ERICH FROMM


Illustrazione da Oedipus Aegyptiacus


Indice:


L'interpretazione di Fromm, che si pone esplicitamente in continuità con gli studi di Sigmund Freud e di Jung, è ampiamente originale, in quanto, pur facendo riferimento al sogno, non conosce i radicalismi freudiani. La tesi dello studioso è verosimile, se non altro perché si basa su una certa conoscenza delle testimonianze testuali.


Il linguaggio simbolico nel mito

Fromm parte dalla premessa che il mito esprima, in un linguaggio simbolico come il sogno, concetti provenienti dalla sfera religiosa e filosofica: sta allora in questi concetti il vero significato del mito, di cui la storia manifesta non è altro che una modalità comunicativa.
Si è giunti allora alla comprensione del fatto che il mito non è semplicemente il prodotto dell'inventiva fantastica di popoli primitivi, ma contiene precise memorie del passato. Tra coloro che hanno permesso una interpretazione innovativa del mito Fromm annovera in particolar modo Bachofen e Freud.
Il primo ha permesso di cogliere nel mito sia il significato religioso e psicologico, sia quello più squisitamente storico. Il secondo, basandosi sulla sua teoria dei sogni, ha permesso la lettura simbolica dei miti; Freud però sbagliava nel leggere in essi solo degli impulsi irrazionali o primitivi, e non la saggezza del passato.

Torna all'indice

Il mito di Edipo

La critica a Freud

Rimandando all'articolo specifico per quanto concerne l'interpretazione freudiana, ci limitiamo qui a riassumere le critiche che Fromm le muove nel suo testo Il complesso di Edipo e il mito di Edipo risalente al 1949.

Fromm, che sceglie consapevolmente di appoggiarsi solo sulla tragedia sofoclea come Freud fece senza porsi neanche il problema, osserva che il mito, esaminato da vicino, fa sorgere dei dubbi a proposito della tesi del suo predecessore.
Fromm sostiene infatti che:

Se l'interpretazione freudiana fosse giusta, il mito avrebbe dovuto narrare che Edipo incontrò Giocasta senza sapere di essere suo figlio, si innamorò di lei e poi uccise suo padre, sempre inconsapevolmente.

In realtà nel mito emerge chiaramente che Edipo non è attratto né si innamora di Giocasta: il loro è un matrimonio di convenienza, voluto da Edipo solo per raggiungere il trono che gli spetta dopo la vittoria sulla sfinge. Se il mito avesse come tema l'incesto, come si spiegherebbe questa grave omissione?

Torna all'indice

Edipo secondo Fromm

Come possiamo concepire il fatto che Edipo, saggio eroe salvatore di Tebe, si macchi di un crimine tanto nefando per i suoi contemporanei?
Normalmente si sostiene che il concetto stesso di tragedia si basi sulla sciagura che colpisce il forte nel momento più inaspettato. Ma è una spiegazione sufficiente? Fromm è convinto del contrario.

L'ipotesi che lo studioso formula viene così espressa:
Il mito può essere inteso come simbolo non dell'amore incestuoso fra madre e figlio, ma della ribellione del figlio contro l'autorità del padre nella famiglia patriarcale; che il matrimonio fra Edipo e Giocasta è soltanto un elemento secondario, soltanto uno dei simboli della vittoria del figlio che prende il posto di suo padre e con questo tutti i sui privilegi.

Tale ipotesi può essere suffragata solamente a partire da un esame complessivo del mito di Edipo, che coinvolga tutte e tre le tragedie sofoclee.
Nell'Edipo a Colono Fromm individua quale tema tra i più significativi l'odio di Edipo nei confronti dei figli.
Anche nell'Antigone il conflitto tra padre e figlio si configura come uno dei più importanti: Creonte, padre e tiranno autoritario, viene contrastato dal figlio Emone che mette in discussione la sua crudeltà verso Antigone.
Fromm crede allora di poter leggere nell'Edipo re come tematica specifica non tanto l'incesto quanto proprio il contrasto generazionale.

