FRIEDRICH NIETZSCHE






Nietzsche, nell’ambito dei suoi studi sulla tragedia greca in generale ed in particolare sui drammi sofoclei Edipo Re e Edipo a Colono, si misurò più volte col mito dell’eroe tebano, anche al di là dell’interpretazione datane dal tragediografo. Il filologo tedesco applicò ad esso categorie estetiche inedite da lui elaborate, che lo portarono ad allontanarsi sempre più dai paradigmi interpretativi consolidati nella sua epoca e fortemente radicati nell’ambiente accademico: Nietzsche conobbe quindi aspre critiche rivolte al suo metodo, oltre che alle posizioni da lui assunte a proposito del mito di Edipo in sé.

L’esercitazione scolastica del 1864

La prima testimonianza dell’interesse di Nietzsche per le tragedie sofoclee aventi Edipo per protagonista è rappresentata da un commento del primo canto corale dell’Edipo Re, redatto poco prima che l’autore sostenesse l’esame di maturità. Il testo è particolarmente originale per quanto riguarda l’interpretazione complessiva della tragedia: il giovane Nietzsche riprende lo schema esegetico allora universalmente accettato, il quale vedeva nel dramma sofocleo una tragedia del destino(Schicksalstragoedie).
Secondo questa interpretazione, su cui l’autore si appiattisce fors’anche a causa della natura scolastica dell’elaborato, Edipo deve essere considerato come il simbolo dell’incapacità umana di opporsi ai rovesci della sorte: la vanità della lotta contro il destino era già stata colta come motivo centrale della tragedia nell’ambito dello stoicismo, ma il giovane Nietzsche conosceva questa lettura principalmente dai testi sui quali con ogni probabilità studiò, come l’edizione sofoclea dello Schneidewin.
Come quest’ultimo, infatti, l’autore legge nelle vicende di Edipo la realizzazione del potere arbitrario degli dei, che colpiscono gli uomini anche quando le loro colpe sono assolutamente involontarie; ne consegue una dicotomia nel giudizio complessivo sulla tragedia: dal punto di vista estetico, Nietzsche la giudica perfettamente riuscita, seguendo le orme della Poetica di Aristotele, mentre dal punto di vista etico-didascalico essa è ritenuta imperfetta e pertanto bisognosa di un completamento, che le verrà dall’Edipo a Colono: solo a quel punto si realizza infatti la conciliazione tra gli uomini e gli dei, la quale permette di affermare che l’intervento divino è comunque non arbitrario, bensì mirato a conservare l’equilibrio del mondo.

Un taglio nettamente diverso, sintomatico di maggiore originalità, è quello assunto nel commento puntuale del testo poetico: l’autore legge il dramma di Sofocle come opera d’arte prevalentemente musicale, identificandone il pubblico con l’appellativo di ascoltatori e non di spettatori e vedendo nel prologo una vera e propria ouverture operistica che riesce a contenere in nuce tutti gli elementi centrali della tragedia stessa.
L’accostamento della tragedia greca all’opera lirica moderna non rappresenta di per sé una novità, essendo stato questo tema già preso in esame da Schiller; diversa è però la fonte di riferimento che Nietzsche aveva presente: molto probabilmente in questo scritto egli si rifà direttamente alle teorie di Wagner circa la tragedia come massima espressione della mousikè greca, come fusione armoniosa di tutte le arti, teorie alla base dello stesso concetto di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) che il compositore tentò di tradurre in pratica.

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Il corso universitario del 1870

Quando era professore di filologia classica a Basilea, Nietzs tenne un corso universitario sull’Edipo Re per il quale scrisse e pubblicò una Introduzione alle lezioni, che rappresenta un secondo momento di evoluzione nel suo approccio al mito di Edipo.
La lettura della tragedia rappresentava in questo caso un punto di partenza per una dissertazione sul teatro tragico greco in generale e sulle sue origini. In merito all’interpretazione della tragedia sofoclea in particolare, Nietzsche sembrerebbe ancora legato al paradigma dominante della Schicksalstragoedie; tuttavia, egli si pone ora in un’ottica differente, che lo spinge ad abbandonare la comprensione moralistica del dramma a favore di quella visione dionisiaca del mondo verificabile, a suo parere, in molte espressioni della cultura greca antica.
Le radici di questa inversione di tendenza risiedono nella constatazione del radicale pessimismo della mentalità greca, che vede l’uomo in balia del destino in maniera del tutto svincolata dalla sua condotta effettiva: a questo punto, cercare per Edipo una colpa specifica sarebbe, oltre che inutile, anche scorretto: equivarrebbe infatti ad applicare all’opera categorie estetiche moderne, disconoscendo il reale significato del tragico per i Greci. La sofferenza di Edipo diviene allora non solo necessaria, ma anche positiva, specialmente se considerata insieme al compimento che essa conosce nell’Edipo a Colono.

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La nascita della tragedia

In quest’opera e nei frammenti risalenti all’epoca della sua redazione si evidenzia pienamente lo strappo metodologico compiuto dall’autore rispetto al cosiddetto metodo storico, consolidatosi nella filologia tradizionale; naturalmente questo strappo non può non avere alcuna ripercussione sulla interpretazione del mito di Edipo così come essa è prospettata ne La nascita della tragedia, in particolare nel quarto e nel nono capitolo.
Nietzsche inserisce Edipo nel solco della dialettica apollineo-dionisiaco e lo sceglie, insieme al Prometeo di Eschilo, come modello di eroe dionisiaco, del quale il personaggio sofocleo sembra incarnare le caratteristiche fondamentali: dismisura ed esaltazione di sé, capacità di dissolvere il principio di individuazione apollineo.
Queste stesse qualità sono quelle che lo fanno sprofondare nel baratro, pagando pienamente il prezzo delle sue azioni.
L’autore ha quindi buon gioco a usare la figura di Edipo per polemizzare contro l’idea di serenità greca, pregiudizio largamente diffuso ma sconfessato dalla stessa trama dell’Edipo Re: di serenità si può parlare solo in riferimento all’Edipo a Colono, per cui solo alla fine di un lungo percorso di espiazione e sofferenza.

