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Antigiudaismo a Roma

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Guerra giudaica Seconda guerra giudaica

Le espulsioni degli ebrei da Roma nel 139 a.C. e nel 19d.C.

Abbiamo testimonianze della presenza degli ebrei a Roma già nel I secolo a.C.. E’ possibile che il loro culto abbia conquistato l’interesse di alcuni romani anche in questo periodo così antico, e questa potrebbe essere la causa dell’espulsione degli ebrei da parte delle autorità romane nel 139a.C. L’episodio è riferito da Valerio Massimo (Facta et Dicta Memorabilia), la cui versione ci è giunta da due autori bizantini: Paride e Nepoziano. Secondo il primo gli ebrei "avevano tentato di infettare i costumi romani (Romanos inficere mores conati erant) con il culto di Giove Sabazio", mentre secondo Nepoziano essi "avevano tentato di trasmettere i loro sacri riti ai Romani (Romanos tradere sacra sua conati erant)". Non è chiaro se il tentativo ebraico di infettare i costumi romani consista nell’effettivo tentativo di convertirli, o semplicemente di praticare pubblicamente il loro culto.

La seconda espulsione degli ebrei da Roma, anch'essa spiegata da molti studiosi come punizione al proselitismo, avviene nel 19 d.C. a opera di Tiberio; e la più antica fonte a riferirla è Tacito (Annali). Egli, a differenza delle altre fonti, attribuisce la decisione non a Tiberio ma al senato e parla di espulsione da tutta l'Italia, non solo da Roma. L'azione tiberiana, tuttavia, non ha matrice "razziale" ma sociale e religiosa, e non modifica lo status sociale dei Giudei di Roma ma si tratta di una misura a tutela dell'ordine pubblico e dei mores antiqui.

L'occupazione della Giudea da parte di Pompeo

Nel 64 a.C., Pompeo conquista la Giudea e Gerusalemme, inserendosi nella contesa tra Ircano e Aristobulo. Dal momento che le mediazioni con i suoi legati erano fallite, Pompeo interviene personalmente, rendendo tributaria la Giudea e lasciando a Ircano non il regno ma solo il sommo sacerdozio e la prostasia tou ethnous (equivalente all'etnarchia); con tale comportamento egli accoglie le richieste di una delegazione di giudei,che volevano fosse ripristinato l'antico regime teocratico, eliminando la monarchia degli Asmonei (illegale in quanto non di discendenza davidica).

Il regime asmoneo era in crisi da tempo: l'equilibrio tra potere spirituale e potere temporale del tempo di Simone si era spezzato quando gli Asmonei avevano assunto il titolo di re.

Pompeo entra nel santuario fino al Santo dei Santi, senza però toccare niente del tesoro e degli arredi sacri. Tuttavia il suo atto rappresentò una profanazione per le coscienze religiose dei giudei.

I rapporti tra Cesare e gli ebrei

Secondo alcuni documenti del 48-44 a.C., Cesare avrebbe abolito le modifiche alla sistemazione della Giudea attuate da Gabinio nel 57. Egli restituisce a Ircano l'etnarchia tou ethnous; ribadisce il diritto dei giudei a vivere ovunque secondo le proprie leggi; definisce i rapporti fiscali con Roma, introducendo l'esenzione fiscale per l'anno sabbatico; restituisce territori di una certa rilevanza; permette la ricostruzione delle mura di Gerusalemme.

Cesare, durante la battaglia di Pelusio, quella di "Campo degli Ebrei", e anche nella guerra d'Alessandria, viene salvato dagli Ebrei e, in questo modo mostra loro la sua gratitudine.

La forma mentis cesariana, totalmente laica, consente l'apertura nei confronti degli Ebrei, malvisti, invece, dal "romano medio". Egli, infatti, non solo è ben disposto verso le religioni straniere, ma comprende, in modo particolare, le potenzialità politiche del legame con la comunità ebraica in funzione anti-pompeiana.

Nel 46, dunque, Cesare fa approvare un senatoconsulto circa la proclamazione del rapporto di amicizia e alleanza tra la Giudea e Roma.

Alla morte di Cesare,poi, gli stranieri si associano al lutto, e, in modo particolare gli Ebrei, fanno le loro lamentazioni in torno al rogo su cui viene cremato il cadavere, e, per molte notti, tornano sul luogo del funerale.

Tutte queste informazioni ci sono note attraverso la storiografia di Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche).