L'antagonismo tra Edipo e suo padre fu interpretato da Freud come inconscia rivalità derivante dagli impulsi incestuosi dell'eroe. In effetti, quale altra spiegazione può esserne data?
Una alternativa viene fornita dall'esame dell'Antigone. Come si è detto, in questa tragedia Emone si ribella al padre, che rappresenta il principio autoritario sia nella famiglia sia nello stato.
Secondo Fromm questa ribellione affonda le sue radici nel contrasto tra il sistema di società patriarcale e quello matriarcale (anche se oggi si preferisce parlare di schema patrilineare o matrilineare). Edipo, come Emone e Antigone, rappresenta il sistema matriarcale, in aperto dissenso rispetto a un ordine sociale e religioso che si basa invece sull'autorità paterna.

Torna all'indice

La teoria di Bachofen

Per meglio spiegare la sua tesi, Fromm introduce una sintesi delle teorie di J.J.Bachofen, da lui stesso indicati come modello, apparse nel saggio Diritto materno del 1861.

In quest'opera lo studioso avanza l'ipotesi che all'inizio della storia umana le relazioni sessuali fossero senza norma alcuna, cosicché solo il legame di maternità era indiscutibile. Ciò spiega l'iniziale supremazia della donna nelle relazioni sociali, ma anche la prevalenza di divinità femminili e soprattutto materne.
In un lungo processo storico, sostiene Bachofen, gli uomini riuscirono infine a sconfiggere le donne e a dominarle all'interno di una gerarchia nettamente patrilineare. La società che ne esce si basa essenzialmente sulla monogamia (almeno da parte della donna), sull'autorità del padre nel nucleo familiare e su una rigida gerarchia. Dal punto di vista religioso, divinità maschili soppiantano quelle femminili.
Tra i miti che possono essere interpretati a partire da questa teoria spicca quello dell'Orestea di Eschilo, che lo stesso Fromm porta come esempio della validità della tesi su cui egli stesso si basa. Bachofen legge nella trilogia in questione la rappresentazione simbolica dell'ultimo conflitto tra i due principi, che si confrontano nella sfera dei valori umani e in quella religiosa, tenendo presente che esiste in Grecia un legame di stretta correlazione tra i legami familiari e la devozione agli dei.

La teoria di Bachofen arriva anche a sostenere che società patriarcali e matriarcali presentano diversi sistemi di valori. Quest'ultima infatti è caratterizzata dall'importanza dei legami di sangue, dei legami alla terra e dall'accettazione passiva dei fenomeni naturali; quella patriarcale, invece, è connotata dal pensiero razionale e dallo sforzo tesi al controllo della natura. Sembrerebbe dunque che la civiltà patriarcale sia molto migliore di quella antecedente.
Sotto altri aspetti, tuttavia, la civiltà matriarcale era nettamente più progredita: in essa tutti gli uomini sono considerati uguali, dato che essi sono tutti figli di madri e ognuno è figlio della Madre Terra. Bachofen arriva addirittura a sostenere che è proprio attraverso questa relazione di stampo matriarcale che la civiltà ha potuto progredire, essendo da essa derivati gli aspetti più nobili e virtuosi dell'esistenza umana, tra cui i valori dell'amore, dell'unità e della pace. Oltretutto, il principio matriarcale è quello dell'universalità, mentre quello patriarcale sancisce la restrizione.

Torna all'indice

Edipo e le "madri"

Fromm procede rintracciando nella intera trilogia edipica e in altre fonti dei riscontri testuali utili a suffragare la sua ipotesi di partenza.
Edipo re propone scarse prove dirette, salvo alcuni interessanti passaggi. Testimonianze piuttosto consistenti provengono invece dalle altre versioni greche anteriori sulla cui base Sofocle costruisce la tragedia.
La figura di Edipo vi è quasi sempre connessa al culto delle dee della terra, ultime esponenti della religione matriarcale.
Ad esempio, Eteonos, unica città beotica ad avere un santuario dedicato ad Edipo, possiede anche un santuario di Demetra. A Colono, dove Edipo muore misteriosamente, ce n'è uno dedicato a Demetra e alle Erinni, probabilmente anteriore alla codificazione del mito.

