Home Bibbia Religione

 

Israele tra i regni di Ciro e Dario

Quando nel 539 a.C. Ciro occupò Babilonia, tutti i popoli che Nabonedo, l'ultimo sovrano babilonese, aveva deportato, furono liberati. Il cosiddetto Cilindro di Ciro, che riporta un elenco dei popoli liberati, non menziona però gli ebrei, ma soltanto popolazioni mesopotamiche. Ciò ha perfettamente senso se si legge la decisione di Ciro come il desiderio di concedere la libertà ai popoli ingiustamente vessati da Babilonia: era inutile, nella sua ottica, modificare la struttura dell'impero, di cui facevano parte anche le regioni della Siria-Palestina. Per questo motivo si dubita della veridicità dell'editto di Ciro, quale è documentato nella Bibbia (II CRON. 36,23 e Ezra 1,1-4); la stessa tradizione ebraica conferma che il primo rientro di esuli avvenne solo all'inizio del regno di Dario. L’intenzione del sovrano persiano era quella di rimediare alla situazione creata da Nabonedo, non di cambiare radicalmente le realtà preesistenti, tuttavia, Ciro provvide a restituire gli arredi sacri del tempio al re di Giuda Sheshbassar. Il tempio era evidentemente ritenuto ancora proprietà regia e non sacerdotale.

Quando Zorobabele ascese al trono, fu insignito di un titolo in più rispetto al suo predecessore; oltre ad essere governatore e re della Giudea, fu considerato anche ton aichmalòton Iudaìon, "capo dei deportati ebrei". E’ probabile che i deportati siano riusciti a far valere le loro aspirazioni presso la corte persiana, ottenendo il riconoscimento a cittadini di Giuda e, quindi, la sottomissione all’autorità di Zorobabele. A quest’ultimo deve essere stato imposto di reinserire gli esiliati nella dinamica sociale della patria, cosa tutt’altro che semplice, visti i rapporti tra i due mondi. Fra sovrano e sacerdozio in esilio deve essersi dunque sviluppato un accordo fondato su compromessi, poiché il sacerdozio doveva abituarsi di nuovo a riconoscere il re e l’ideologia di corte, mentre Zorobabele doveva vedersela con l’altra teologia sorta in esilio.

Nel 520 i rimpatriati cominciarono a fluire a Gerusalemme e, stando alle fonti coeve, il titolo di "unto" era attribuito sia al sovrano, sia al sommo sacerdote Giosuè. Sempre in questo periodo iniziarono i lavori di riadattamento del tempio per decisione regia, ma soprattutto per influenza sacerdotale. In effetti Zorobabele riuscì a tenere tutto nelle sue mani per poco tempo ancora, perché già nel 515, quando il tempio fu dedicato, il vero potere era ormai quello di Giosuè.

Secondo le scarse notizie che ci fornisce a questo proposito la Bibbia, tra i rimpatriati, dominatori di Gerusalemme, e il resto di Giuda scoppiò la guerra civile; il conflitto si risolse soltanto dopo alterne vicende con la vittoria degli esiliati e con la scomparsa di Zorobabele dalla scena politica. Nessuno dei suoi figli, che sappiamo esistettero, ebbe però la possibilità di succedergli e questo fa immaginare che la forma costituzionale monarchica si fosse evoluta in una repubblica. Probabilmente accanto al sacerdote continuava a sussistere la figura del governatore, ma la maggior parte del potere passò nelle mani del sacerdozio. Giuseppe Flavio definì il regime che ne nacque oligarchia aristocratica di impronta teocratica, visto che l’aristocrazia dominante era composta da sacerdoti. Comunque, all’interno del sacerdozio prevalse il ramo sadocita e la carica di Sommo Sacerdote fu eredità della discendenza di Giosuè fino alla deposizione di Onia III nel 173 a.C.

La posizione dei sacerdoti rimpatriati fu però assai delicata: le proprietà perse in seguito all’esilio non poterono ritornare nelle loro mani ed essi furono costretti ad accontentarsi dei proventi derivanti dall’amministrazione del culto; lo stesso potere giuridico restò di competenza laica e la giustizia fu esercitata non secondo la Legge. Malgrado ciò i sacerdoti riuscirono a supervisionare abbastanza i problemi giuridici, poiché venivano consultati nel caso in cui i giudici laici avessero avuto dei dubbi.