Gli ebrei di Alessandria sotto l’impero di Caligola

E’ durante l’impero di Caligola che ha le sue radici la rivolta giudaica del 66; è in questo periodo (37-41), infatti, che iniziano a deteriorarsi i rapporti fra le autorità romani e i giudei.

Nel 40 egli pretende di collocare una sua statua nel tempio di Gerusalemme, e di farsi venerare come un dio, mettendo a morte chiunque rifiuti di farlo. Filone Alessandrino, nell’Ambasceria a Gaio, fa risalire le cause di tale decisione all’ira dell’imperatore per la distruzione, da parte dei giudei della città di Iamnia, di un altare innalzato in suo onore dai greci. Inoltre Caligola era già irritato per la resistenza opposta poco prima ad Alessandria contro la pretesa di imporre il culto dell’imperatore nelle sinagoghe. Filone, nella sua narrazione, fa rivivere le truci scene della devastazione delle case, della ghettizzazione, della lapidazione, dei roghi e della devastazione dei cadaveri.

Questa narrazione, come quella di Giuseppe Flavio, mira a evidenziare la tracotanza di Caligola e il pacifismo giudaico; anche se l’appartenenza di questi autori alla nazione giudaica potrebbe aver condizionato la loro presentazione dei fatti, tuttavia questo non significa che abbiano sconvolto la realtà. D’altra parte, però, questa reazione pacifica dei giudei contrasta con il racconto di Tacito, secondo il quale i giudei avrebbero preso le armi ma non avrebbero fatto in tempo a usarle a causa della provvidenziale morte dell’imperatore.

Il regno di Erode il Grande

Nel 40 a.C., quando i Parti invadono la Giudea, Erode si rifugia a Roma, dove è sostenuto grazie ai legami di suo padre con Cesare e Marco Antonio; e qui, su proposta di quest’ultimo, il senato lo nomina re di Giudea, dal momento che è necessario un uomo forte da opporre alla minaccia dei Parti (eterni nemici di Roma). Tornato in patria, dopo la ritirata dei parti, riconquista progressivamente tutto il territorio e stringe d’assedio Gerusalemme; infine nel 37 prende d’assalto la città, elimina Antigono e unifica il regno.

Erode regna dal 37 al 4 a.C., e per lungo tempo soffoca ogni tentativo di ribellione. L’immagine più diffusa di questo re è quella che ci viene fornita dal secondo capitolo del Vangelo di Matteo: astuto, subdolo e crudele. Questa descrizione è probabilmente reale, ma, in ogni caso, egli non si discosta di molto dalla media comportamentale dei dinasti ellenistici. Erode è tra l’altro un ammiratore della cultura ellenistica, che cerca di promuovere in ogni modo: incoraggia la diffusione di culti pagani; organizza giochi e gare atletiche; costruisce città secondo criteri urbanistici ellenistici.

I primi a opporsi sono i farisei, ma vere e proprie resistenze iniziano a manifestarsi solo verso la fine del suo regno. Il primo episodio si verifica nel 7/6 a.C., è il rifiuto da parte di seimila farisei a un giuramento di fedeltà preteso da Erode per sé e per Augusto. Il secondo è l’abbattimento, a seguito della falsa notizia della sua morte, di un’aquila d’oro fatta collocare dal re sopra la porta del tempio. Entrambe queste iniziative vengono duramente punite dal re. Dopo la sua morte, i tumulti non cessano.

Il testamento di Erode prevedeva la spartizione del regno tra il figlio Archelao, al quale vanno la Giudea, la Samaria e l’Idumea, la sorella Salome, che ottiene tre città, e gli altri figli del re: Antipa e Filippo.

[Giulia Sapi]

La rivolta contro Roma e la guerra giudaica secondo Flavio Giuseppe

L’intervento Romano in Giudearivolta.jpg (76016 byte)

Dopo la morte della regina Alessandra, che aveva amministrato lo stato alla morte del marito Alessandro Ginneo, era scoppiata una guerra civile tra i suoi figli, Aristobulo e Ircano: quest’ultimo, primogenito e legittimo erede del sommo sacerdozio e quindi del titolo regale, fu privato del potere dal fratello.

L’occasione era quella che Roma aspettava e nel 63 a.C. Pompeo occupò Gerusalemme con la scusa di restaurare Ircano nei suoi diritti.

