Delfi e poi , con ancora maggiore convinzione, verso Tebe, mentre gli altri eroi fuggono il loro passato di figli abbandonati e partono col semplice intento di ricercare i genitori. Molto più semplicemente, in alcune varianti non si fa neanche menzione della rivelazione del segreto: l'eroe se ne va perché è arrivato il momento di farlo, ossia è finito il suo iter iniziatico ed educativo.

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