Ciononostante, l’aspetto più innovativo dell’approccio di Nietzsche alla figura di Edipo risiede nello spostamento dell’attenzione dalle tragedie di Sofocle al mito in sé: si tratta infatti di un atteggiamento destinato ad avere largo seguito e ad aprire la strada a interpretazioni diverse da quella tradizionale anche a partire da discipline quali l’antropologia, l’etnologia o addirittura la psicanalisi.
Questa nuova impostazione del problema non fu però immediatamente intesa dai contemporanei: ad esempio non la colse il Wilamowitz, che dunque fraintese gran parte delle tesi sostenute da Nietzsche.

Ovviamente questo slittamento dal piano del dramma sofocleo a quello del mito comporta il definitivo abbandono del modello interpretativo della Schicksalstragoedie. Il personaggio di Edipo viene dipinto con tratti per molti versi superoministici: egli è portatore di un’alta sapienza dionisiaca che lo porta a spezzare "l’ordine del presente e del futuro", a violare “i più sacri ordinamenti naturali”, ma è anche colui che ne soffre le conseguenze fino all’autodistruzione, “sperimentando su di sé la dissoluzione della natura” da lui ingenerata.
Nietzsche fu pienamente consapevole della carica eversiva della sua interpretazione, così da criticare l’atteggiamento dei professori di liceo della sua epoca, i quali, imbarazzati dalle tragedie di Edipo, ne offrivano esclusivamente una lettura in chiave moralistica, ricavando dal mito un generico insegnamento di passiva sopportazione del destino.

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L’influsso di Richard Wagner

Senza dubbio Nietzsche risentì, nella sua interpretazione, dell’influenza di altri autori che, come J. Jacob Bachofen, inaugurarono un approccio antistoricistico negli studi di mitologia. Un ruolo indubbiamente significativo è quello assunto dall’influenza di Wagner, che interpretò originalmente il mito di Edipo come un’allegoria della storia universale per quel che riguarda il rapporto tra individuo e stato. Edipo è infatti colui che, spinto da un istinto puramente umano, commette atti condannati dalla società, per quanto perfettamente naturali. Lo stesso modello interpretativo è applicato a tutti i miti della saga labdacide, dove appare particolarmente evidente il contrasto tra impulso involontario dell’individuo e morale collettiva: Edipo, Polinice e Antigone divengono così una denuncia vivente dell’ipocrisia che si annida negli atteggiamenti auspicati dalla società, denuncia da cui Wagner ricava un accorato appello alla distruzione dello stato.
Quest’immagine di un Edipo trasgressore delle norme della convivenza sociale ha notevoli punti di contatto con quanto sostenuto ne La nascita della tragedia, così come elementi in comune tra la posizione del filologo e quella del compositore risiedono nella forte attualizzazione dei valori simbolici che essi vedono sottesi al mito, valori che ormai esulano completamente dal modello esegetico della Schicksalstragoedie.

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Il frammento dell’ultimo filosofo

Risale ai mesi tra 1872 e 1873 un frammento pubblicato postumo dall’eloquente titolo Edipo. Discorsi dell’ultimo filosofo con se stesso. Un frammento dalla storia della posterità. In quel periodo Nietzsche era scoraggiato e deluso, vittima di una accesa censura accademica dopo la pubblicazione della sua opera sulla tragedia: in questo contesto psicologico egli maturò un modello di filosofo-artista, segnato dal dolore e dalla solitudine e quindi accostabile al personaggio di Edipo. L’eroe sofocleo infatti, nella lettura dionisiaca che Nietzsche ne diede, è colui che più di ogni altro raggiunge il massimo grado della sofferenza umana attraverso l’emarginazione e l’autodistruzione. D’altro canto, non rappresenta una novità l’accostamento del personaggio di Edipo al filosofo, a causa della sua volontà di conoscere la verità ad ogni costo.

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La polemica di Wilamowitz

Nel più generale contesto della critica alle tesi di Nietzsche, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff attaccò accesamente l’interpretazione che ne La nascita della tragedia era stata data del mito di Edipo. Le accuse che ad essa vengono mosse vertono in generale su un punto: il tradimento del metodo storico-critico, cui si accompagna inevitabilmente il rigetto del modello della tragedia del destino. La frattura tra Nietzsche e la filologia classica tedesca del suo tempo è ormai insanabile, data l’incomunicabilità dei piani su cui il l’uno e gli altri si muovono.
Infatti Wilamowitz non sbagliò nel contestare la scientificità delle tesi del suo avversario, contrapponendo alle sue affermazioni argomenti sostenuti da precisi riferimenti testuali; ma proprio in questo risiede il fraintendimento del giudizio di Nietzsche su Edipo: Wilamowitz non ha colto lo slittamento dell’attenzione dell’interlocutore dalla tragedia al mito, quando in realtà si tratta di uno snodo teorico fondamentale. Solo attraverso il superamento dei versi sofoclei si potevano scoprire le valenze simboliche del mito, attualizzarne il contenuto fino ad identificarsi con il protagonista.

In conclusione, per quanto oggi un’interpretazione di Edipo come eroe dionisiaco sia insostenibile, tuttavia studi come quelli di Freud, Vernant, Propp e Lévi-Strauss hanno messo in luce la possibilità di interpretare il mito di Edipo e le tragedie sofoclee anche al di là dello Schicksalsdrama e della Poetica di Aristotele.

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