Roma provvide a che il potere di Ircano fosse limitato a quello di Sommo Sacerdote: privato del titolo regale era a capo di una città soggetta alla tassazione e alle direttive romane; in poche parole era solo un intermediario tra il potere sovrano di Roma e il popolo.

Venne ristretta la sovrintendenza del Tempio e il territorio diviso in cinque distretti destinati a essere retti da un’assemblea di aristocratici.

A Ircano non restò che accettare senza proteste le menomazioni del suo potere e accettare che la sua dinastia fosse confinata a un ruolo meramente religioso. Di tutt’altro parere furono invece Aristobulo, il fratello deposto, e suo figlio Alessandro, che furono alla guida di sollevazioni popolari contro Roma negli anni dal 57 al 55 a.C., che tuttavia non ebbero alcun effetto se non quello di inasprire l’ingerenza romana, tanto che nel 40 a.C., alla morte di Ircano, i Romani nominarono Erode, filoromano e uomo di fiducia, re della Giudea facendogli sposare Mariamma, nipote di Ircano.

Nonostante questa parentela egli non poteva pretendere nessuna legittimità in quanto il sommo sacerdozio, la carica tradizionale per il capo della nazione ebraica, era al di fuori della sua portata perché egli non era un sacerdote e, per di più, era ebreo solo a metà. Il suo potere si fondava perciò solo sul sostegno fornito dall’imperatore: Erode mantenne l’ordine nella sua provincia incutendo paura con le sue truppe mercenarie e ricorrendo alle armi romane contro chiunque gli si opponesse.

Alla sua morte, nel 4 a.C., prese il suo posto il successore designato, Archelao, che tuttavia si dimostrò incapace di tenere sotto controllo la popolazione con l’efficacia di suo padre e fu perciò deposto nel 6 d.C., anno che segnò l’inizio dell’amministrazione diretta da parte di Roma.

La situazione della provincia

I problemi che dovette affrontare il primo governatore romano furono tutt’altro che facili.

La prima difficoltà era rappresentata dal fatto che il procuratore disponeva solo di un piccolo gruppo di funzionari per amministrare la regione e di limitati contingenti di truppe: la Giudea era infatti una piccola provincia, senza grande interesse strategico in quanto protetta a nord dalla Siria.

Tutto ciò implicava che la stabilità della sua amministrazione dipendesse totalmente dalla cooperazione con i capi della popolazione locale.

Nelle altre province questa collaborazione con l'élite locale era una componente fondamentale dell’amministrazione romana: i notabili locali mantenevano l’ordine sfruttando il loro prestigio tra il resto della popolazione, avevano il diritto di mantenere un piccolo manipolo armato per scopi di polizia e si occupavano di organizzare i censimenti e la riscossione delle imposte.

I Romani avevano bisogno dell’aiuto di queste élite poiché ritenevano che l’inquietudine e lo scontento delle città potessero essere controllate in maniera efficace solo per mezzo di una autorità ufficialmente riconosciuta. A sua volta l’aristocrazia locale sfruttava il riconoscimento di Roma per scremare i proventi delle tasse e per ottenere la cittadinanza romana con i benefici ad essa connessi.

Il problema di una classe dirigente

Le qualità che i Romani esigevano dalla loro aristocrazia senatoria erano legate all’elevato rango sociale: l’origine della famiglia, l’elevata moralità e soprattutto la ricchezza. Roma era infatti una società basata sul censo e selezionava le élite provinciali con gli stessi criteri che usava al suo interno.

I Romani si aspettavano quindi di trovare in ogni provincia un’aristocrazia chiaramente definita che, come loro, controllasse l’esercito, la legge, la religione e la politica, e fosse composta senza eccezione da ricchi proprietari terrieri.

Affidare la gestione del potere a uomini del genere era comunque vantaggioso: il desiderio di conservare le loro proprietà e i loro privilegi li avrebbe resi propensi alla pace e dunque a Roma.

Tuttavia la situazione in Giudea non era affatto comparabile con quella delle altre province: i Romani avevano già tentato di governare la provincia per mezzo dell'élite esistente, fin da quando avevano cominciato ad interferire nei suoi affari: Pompeo aveva lasciato a Ircano il controllo della Giudea, e Giuseppe Flavio parla con una certa frequenza dei notabili ebrei del I secolo a.C. come fossero l'élite naturale e afferma che costoro incontrarono Pompeo a Damasco per chiedergli di limitare ulteriormente il potere del Sommo Sacerdote a compiti religiosi e di rappresentanza, lasciando a loro il potere temporale.