Malachia (1,8; prima parte del V secolo a.C.) sottolinea sia la povertà del sacerdozio, sia il desiderio di questo di accrescere il proprio potere e di porsi al centro dello stato. In quanto alla monarchia, non si eliminò la possibilità di costituirne una, purché non fosse messa in discussione l’appartenenza del re alla stirpe ebraica.

Neemia e Ezra

Sotto il governo dei primi Sadociti Gerusalemme attraversò economicamente un periodo difficile; la povertà delle masse, i proprietari terrieri scontenti dell’equiparazione degli stranieri agli ebrei, la diffusione della schiavitù per debiti (che comportava la vendita all’estero degli schiavi) creavano tensioni e preoccupazioni, legate soprattutto all’immagine che si voleva dare di Gerusalemme, capitale degli ebrei di tutto il mondo.

Neemia, potente ministro dell’imperatore, si inserì nelle dinamiche di Giuda in seguito a un incidente: le porte della città erano state bruciate e le mura diroccate non erano ancora state ricostruite. Approfittando di questa condizione di debolezza di Gerusalemme, qualche sceicco deve avere spadroneggiato in quelle terre. I danni non furono assolutamente gravi, ma Neemia approfittò dell’imprevisto per potere andare a riordinare Gerusalemme come governatore.

I provvedimenti proposti da Neemia colpirono favorevolmente molte classi sociali: il condono dei debiti ridiede la dignità di cittadini ai molti diseredati; la riorganizzazione del pagamento delle decime in favore del tempio accrebbe il potere dei sacerdoti; l’insistenza sull’impurità dei pagani e sulla necessità di separarsi da essi favorì la politica economica dei mercanti e dei proprietari terrieri, perché privava dei diritti di cittadino molti potenziali concorrenti. L’imposizione a avere rapporti sporadici con gli indigeni di altre stirpi e la proibizione di contrarre matrimoni misti contribuirono a saldare i legami tra Gerusalemme e la diaspora consolidando la visione religiosa di questa. Gli ideali vagamente universalizzanti che avevano accompagnato il primo sadocitismo vennero così irrimediabilmente a mancare, aprendo le porte al secondo periodo sadocita.

Proprio in seguito a questi avvenimenti nacque la convinzione che i veri ebrei fossero quelli deportati. Già nel IV secolo a.C. il Cronista poteva scrivere:" Nabucodonosor deportò in Babilonia gli scampati alla spada" (II. Cron. 36,20).

La grande importanza della figura di Neemia è legata anche alla fondazione di una biblioteca. Secondo il Testo dei Maccabei, in questa non mancavano né il libro dei Salmi, né i libri storici, né la raccolta dei libri profetici. Non era però inclusa la Torah. Sono state fornite varie possibili soluzioni a questo enigma: forse i libri che costituiscono il Pentateuco non erano ancora stati scritti, forse la Torah non aveva ancora il valore di racconto storico delle origini. Qualsiasi sia la risposta, appare comunque evidente che in questo periodo la Torah come fondamento morale e giuridico di Israele ancora non esisteva.

Un’altra opera degna di menzione organizzata da Neemia è la convocazione di un’assemblea che avrebbe dovuto rinnovare il patto con Dio. Le clausole del patto stabilivano come impegno l’adesione a un comportamento moralmente corretto; veniva sottolineata quindi l’importanza della norma etica come unico vincolo.

Agli inizi del IV secolo a.C., quando la riforma di Neemia cominciava a inserirsi nel contesto di Gerusalemme, visse Ezra. Egli continuò l’opera di Neemia, ma la sua teologia, pur seguendo quella di Neemia, si concentrò di più sulla Legge indipendentemente dal Patto. Questo significa che, secondo il suo pensiero, era importante che gli uomini avessero un comportamento corretto non perché questo costituiva la struttura portante del Patto inteso come punto nodale dello stato, ma perché così aveva prescritto la Legge.

Inoltre Ezra ottenne dai Persiani che la Torah fosse riconosciuta come legge valida da tutti gli ebrei. Il privilegio ottenuto non era senza dubbio esente da ambiguità: non si capisce molto bene infatti quale potesse essere il rapporto tra autorità divina e terrena, dal momento che la legge da imporre era contemporaneamente umana e di Dio.

Erica Baricci