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Il viaggio
Mauthausen

 

Essere là

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E’ davvero difficile esprimere le emozioni che può provare un visitatore, specialmente se ebreo, nel camminare sulla terra percorsa da un milione mezzo di individui destinati alla morte, senza scadere nella banalità.

Trovarsi in un luoghi simili scatena nell’animo una tempesta di emozioni contrastanti: il dolore, l’angoscia, la paura da un lato, l’incredulità, il desiderio di ignorare o quantomeno dimenticare dall’altro.

Vivere il dolore di chi è stato sterminato in quei campi è impossibile: non è sufficiente vedere, nonostante la consapevolezza.

Il cuore di chi si guarda intorno là, proprio là, ad Auschwitz e a Birkenau, viene pervaso da una forma di oppressione che sfiora il senso di colpa, un senso di colpa ingiustificato, ma che costringe a una riflessione imprescindibile: quello che è accaduto non ci ha coinvolti e non ci coinvolgerà forse mai per ragioni cronologiche. La nostra innocenza non disseterà l’odio dell’umanità, perché prima di noi altri esseri umani sono stati uccisi per la sola ragione di esistere.

E la gelida sensazione di essere ancora osservati dagli spiriti di tutti quei morti, il profondo disagio che nasce dall’impressione di avere i loro occhi su di sé sono la prova tangibile della nostra fortuna, del nostro destino, migliore perché qualcun altro ha pagato per la follia omicida e antisemita.

Tanti gli israeliani presenti nei medesimi luoghi: le loro bandiere sventolanti sono monito alla memoria, ma sono anche la rivendicazione di un massacro che ha ferito irrimediabilmente e in modo più drammatico l’orgoglio ebraico, di un popolo che oggi è finalmente una nazione.

La capacità degli ebrei israeliani di sentire comune, anche dopo decenni, il dolore ha trovato la migliore espressione nelle ragazze che pregavano, con una solennità che incuteva quasi soggezione chine su un libro di salmi e sulla preghiera dei morti che non avevano nemmeno bisogno di leggere: la loro presenza sembrava annullare quella comune dei visitatori non ebrei, perché nelle loro preghiere non esisteva traccia alcuna di curiosità morbosa o di sgradevole e blasfemo rigore didattico.

Una ragazza mi rimarrà per sempre nel cuore: un’israeliana che pregava di fronte alle rovine di una camera a gas di Birkenau, e sotto la pioggia non si preoccupava di coprirsi o di seguire il gruppo.

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E proprio in quel campo si ha la prova più concreta dell’infinita grandezza che il male può raggiungere: la propria anima diviene come un piccolo grumo di materia pesante tonnellate nella contemplazione inorridita della vastità di Birkenau, un’immensità che fa respirare solo la morte, in particolar modo nel momento in cui, anche salendo sulla nota torretta, lo sguardo si perde nella sconfinata distesa dei camini in mattoni. Non si riesce nemmeno lassù a scorgere la fine del campo, la recinzione di filo spinato che isola, quasi come un confine neanche tanto metaforico, la sconvolgente realtà della crudeltà da quella rassicurante e ignara della quotidianità.

E le rotaie sembrano terminare nell’orizzonte, oltre le betulle che si scorgono in lontananza; un solo pensiero attraversa la mente più e più volte: "non c’è limite al male… non c’è limite…".

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L’estensione di Birkenau è un tempio alla ferocia umana, è la stessa ferocia uscita dall’astrazione del pensiero per raggiungere concretezza.

Non sono mancati particolari che denotavano un forte cattivo gusto e una radicata mancanza di rispetto verso i defunti: alcuni giovani erano in grado di mangiare nella tetra enormità di Birkenau, altri non si preoccuparono nemmeno di togliersi il cappello, mentre nei forni crematori di Mauthausen e Auschwitz ardeva un lumino inappropriato.

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Vorrei concludere questa mia riflessione con un’immagine carica di dolore e di speranza, quella della gigantesca menoràh di ferro che si staglia tra tutti i monumenti dedicati dai vari paesi del mondo alle vittime di Mauthausen: una menoràh costruita con tante scaglie di metallo, in segno delle ferite inferte agli Ebrei dall’odio antisemita, alla cui base vi erano tante pietre, il segno ebraico convenzionale per il lutto, in luogo dei fiori, per indicare l’eternità del ricordo della sofferenza.

E benché il quartiere ebraico di Cracovia sia rimasto intatto, con le due sinagoghe per il culto degli ebrei ortodossi e dei laici, i resti dell’antica sinagoga cinquecentesca, i ristoranti tipici ebraici, la sala per i bagni rituali, non si scorge subito un monumento in memoria dei due milioni di ebrei polacchi sterminati.

Simone Pratelli