La sorprendente caratteristica di molti capi ebrei prima di Erode risiede nel fatto che la loro autorità scaturiva non dalla ricchezza ma da una funzione religiosa, di solito quella di sacerdote, e ciò disorientò non poco la prassi romana.

Non trovando un’aristocrazia di proprietari terrieri che già prima esercitasse il potere, i Romani scelsero di conferirlo ai latifondisti senza però curarsi se questi uomini godessero o meno di qualche prestigio sul resto della popolazione: in realtà questo ceto era disprezzato proprio dalla gente sulla quale si supponeva potesse esercitare un’influenza.

Nemmeno le famiglie sacerdotali godevano di buona fama: i prestigiosi incarichi che amministravano erano stati conferiti loro dal disprezzato tiranno Erode ed erano considerati il frutto di un orientamento filoromano assolutamente inviso alla popolazione. Nonostante ciò fu proprio ai Sommi Sacerdoti che Roma affidò la gestione del potere nel 6 d.C. poiché era consuetudine, per i Romani, non solo confidare nei notabili locali ma anche, cosa altrettanto importante, lasciare in piedi ovunque fosse possibile le istituzioni esistenti al momento della creazione della provincia. Nel caso della Giudea, l’istituzione che più avrebbe potuto dare un senso di pace e di continuità politica al paese era ovviamente il Tempio.

La nuova élite

Nonostante le famiglie sacerdotali non avessero nessuna autorità per i giudei e i novi homines promossi dai Romani fossero incapaci di conquistarsi il rispetto e la fiducia della nazione, Roma li trattava come fossero i capi tradizionali della Giudea e si aspettava che questa nuova classe dirigente si opponesse all’aperta ostilità suscitata dal censimento, raccogliesse i tributi e inviasse ambascerie alla capitale in nome di tutti i sudditi.

Lo stesso Giuseppe Flavio, che faceva parte di questa nuova élite, cerca di giustificare la mancanza di autorità dei suoi pari attribuendo la responsabilità della rivolta al continuo sabotaggio nei confronti della classe dirigente attuato da fanatici di bassa estrazione sociale che li avrebbero privati di quell’appoggio popolare di cui, in normali circostanze, avrebbero goduto.

Forse lo storico credeva veramente che il favore erodiano e poi romano avesse conferito loro un effettivo prestigio sociale ed è probabile che la stima nei loro confronti fosse un po' cresciuta in quelle rare occasioni in cui riuscirono ad ottenere delle concessioni dai Romani, anche se furono indubbiamente più numerose le occasioni in cui, omettendo di intervenire, tollerarono l’inettitudine e l’ingiustizia dei procuratori.

Gli altri Ebrei in verità non erano affatto convinti che la nuova élite avesse il diritto di esercitare il potere, giacché dimostrarono la scarsa fiducia che riponevano nella classe dirigente preferendo passare all’azione di massa quando erano in gioco questioni cruciali.

In definitiva, i dirigenti ebrei non avevano mai goduto di una tale fiducia, e questo fin dal momento in cui fu loro concesso il potere, nel 6 d.C.:essi non furono mai l'élite naturale della società della Giudea né mai furono in grado di governare la popolazione per conto di Roma.

Il problema economico e sociale

La crescita e i cambiamenti interni all’economia giudaica che andiamo ad analizzare furono la principale causa di tensione sociale e inasprirono sempre di più l’inimicizia tra le classi.

Il centro economico della Giudea era Gerusalemme, e questo non solo perchè la campagna offriva abbondanti prodotti (la distanza tra le colline coltivate e il mare scoraggiava una consistente esportazione), ma grazie allo stimolo economico del Tempio, che attraeva costanti donazioni dai pellegrini ebrei, e alla politica di Erode e dei suoi successori, che profondeva i proventi delle altre parti del regno nella città capitale.

La città aveva anche un potenziale mercato interno per i prodotti non di lusso giacché le opere pubbliche, come il Tempio stesso e i palazzi reali, al tempo degli Erodiani fornivano occupazione e denaro da spendere per un gran numero di lavoratori.

L’economia di Gerusalemme in tal modo non era equilibrata: la miglior prova di questo fatto sta negli avvenimenti del 64 d.C., quando il completamento della più importante opera pubblica della città, la ricostruzione del Tempio, provocò una grave disoccupazione che non poté essere in alcun modo riassorbita.

