Edipo nella letteratura latina




Durante l'età arcaica, il mito di Edipo non sembra conoscere grande successo nella letteratura latina; è molto probabile, tuttavia, che le vicende dell'eroe tebano fossero già note, data la loro ampia diffusione, soprattutto nell'area etrusca, per quanto riguarda le arti figurative. Accanto all'arte etrusca, anche le botteghe di ceramiche della Magna Grecia contribuirono alla diffusione del mito.
Nonostante questa presenza costante, dunque, i tragediografi dell'arcaismo latino si orientano preferenzialmente sul ciclo troiano, anziché su quello tebano.
Il primo a menzionare Edipo in un'opera letteraria in latino, attorno alla metà del III secolo a.C. , fu probabilmente Livio Andronico nella sua traduzione dell'Odissea omerica: già nei poemi omerici, infatti, era comparso, sebbene con varianti significative rispetto alla versione della tragedia di Sofocle, il mito dell'eroe tebano.
Solo a 70 anni di distanza, con Lucio Accio torna ad essere narrato il mito di Edipo, ma anche in questo caso si tratta di una rievocazione mediata: l'attenzione del tragediografo si concentra cioè su altri momenti del ciclo tebano nei drammi Antigona e Phoenissae, con il duello fratricida tra Eteocle e Polinice, nonché, marginalmente, negli Epigoni, dove si narra la tragedia della famiglia di Anfiarao, uno dei Sette contro Tebe.

Per ritrovare tracce letterarie significative del mito di Edipo occorre attendere Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.), il primo a scrivere una tragedia di argomento propriamente edipico, l'Oedipus, modellata sull'esempio dell'Edipo re di Sofocle ma ricca di motivi originali.

All'età flavia appartiene invece la Tebaide di Publio Papinio Stazio, pubblicata nel 92; questo poema epico, che narrava della guerra fratricida tra Eteocle e Polinice, dovette godere di un discreto successo, tanto è vero che Giovenale (50-127 d.C. circa) parla di letture pubbliche dell'opera.
Il poema si snoda attraverso dodici libri, a partire dall'invocazione di Edipo alle Furie affinché perseguitino la casa regnante di Tebe, irrimediabilmente macchiata dalla colpa del vecchio re, attraverso la cronaca del conflitto, fino alla morte dei due figli di Edipo e Giocasta. Solo a questo punto, secondo la versione del mito adottata da Stazio, edipo si acceca e viene scacciato da Tebe, mentre Giocasta si suicida.
I modelli letterari cui Stazio mostra di fare riferimento sono molti, ma il più significativo resta l'Eneide di Virgilio, per quanto riguarda la distinzione della trama in due parti: una odissiaca, con la funzione di una lunga preparazione, ed una iliadica, dove soggetto principale è la guerra. Inoltre, Stazio derivava la sua conoscenza del mito tebano eminentemente dalle tragedie di Seneca, l'Oedipus e le Phoenissae.
Originale sembra essere l'interpretazione data da Stazio del crollo della casa di Edipo: essa non appare travolta da una catena di maledizioni e vendette familiari, quanto da una ferrea legge di Necessità: centrale è allora il ruolo del Fato, a cui si accompagna il tradizionale apparato di divinità dell'epica. Queste ultime sono tuttavia solo degli stereotipi, delle personificazioni allegoriche di concetti astratti; un simile schematismo si riscontra anche nella caratterizzazione dei personaggi: si tratta tuttavia di un inconveniente inevitabile, se si tiene presente l'enorme varietà di figure che si muovono sulla scena, varietà che a volte rischia di compromettere l'unità e la coesione interna all'opera.
Stazio assume il mito anche come un pretesto per trattare temi di attualità : la guerra fratricida, la degenerazione di una dinastia regnante e il dramma della sudditanza a simili sovrani.

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