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V libro

 

La rivolta contro Roma e la guerra giudaica

Tacito

La vita

Publio (o Gaio, il prenomen è incerto) Cornelio Tacito nasce nel 56 o 57 circa, probabilmente in una località della Gallia Cisalpina o Narbonense; i dati sulla sua famiglia sono incerti: si tratta presumibilmente di una appartenente al ceto equestre. Egli riceve un'accurata educazione di grammatica e di retorica a Roma, forse alla scuola di Quintiliano, e diviene ben presto brillante avvocato, tra i più prestigiosi del suo tempo. Nel 77 circa sposa la figlia del senatore Giulio Agricola e, iniziato il cursus honorum come questore nell'81-82 (sotto Vespasiano), ottiene nell'88 la pretura da Domiziano. L'anno successivo riceve l'incarico di propretore o di legato di una regione nord-occidentale dell'impero e lascia Roma; si è supposto che proprio durante questo soggiorno abbia fatto conoscenza di quei Germani di cui parla nella sua Germania. Torna a Roma dopo il 93, negli anni più duri del regime domizianeo, e li supera grazie a un atteggiamento riservato, senza una diretta opposizione. Nel 97 raggiunge il consolato, subentrando al posto di L. Virginio Rufo di cui pronuncia l'elogio funebre; non può invece pronunciare, perché lontano da Roma, quello di Agricola, del quale scrive però una biografia encomiastica (Agricola), che segna l'inizio, nel 98, della sua produzione letteraria dopo 15 anni di silenzio. Dopo pochi anni scrive la Germania. Nell'ultima parte della sua vita scrive poi le Historiae e gli Annales. L'ultimo dato inerente alla vita pubblica attesta il suo proconsolato d'Asia nel 112-113, mentre la morte risale al 120 circa.

Le opere

Le monografie

Del 98 è "La vita di Giulio Agricola" (De vita et moribus Julii Agricolae). Si tratta di un'opera composita di elementi di diversa natura letteraria, tuttavia quella biografica è la forma predominante, in quanto vi si parla della patria, della famiglia, della figura fisica e morale, dell'educazione, della vita e della morte del personaggio. Ma vi si trovano anche i toni dell'elogio funebre: vengono, infatti, messe in rilievo le virtù e, al contrario, in secondo piano i difetti. E' inoltre un ottimo esempio della storiografia tacitiana: ricca di notizie, di effetti artistici e di interessi morali.

Pochi mesi dopo l'Agricola è pubblicata "La Germania" (De origine et situ Germanorum). Essa è un trattato etnografico, scritto secondo una prospettiva storica. Tacito desidera presentare ai Romani un popolo straniero in modo facilmente comprensibile. Il suo interesse va soprattutto ai costumi dei Germani, che incarnano le virtù un tempo possedute dai Romani, ma non li idealizza né nasconde i loro difetti. Tacito, infatti, comprende bene il pericolo che questa popolazione costituisce per Roma e, nella sua opera, lo evidenzia chiaramente. Proprio per tale messaggio quest’opera può essere definita un "saggio di attualità", anche se Tacito non manifesta una precisa linea politica.

Problematica è l’attribuzione del "Dialogus", e anche sulla datazione ci sono divergenze; il dubbio sulla sua paternità dipende dallo stile, il quale si distingue da quello degli altri scritti di Tacito per il suo ciceronianesimo. Ciò probabilmente dipende dall’insegnamento ricevuto nella scuola di Quintiliano, che predilige la forma dialogica del grande maestro di retorica. Per quanto riguarda la datazione, alcune indicazioni hanno fatto pensare ai primi anni del secondo secolo. L’argomento non è inedito: si tratta del confronto tra poesia e oratoria; difficile è però stabilire l’intento di Tacito, anche perché è impossibile delinearne l’opinione, dal momento che ogni punto di vista è presentato in modo eloquente e persuasivo.

Le opere storiche

Delle quattro opere sicuramente attribuite a Tacito le due storiche sono le più importanti ma ci sono giunte incomplete. La prima delle due, le "Historiae", tratta del periodo tra il 69 e il 96, ed è una meditazione storico-politica sulla fase più recente dell’impero. Tre sono i temi che vi si sviluppano: il rapporto tra principe e libertà, l’incontrollabilità dell’esercito in periodi di assenza del potere, l’insufficienza della classe tradizionale ai problemi dell’impero.

Negli "Annales", di poco successivi ,Tacito si trova ad arretrare per poter spiegare la crisi politica da cui era partito; decide cioè di completare la storia del principato, risalendo alla morte di Augusto, comprendendo però successivamente che il perno della questione era radicato proprio nel principato di Augusto.

Il pensiero di Tacito

Tacito è un tradizionalista in un'età di declino dei valori tradizionali, e per questo motivo nell'antichità non raggiunge mai la popolarità, ma deve attendere l'Umanesimo per essere riscoperto da numerosi studiosi.

E' tradizionalista nel senso che aspira alla restaurazione degli antichi valori e soprattutto del mos, che ad esempio viene esaltato nella "Germania", e in questo senso lo si può ritenere continuatore della tradizione moralistica iniziata da Cicerone; è infatti consuetudine dei ceti emergenti nella classe dirigente farsi difensori dei valori di quella classe più di chi vi appartiene da lungo tempo.