Anche il settore della produzione artigianale aveva i suoi problemi: alcuni prodotti di lusso come il vetro o il vasellame fine venivano spesso importati dall’estero poiché la Pax Romana rendeva ormai il trasporto di una vasta gamma di prodotti relativamente agevole e sicuro, e gli artigiani locali non erano in grado di competere con la tecnica e la maestria di quelli italiani o greci.

Ad aggravare questo quadro sta la siccità che aveva provocato una carestia negli anni quaranta e sessanta d.C..

La condizione contadina

Alla povertà e alle difficoltà delle masse corrispondeva la ricchezza spropositata dei latifondisti, come testimoniano anche recenti scavi archeologi che hanno portato alla luce maestose ville di rappresentanza arricchite da affreschi in stile pompeiano e da raffinati mosaici.

Questi latifondisti avevano creato la loro ricchezza grazie ad un sistema ben sviluppato di affitto della terra: fondavano il loro capitale a spese dei contadini, in occasione di un cattivo raccolto dovuto alle periodiche siccità e questo aumentò l’odio del povero per il ricco.

Le stesse condizioni che permettevano a pochi privilegiati di incamerare vasti possedimenti terrieri sfruttando la disgrazia dei contadini gettavano numerosi agricoltori in una situazione di povertà estrema e colma di rancore. Molti di essi dunque si diedero al banditismo o all’emigrazione: oltre ai debiti con i latifondisti erano spinti a precipitare nell’illegalità dall’inesorabile richiesta del pagamento delle tasse, che rappresentava per loro la calamità finale che sopraggiungeva in una situazione già di per sé disastrosa.

Dato che c’era una grande disponibilità di schiavi per lavorare la terra dei latifondisti, i contadini espropriati non avevano nessuna speranza di guadagno e così i poveri si ammassavano nelle città e l’unica cosa che dava lavoro ai miserabili erano proprio i grandi progetti di edilizia pubblica.

Per quelli che non venivano assunti non c’era un sistema di clientele come a Roma, sopravvivevano solo grazie alla carità: per gli Ebrei occuparsi dei poveri era un dovere religioso e veniva riconosciuto come un merito morale del donatore. Il risultato di tutto ciò era che a Gerusalemme i ricchi mantenevano nella loro cerchia dei miserabili senza speranza, fornendo loro, in forma di carità privata, poco più dello stretto necessario per sopravvivere.

Il rancore derivante dalla miscela di precarietà economica e crescenti aspettative affiorava di continuo, senza che le strutture sociali, attraverso le quali veniva esercitato tradizionalmente il potere nella comunità ebraica, potessero accorgersene e prevenirlo: le autorità persero il potere a causa della loro evidente incapacità di alleviare il disagio economico.

Reazioni al disagio

Le difficoltà erano tanto più grandi per le autorità pubbliche che avevano il compito di mantenere l’ordine nei villaggi, centri principali del disagio e del malcontento.

Tradizionalmente in ogni comunità le controversie venivano arbitrate da giudici locali: erano questi gli uomini che si trovavano in prima linea per difendere la società da ogni attentato alla sua integrità provocato dall’estremo disagio economico. In mancanza di una forza di polizia o di qualunque altro organo di repressione, l’autorità di questi capi villaggio si fondava, per tradizione, sul consenso della comunità nell’isolare e punire i malfattori: la forza del consenso però si stava gradualmente affievolendo di pari passo con la frantumazione della comunità, dovuta all’esodo dei contadini falliti verso il banditismo o le città.

Dal canto loro i ricchi che si erano accaparrati parte del territorio dipendente dal villaggio sembra non facessero niente per mantenere l’ordine nelle loro proprietà rurali: continuavano a risiedere nelle loro magnifiche ville di città e si disinteressavano del disagio crescente nelle campagne.

Nemmeno lo Stato impiegava la sua forza per risolvere i problemi locali, poiché i Romani preferivano ignorarli tranne quando era in gioco l’ordine pubblico nelle città o i rappresentanti dell’Impero correvano qualche pericolo, al punto che non c’era più traccia di uno stretto controllo amministrativo.

I dirigenti della Giudea si trovarono dunque, nel 66 d.C., di fronte ad un problema serio e ben radicato: il compito loro assegnato consisteva nel controllare la popolazione contadina gettata nello scompiglio dalla trasformazione economica sotto Erode, mentre la loro capacità di portarlo a termine era compromessa dalla quasi scomparsa di ogni autorità locale.

