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Il "passato che non passa"
Prima di approdare alla redazione ipertestuale, questo lavoro ha vissuto una lunga preparazione di ricerca per opera di una équipe composta da docenti e studenti. Va detto senza false modestie che larmatura storica e filologica che caratterizza la scuola classica consente agli alunni più perspicaci di concepire ottiche di lungo periodo che risultano irrimediabilmente precluse non solo agli studenti di altre scuole, ma a quello stuolo di sedicenti esperti che inquinano lopinione pubblica con giudizi sulla storia ebraica privi del necessario supporto storico. Se ne è avuto un esempio nella prima celebrazione della "Giornata della memoria" il 27 gennaio 2001: una memoria che, da parte della stampa e dellinformazione televisiva, ha rivelato un fiato corto, anzi cortissimo, che nemmeno ai più attrezzati ha consentito di risalire oltre Versailles! Ebbene, se cè un argomento attuale che affonda le radici nellantichità, questa è proprio la vicenda degli ebrei. Per rendersene conto, basta ricordare che la drammatica situazione che in questi tempi vede contrapposti israeliani e palestinesi trova il suo precedente diretto anche se remoto nella distruzione di Gerusalemme per opera dei romani nel 70 d. C. e nella soppressione dello stato ebraico, del quale gli ebrei sono rimasti privi per duemila anni, finché un evento senza precedenti come la Shoah ne ha affrettato il ripristino nel 1948, con le conseguenze dirompenti a cui oggi stiamo assistendo. Dunque, se per le guerre persiane o per le guerre puniche il passato è passato, la guerra giudaica combattuta dai romani dal 66 al 70 d. C. costituisce un "passato che non passa": alla fine di questo conflitto i romani davvero "fecero il deserto e lo chiamarono pace", come Tacito avrebbe potuto dire più propriamente che per la Britannia, sia per ragioni geografiche sia per ragioni strategiche. Invero lespressione "passato che non passa" costituisce il titolo di un libro (Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e lidentità tedesca, Einaudi, Torino 1987) in cui Gian Enrico Rusconi fa il punto sulla storiografia della Shoah. Il titolo di Rusconi si ispirava a sua volta a quello di un articolo pubblicato da E. Nolte sul quotidiano tedesco "Frankfurter Allgemeine Zeitung" del 6 giugno 1986 (Un passato che non vuole passare), che poneva il problema della responsabilità dei tedeschi per non essersi opposti ai crimini nazisti. Nolte sosteneva la necessità di liberarsi dal peso della colpa collettiva in nome di una sorta di pareggiamento del crimine, negando lunicità del crimine nazista in confronto con i precedenti staliniani e con le atrocità perpetrate in questo secolo in ogni parte del mondo. Questa prospettiva, detta "revisionista" in quanto pretende di rettificare linterpretazione classica del genocidio ebraico, ha trovato seguaci e oppositori in una serie di interventi polemici spesso degenerati nella faziosità di parte. Lurgenza dellargomento ci ha indotti a indagare le origini remote dellantisemitismo che sta a monte della "soluzione finale" (Endlösung), cioè dello sterminio degli ebrei decretato dallo stato maggiore nazista nella Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942. E in particolare ci ha posto alcune domande quali:
Domande inquietanti, coinvolgenti in quanto occupano in qualche modo la coscienza di ciascuno di noi, se è vero quanto scrive Hans Küng, professore di teologia dogmatica nellUniversità di Tubinga: "Si deve dire con tutta chiarezza che lantigiudaismo nazista fu lopera di empi assassini anticristiani. Però esso sarebbe stato impossibile senza il precedente di quasi duemila anni di antigiudaismo "cristiano"". A queste domande gli studiosi della Shoah rispondono in modo per lo più generico e convenzionale: si riscontrano, sì, tracce di insofferenza antigiudaica presso gli antichi, ma essi erano tolleranti in materia religiosa, soprattutto quando una religione non si opponeva alle autorità dello stato. In realtà le cose stanno diversamente. Esiste anche un antisemitismo pagano, con le sue esplosioni di odio, con i pogrom, con le espressioni di aperto antigiudaismo come quelle condensate nelle pagine di Tacito, che rispecchiano il punto di vista della classe dirigente romana. E alle spalle di Tacito si può seguire una traccia di antiebraismo greco: unottima occasione, dunque, per risalire per un tramite non troppo noto alle radici prime - ebraico-cristiane e greco-latine - del nostro mondo moderno e, purtroppo, dei suoi errori. Dal passato al presente: il dolore della storia Risalendo fino alla storia ebraica antica, abbiamo avuto modo di constatare con documenti alla mano che la "soluzione finale" non fu un incidente di percorso, ma lesito di un percorso millenario. Oltre due millenni di antigiudaismo punteggiato