Torna all'indice

La sfinge

La relazione tra il protagonista del mito e questo mostro non è indifferente ai fini della dimostrazione di Fromm. Egli parte dall'esame dell'enigma, e lo fa secondo i principi di Freud, secondo il quale la parte più importante del contenuto effettivo del sogno o del mito non si manifesta apertamente nella narrazione, mentre ciò che in quest'ultima appare più significativo non ha altro che un ruolo marginale nel contenuto effettivo.
Fromm sostiene che nel mito l'importante non sia tanto la formulazione manifesta dell'enigma, quanto la risposta uomo. Traducendo dal linguaggio simbolico, si può arguire il vero senso dell'episodio: "colui che sa che la risposta più importante alla più difficile delle domande è l'"uomo stesso", potrà salvare il genere umano".
Proprio questo principio dell'importanza dell'uomo è peculiare della concezione matriarcale di Bachofen; è poi lo stesso valore che costituisce il punto di partenza dell'atteggiamento di Antigone nell'omonima tragedia.

Torna all'indice

Il problema di Giocasta

L'elemento più evidente che ad una prima analisi pare contraddire l'ipotesi di Fromm è la figura di Giocasta nell'Edipo re . Se ella simbolizza il principio matriarcale, perché ella viene annientata anziché risultare vittoriosa?
In realtà il ruolo di Giocasta non solo non smentisce l'ipotesi di partenza, ma tende a confermarla: il suo delitto sta nel non aver adempiuto al suo dovere materno, dal momento che aveva voluto uccidere il figlio per salvare il marito. Ciò, dal punto di vista dei valori patriarcali, è legittimo, mentre dal punto di vista della società matriarcale rappresenta una macchia imperdonabile.
Il mito conosciuto da Sofocle era già stato modificato secondo l'ottica patriarcale, ed il mito stesso spiega i motivi della caduta del matriarcato: la madre, avendo violato il suo principale dovere, ha segnato la propria rovina.

Torna all'indice

L'Edipo a Colono

Nell'Edipo a Colono il protagonista giunge presso Atene, vicino alla fossa delle dee della terra. Se verrà sepolto lì, riferisce a Teseo, diverrà eroe tutelare di Atene e suo benefattore. Chi sono queste divinità? Che cosa significa che Edipo, sepolto nella loro fossa, tornerà a essere salvatore e benefattore?

Edipo chiama le dee locali venerate dal tremendo sguardo. L'aggettivo contenuto in questa definizione si spiega tenendo conto delle teorie di Freud e Bachofen, secondo i quali un elemento del mito o del sogno che non appartiene al sistema di riferimento ma ad un passato più o meno remoto porta generalmente con sé una componente di terrore e solennità. Il protagonista della tragedia ritorna ad essere il benefattore eroico di un tempo in quanto trae forza dal legame che intrattiene con queste dee matriarcali, proprie del suo mondo.

Un altro indizio del legame tra Edipo e l'ordine matriarcale sta nel suo modo di elogiare le figlie Antigone e Ismene facendo da un lato riferimento al matriarcato egiziano descritto da Erodoto, dall'altro paragonando le figlie ai figli maschi.
Infine, la medesima linea di pensiero prosegue nell'odio di Edipo verso i figli: non si tratta di un prodotto psicologico dell'incesto commesso, bensì di una accusa alla violazione dei doveri filiali nel desiderio del potere paterno.