Già così non sarebbe stato sorprendente che le campagne fossero sprofondate in uno stato di anarchia, ma i problemi erano ancor più complicati e aggravati dalla tendenza di molti Ebrei a scaricare risentimento e ostilità provocati da questa situazione non sui connazionali, ma sul potere imperiale di Roma.

L’ideologia religiosa

La ragione per cui non è possibile attribuire la tendenza alla ribellione degli Ebrei esclusivamente al fattore religioso, che pure ne fu una spinta essenziale, è data dalla molteplicità delle scuole di pensiero all’interno del giudaismo, ed è perciò quasi impossibile individuare una mentalità religiosa applicabile all’intera popolazione.

Le possibili reazioni individuali al disagio sociale, ormai sfuggito al controllo delle autorità costituite, erano dunque sterminate, tuttavia alcune erano comuni a quasi tutta la popolazione e, in particolare tra queste la ricerca di una nuova e indiscussa autorità che conferisse delle certezze in un mondo in repentina trasformazione.

Mentre l'élite era screditata, avevano grande seguito personaggi carismatici della Palestina la cui autorità si fondava esclusivamente sulla loro personalità, capace di infondere nei loro seguaci l’impressione di un contatto diretto con la divinità, grazie a un’ostentata religiosità e a presunti miracoli.

"Vi sono poi in mezzo a loro di quelli che si dichiarano capaci anche di prevedere il futuro, esercitati fin da ragazzi nella lettura dei libri sacri, in varie forme di purificazione e nelle sentenze dei profeti; è raro che falliscano nelle predizioni"

Lo stesso Giuseppe Flavio dichiara di essere stato in gioventù affascinato dalla setta degli Esseni, che godeva della fama di purezza e di straordinaria vicinanza a dio: la vita ascetica e ritirata rappresentava una forte attrattiva in un momento in cui vigevano l’instabilità politica e lo sconforto generale. Lo storico infatti fa una lunga riflessione sul fascino di questa setta, per certi versi molto vicina al cristianesimo:

Prospettive escatologiche: Esseni e Greci

"E infatti presso di loro è salda la credenza che mentre i corpi sono corruttibili […] invece le anime immortali vivono in eterno e, venendo giù dall’etere più leggero, restano impigliate nei corpi come dentro carceri quasi attratte da una sorta di incantesimo naturale, ma quando siano sciolte dai vincoli della della carne, come liberate da una lunga schiavitù, allora sono felici e volano verso l’alto. Con una concezione simile a quella dei figli dei greci, essi ritengono che alle anime buone è riservato di vivere al di là dell’oceano in un luogo che non è molestato nè dalla pioggia nè dalla neve né dalla calura, ma ricreato da un soave zefiro che spira sempre dall’oceano; invece alle anime cattive attribuiscono un antro buio e tempestoso, pieno di supplizi senza fine. Mi pare che, con la stessa visione, i greci mentre ai loro uomini valorosi, che chiamano eroi e semidei, hanno riservato le isole dei beati, invece alle anime dei malvagi il posto degli empi giù nell’Ade, dove anche raccontano che sono puniti quelli come Sisifo, Tantalo, Issione e Titio: cosi i greci in primo luogo ammettono che le anime sono immortali, e poi spingono alla virtù e ritraggono dal vizio. Ritengono infatti che i buoni durante la vita diventano migliori per la speranza di ricevere un premio anche dopo la morte, mentre le cattive intenzioni dei malvagi risultano compresse dalla paura di chi, se pure riuscisse a farla franca in vita, teme un eterno castigo dopo la morte. Queste sono dunque le credenze degli Esseni intorno all’anima, che rappresentano un’attrazione irresistibile per tutti quelli che una volta abbiano assaporato la loro dottrina."

Le sette

L'opinione comune era colpita da sette interne al giudaismo come i Sadducei e i Farisei, seguiti per la fama che avevano di saper predire il futuro e soprattutto per il fatto che da molti erano considerati i più accurati interpreti della Legge.