di violenze isolate ma costanti avevano raggiunto leffetto di disumanizzare, spersonalizzare, despecificare gli ebrei riducendoli a una anomalia della storia; avevano creato una situazione esplosiva della quale bastava innescare la miccia. La scintilla che causò lesplosione fu il razzismo ottocentesco, che convertì in ideologia politica lantisemitismo ereditato dal passato. La storia ha conosciuto massacri anche più rilevanti numericamente: basta pensare ai quasi venti milioni di morti nella sola U. R. S. S. durante il secondo conflitto mondiale, metà dei quali tra la popolazione civile; basta pensare alle innumerevoli vittime della politica staliniana di repressione e di deportazione. Ma sei milioni di vittime - tra cui un milione e mezzo di bambini - per un pregiudizio in sé privo di fondamento sono qualcosa di più che un dato numerico da manuale. Vogliamo sperare che, se qualcuno leggerà queste pagine, non ci opponga la solita obiezione che ormai conosciamo a memoria: perché i Lager e non i Gulag? Perché denunciare i crimini del nazismo e non quelli del comunismo? E come chiedere a uno studioso della democrazia ateniese perché non tratti anche delloligarchia spartana o della monarchia egiziana; o a chi studi le guerre puniche, chiedere perché non parli anche delle guerre persiane. E stato motivo di delusione per noi docenti constatare come da parte dei nostri studenti questa proposta di approfondimento - a nostro parere una tra le più robuste e coinvolgenti che si possano immaginare - abbia riscosso scarse anche se qualificate adesioni. Tanto più che poco prima i medesimi studenti avevano mostrato maggiore zelo su temi di approfondimento ben poco rilevanti (dalla casa romana alla toilette delle donne romane ecc.). Si è subito capito che dietro questo tiepido interesse cera qualcosa di più che latteggiamento dello studente scansafatiche: e abbiamo rispettato le scelte di ciascuno, come si addice a una scuola di libertà. Ma abbiamo anche capito che dietro questo disinteresse non cera scarsa sensibilità, ma prevenzione ideologica serpeggiante, assorbita in modo subliminale dallambiente. Larticolo di Sergio Romano qui riprodotto è una tra le molte fonti di questo smog ideologico, in cui la mistificazione va di pari passo con il vuoto di memoria. Scrivere, per esempio, che "a Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale i vincitori trattano i vinti come criminali di guerra e li sottopongono a giudizio penale" significa disseminare menzogna e offendere la memoria di milioni di vittime innocenti: a Norimberga furono processati ventidue criminali nazisti e vennero irrogate dodici condanne a morte, mentre centinaia di criminali ottenevano salvacondotti da organizzazioni internazionali doppiamente colpevoli: di non aver fatto nulla per arrestare il genocidio degli ebrei e di averne protetto i responsabili. La consapevolezza del passato La memoria storica richiede anzitutto la conoscenza di ciò che è stato. Nei decenni tra la fine della seconda guerra mondiale e la riunificazione della Germania, la Shoah è stata per la popolazione tedesca un passato da rimuovere: nella Repubblica federale le autorità locali ostacolavano la richiesta di conferire significato ai luoghi di morte; nella Germania orientale si riversava sul nazismo capitalista ogni responsabilità dello sterminio. Queste resistenze vennero meno rispettivamente con lavvento nel 1969 del cancelliere socialdemocratico Willy Brandt e con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, dando avvio nella Germania riunificata e negli altri paesi europei a un doloroso processo di ripensamento del passato che ha raggiunto la piena consapevolezza solo in questi ultimi anni. Il dibattito storiografico è aspro, comera prevedibile, e non sempre innocente considerata la facilità delle strumentalizzazioni, tanto più che le tesi revisioniste tentano di giustificare i Lager nazisti come risposta alla minaccia di espansione bolscevica, e la corrente negazionista arriva a minimizzare gli eventi. Contro ogni tentativo di alterazione della memoria, la preistoria dellantisemitismo che qui abbiamo cercato di delineare dimostra che la Shoah non fu un episodio casuale né un incidente, ma un evento già iscritto organicamente nella storia antica. Tacito diceva di non sapere fatone res mortalium et necessitate immutabili, an forte volvantur ("se le cose dei mortali avvengano per destino e per necessità immutabile o per caso", Annales VI 22). E ancora una volta sbagliava. Dietro la storia degli uomini ci sono errori e colpe, che a volte sfuggono perché sembrano remote, ma non per questo vanno rimosse né possono essere risarcite da ineffabili richieste di perdono, tanto più che come ha detto recentemente Elie Wiesel "i figli degli assassini non sono assassini, i figli degli assassini sono bambini". Angelo Roncoroni |