La fine della tragedia consente ancora di più di rintracciare il legame tra Edipo e il "principio matriarcale".
Dopo che il coro ha invocato le invisibili dee o dee infernali, il messaggero racconta la morte di Edipo. In tale narrazione, accanto alla consueta solennità permeata di paura già presa in considerazione, si trova anche la mescolanza di elementi della religione matriarcale e di quella olimpica: il messaggero non sa se Edipo sia stato rapito dagli dei Inferi o da quelli celesti. Se si tiene presente che l'opera rientra in un contesto in cui la religione matriarcale è stata ormai sconfitta, tale dubbio non può che esprimere la prima di queste due possibilità.

Torna all'indice

L'Antigone

Nell'ultima tragedia della trilogia, la cui analisi è indispensabile per poter approdare a delle conclusioni, la figura antagonista di Creonte, i cui contorni erano prima appena accennati, fa la sua comparsa con prepotenza.
Il principio rappresentato da Creonte è quello della supremazia della legge dello stato sui legami di sangue, sulla legge naturale dell'umanità. Antigone si rifiuta di violare tali sacri doveri in nome dell'ossequio all'autorità costituita.
La figlia di Edipo è dunque una paladina dell'ordine matriarcale e del suo sistema di valori: in esso il legame di sangue é un vincolo indistruttibile, mentre in quello di Creonte hanno la precedenza i rapporti gerarchici.

Ismene, al contrario della sorella, è il simbolo delle donne soggette alla dominazione: ella accetta la propria condizione di subalternità all'universo maschile, salvo poi chiedere perdono alle divinità ctonie, legate all'antico ordine di civiltà.

Nel corso della tragedia appare poi sempre più chiaro che Antigone non fa riferimento alle leggi della religione olimpica, ma ad altre leggi di portata universale ed eterna che seguono il principio di umanità elogiato con forza dallo stesso coro. La stessa legge della sepoltura sottintende poi un ossequio alla Madre Terra cui tutti sono destinati a ricongiungersi.

Viceversa Creonte deve sconfiggere la nipote per salvare la sua autorità patriarcale e soprattutto virile: autorità nella famiglia e nello stato sono per Creonte i due massimi valori che nella loro interdipendenza creano un ordine gerarchico nel quale "l'indisciplina è il più grave dei mali" a qualunque livello si riscontri.
Al contrario suo figlio Emone rappresenta i valori per cui lotta Antigone.

Persino la modalità scelta per uccidere Antigone fa riferimento al suo legame privilegiato con la sfera ctonia e materna: la protagonista viene murata viva in una caverna. Solo a questo punto Tiresia, che aveva rivelato ad Edipo il suo delitto, fa la sua comparsa per accusare anche Creonte. Di fronte al suicidio del figlio e della moglie il tiranno ammette il fallimento suo e del suo sistema di valori, dichiarandosi un reietto e un criminale.
Ad essere sconfitto alla fine della trilogia non è allora Edipo ma Creonte: con lui muore anche il principio della dominazione e la negazione della solidarietà umana. Vittoriosi escono invece Edipo, Emone e Antigone, ultimi rappresentanti del sistema democratico matriarcale.

Torna all'indice

Sofocle e il suo tempo

L'analisi di Fromm non si ferma a queste osservazioni ma, come è giusto, cerca di collocare le opere prese in considerazione nel loro contesto storico e culturale.
La guerra del Peloponneso e il pericolo per l'indipendenza ateniese, insieme alla peste, contribuirono a sradicare alcuni dei valori tradizionali. L'attacco più violento veniva dai Sofisti, con cui Sofocle polemizza, prendendo di mira soprattutto l'esasperato egotismo e l'opportunismo della loro morale.
Nella sua disputa contro i Sofisti il tragediografo fece riferimento alle antiche tradizioni religiose che davano rilevanza all'amore, all'eguaglianza e alla giustizia. E' proprio questo miscuglio tra le sue simpatie personali per la religione preolimpica (o antiolimpica) e la polemica antisofistica a trovare spazio nelle tragedie prese in considerazione.

Torna all'indice