"Nelle liti giudiziarie sono assai precisi e giusti, e celebrano i processi adunandosi in numero non inferiore a cento, e le loro sentenze sono inappellabili. Presso di loro dopo dio è tenuto in onore il nome del legislatore, e se uno lo bestemmia è punito con la morte. "

Gli Esseni invece accettavano qualunque cosa succedesse, per quanto negativa, come espressione del volere di Dio, e i mali che succedevano erano il risultato di peccati commessi che meritavano una punizione: il pensiero che Dio avesse abbandonato Israele durante la rivolta a causa della grandezza dei suoi peccati e specialmente della mancanza di purezza del Tempio è sotteso in tutto la Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio.

"Tre sono infatti presso i giudei le sette filosofiche: a una appartengono i Farisei, alla seconda i Sadducei, alla terza, che gode fama di particolare santità, quelli che si chiamano Esseni, i quali sono giudei di nascita, legati da mutuo amore più strettamente degli altri.

Gli Esseni

Essi respingono i piaceri come un male, mentre considerano virtù la temperanza e il non cedere alle passioni. Presso di loro il matrimonio è spregiato, e perciò adottano i figli degli altri […]. Non curano la ricchezza ed è mirabile il modo come attuano la comunità dei beni, giacché è impossibile trovare presso di loro uno che possegga più degli altri; […] Hanno cura di tener la pelle asciutta e di vestire sempre di bianco. […] Quanto agli abiti e all’aspetto della persona, assomigliano ai ragazzi educati con rigorosa disciplina. Non cambiano abiti né calzari.

Verso la divinità sono di una pietà particolare; […] Sono giusti dispensatori di castighi, capaci di tenere a freno i sentimenti, custodi della lealtà, promotori di pace.[…] Tutto ciò che essi dicono vale più di un giuramento, ma si astengono dal giurare considerandolo cosa peggiore che lo spergiurare. Hanno uno straordinario interesse per le opere degli antichi autori, scegliendo soprattutto quelle che giovano all’anima e al corpo; ivi per la cura delle malattie essi studiano le radici medicamentose e le proprietà delle pietre. […] (Chi desidera entrare nella setta) presta a loro terribili giuramenti: in primo luogo di venerare dio, poi di osservare la giustizia verso gli uomini e di non far danno ad alcuno né di propria volontà né per comando, e di combattere sempre gli ingiusti e di aiutare i giusti; di essere sempre ubbidiente verso tutti, specie verso coloro che esercitano un potere, perché nessuno può esercitare un potere senza la volontà di dio; di amare sempre la verità e di smascherare i bugiardi; di trattenere le mani dal furto e di serbare l’anima incontaminata da un empio guadagno e di non tener nulla celato ai membri della comunità e di non svelare ad altri nulla delle loro cose, anche se torturato fino alla morte; di custodire i libri della loro setta con la stessa cura che i nomi degli angeli. Tali sono i giuramenti con cui gli Esseni si garantiscono dai proseliti. […] Disprezzano poi i pericoli e vincono i dolori con la ragione mentre la morte, quando giunga onorata, la considerano preferibile all’immortalità. Il loro spirito fu assoggettato ad ogni genere di prova durante la guerra contro i romani, in cui stirati e contorti, bruciati e fratturati e passati attraverso tutti gli strumenti di tortura perché bestemmiassero il legislatore o mangiassero qualche cibo vietato, non si piegarono a nessuna delle due cose, senza nemmeno una parola meno che ostile verso i carnefici e senza versare una lacrima. Ma sorridendo tra i dolori, e prendendosi gioco di quelli che li sottoponevano ai supplizi, esalavano serenamente l’anima come certi di tornare a riceverla.

I Farisei

Delle altre due sette prima nominate una è quella dei Farisei; essi godono fama d’interpretare esattamente le leggi, costituiscono la setta più importante, e attribuiscono ogni cosa al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male di pende in massima parte dagli uomini, ma che in ogni cosa ha parte anche il destino; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo, mentre quelle dei malvagi sono punite con un castigo senza fine.

I Sadducei

I Sadducei, invece, che compongono l’altra setta, negano completamente il destino ed escludono che dio possa fare qualche cosa di male o solo vederla; affermano che è in potere degli uomini la scelta tra il bene e il male, e che secondo il suo volere ciascuno si dirige verso l’uno o verso l’altro. Negano la sopravvivenza dell’anima, nonché le pene dell’Ade e i premi. I Farisei sono legati da scambievole amore e perseguono la concordia entro la comunità; i Sadducei sono invece, anche tra loro, piuttosto aspri e nei rapporti con i loro simili sono rudi al pari che con gli altri. Questo avevo da dire sulle sette filosofiche dei giudei."