Tuttavia in Tacito emerge anche l'uomo nuovo che partecipa all'elaborazione di una nuova ideologia; per esempio negli "Annales" l'industria è vista anche come una qualità non politica in vista del guadagno.

Tacito poi si esprime come lo "storico della libertà perduta", per questo denuncia, attraverso un percorso a ritroso, che il potere di Augusto deriva da principi estranei alla costituzione romana e che è stato trasmesso illegalmente.

Un altro contributo molto importante di Tacito per la storiografia è l'interesse ai problemi sociali ed economici. Ha infatti compreso la trasformazione, avvenuta in età flavia, che ha spinto la società romana in una direzione borghese, ostacolando così l'economia parassitaria delle grandi famiglie patrizie; Tacito (figlio di un cavaliere) infatti fissa nei suoi scritti lo spirito, i pregiudizi e il risentimento dell’aristocrazia romana, rivela le cause e il dramma della loro decadenza. Non era stata sconfitta solo una fazione della nobiltà, ma tutta una classe, giacchè la lotta non era stata solo politica, ma sociale.

Infine egli introduce in un campo politico la riflessione sul destino umano. Nelle "Historiae" è sentita fortemente la presenza di un fato; mentre negli "Annali" sembra assumere maggior rilievo la forza del caso.

Le "Historiae"

Il titolo, che tra l’altro richiama quello di altri storici, è scelto perché l’opera tratta argomenti contemporanei all’autore e perché comporta, nel riferimento al significato della parola greca historìa ricerca, un’intenzione non puramente cronologica, ma un’indagine dei fatti narrati, anche se poi l’andamento del racconto risulta più annalistico.

I libri delle Historiae erano probabilmente dodici o quattordici, ma quello che ne resta è più o meno un quarto.

Qui Tacito narra gli eventi del periodo che va dal 69 al 96 e comprende i regni di Galba, Otone, Vitelio Vespasiano, Tito e Domiziano.

La vicenda si apre con la successione di Galba a Nerone, con la quale apparentemente si realizza l’Utopia della scelta del principe da parte dell’aristocrazia, in realtà il senato legalizza una scelta che è sempre dell’esercito. La vera soluzione costituzionale si raggiungerà solo con Nerva e Traiano, la costituzione dell’optimus princeps scelto con l’adozione.

Alla morte di Galba, il senato decreta a Otone omnes principium honores. Egli, portato al potere dai pretoriani, viene subito "riconosciuto" dal senato, ma poi le legioni del Reno acclamano imperatore Vitellio. Lo scontro è inevitabile e Otone sembra avere la peggio, così per non sottoporre ad altre perdite i suoi uomini si uccide. Il governo di Vitellio è caratterizzato da iniziative disorganiche e da un senso di provvisorietà, così la parte orientale dell’impero elegge un nuovo princeps, Vespasiano. Egli organizza dunque una spedizione contro l’Italia e la vittoria è di facile conseguimento: l’anno dei quattro imperatori è finito. La guerra civile si protrae ancora per un po’ e momenti particolarmente tragici si hanno con la rivolta giudaica, ma da questo momento non possediamo più il racconto di Tacito.

Il V libro

Tito, dopo la partenza del padre Vespasiano, si accampa davanti a Gerusalemme alla testa di un'imponente armata per risolvere definitivamente a favore dei romani la guerra giudaica.

Tacito inizia così una digressione sugli ebrei, la cosiddetta "archeologia giudaica", tratta cioè delle loro origini, la loro religione, le loro leggi e i loro costumi.

In queste pagine emerge chiaramente l'ostilità che circondava gli ebrei fin dal III secolo a.C. e che aveva dato origine a una letteratura antisemitica. Tale atteggiamento nasce dalla forte identità etnica degli ebrei e dalla loro insofferenza a ogni tentativo di integrazione e sottomissione dall'esterno.

Tacito mette in luce le profonde differenze tra la religione ebraica e quella romana, il rigido monoteismo dei primi, in effetti, li rendeva un'eccezione rispetto a popoli che adoravano decine di dei.

Inoltre lo storico esprime un profondo disgusto per le loro usanze - essi seppelliscono i cadaveri, considerano empi coloro che modellano gli dei ad immagine degli uomini e non elevano statue neanche nei templi - che sono inconcepibili non solo per i Romani ma anche per la maggior parte degli altri popoli, e per questo motivo li paragona agli Egiziani.

In genere i Romani erano abbastanza tolleranti nei confronti delle religioni straniere, ma quello che non potevano accettare degli ebrei era il loro proselitismo.

L'avversione e il disprezzo fanno venir meno il distacco che sarebbe richiesto a uno storico, e questo accade perfino nei capitoli dedicati alla geografia del luogo: il quadro che emerge è quello di un paese inospitale e malsano, che anche nelle zone fertili presenta mostruosità e stranezze (cfr. la descrizione del balsamo - cap.6).

Dopo questo excursus Tacito ricorda i precedenti rapporti tra i Giudei e Roma, per poi passare ad analizzare le origini della rivolta e riprendere dai preparativi bellici di Tito.

Giulia Sapi