L'aspettativa messianica

Per molti Ebrei tuttavia solo la speranza nel futuro poteva compensare le angustie del presente: molti erano in attesa di un evento globale, un processo di distruzione e rinnovamento dell’intero mondo, l’avvento dell’era messianica. Il messia avrebbe riscattato il popolo ebraico dalla confusione in cui vivevano e circolava insistentemente l’opinione che questa nuova era sarebbe stata preceduta da un periodo particolarmente difficile e tormentato come quello attraversato dalla Giudea in quel tempo: questa profezia, secondo Giuseppe Flavio, fu responsabile della guerra più di ogni altra ideologia diffusa nella provincia prima e dopo la rivolta.

La credenza nell’arrivo del messia avrebbe dovuto incoraggiare non la ribellione ma l’accettazione della situazione politica e sociale: non era di fatto possibile anticipare la sua venuta e, di conseguenza, l’intervento politico, violento o meno, era nel frattempo irrilevante. Invece per un Ebreo la spinta più forte verso un’opposizione violenta proveniva proprio dal convincimento che l’era messianica non fosse solo una speranza per il futuro -in attesa della quale poteva solo aspettare pazientemente- ma stesse iniziando in quel momento. A questo proposito lo storico parla di un seguito popolare per certi falsi profeti che incitavano il popolo e può ben darsi che le loro profezie avessero un contenuto messianico e incoraggiassero alla rivolta.

Questa aspettativa era aggravata dalla stessa filosofia del giudaismo il cui principale assunto della dottrina stava nell’idea che gli Ebrei dovessero preferire la morte piuttosto che sottomettersi, invece che a Dio, a un padrone mortale: il risultato di questa ideologia implicava l’anarchia e la rivoluzione politica.

Il fallimento della classe dirigente

Vista la situazione, sarebbe stato assolutamente necessario, per evitare il disastro, che i notabili ebrei guidassero il popolo a collaborare pacificamente con Roma, ma, come abbiamo visto, la classe dirigente ebraica non godeva di quella fiducia da parte della nazione che le avrebbe forse consentito di portare a termine tale compito.

Gli uomini cui Roma dopo il 6 d.C. aveva voluto riconoscere la responsabilità del governo della Giudea infatti non avevano, agli occhi degli Ebrei, nessun prestigio particolare che ne giustificasse l’autorità.

La causa profonda del fallimento di questo progetto di governo sta nel fatto che quando, con la caduta della monarchia, i Romani cercarono delle alternative e furono spinti a promuovere il Sommo Sacerdote a capo della nazione solo perché si trattava chiaramente di una funzione antica e venerata dagli Ebrei, capirono che questa soluzione non era di per sé strutturata per il governo temporale e furono di conseguenza costretti ad inventarsi un’aristocrazia che operasse sotto la supervisione del Sommo Sacerdote.

L'assemblea popolare

Con tale politica i Romani escludevano l’unica istituzione che, agli occhi degli Ebrei, avrebbe goduto di qualche autorità nazionale: l’assemblea popolare.

Essa aveva una sua chiara giustificazione teologica e per questo aveva valore universale su tutto il popolo: l’intera nazione era convenuta in assemblea per stipulare un patto con Dio sul monte Sinai. Assemblee popolari del genere erano per Roma una bestemmia e non furono neanche prese in considerazione.

Accanto alla figura del Sommo Sacerdote, ritenuto il rappresentante della nazione nei confronti di Dio come in quelli dei Romani, una sola istituzione tradizionale fu lasciata in piedi: il sinedrio.

Tuttavia esso non era affatto un consiglio politico regolare istituito sul modello dell’assemblea popolare, ma si riuniva solo su richiesta del Sommo Sacerdote stesso in qualità di gabinetto consultivo e la sua influenza era assai limitata.

Il sinedrio inoltre, travestito ormai da organismo istituzionale, provvedeva al bisogno che avevano i Romani di un corpo istituzionale definito cui delegare il compito di riscuotere alcune tasse fisse.

Nonostante fosse compito del procuratore occuparsi dei crimini politici violenti, per mancanza di personale e di tempo, egli era costretto a demandare il giudizio dei criminali meno pericolosi ai tribunali locali.

E siccome Gerusalemme stessa aveva bisogno di un tribunale, proprio come i villaggi: questa era la funzione che veniva a svolgere il sinedrio la maggioranza delle volte che veniva convocato.

La crisi della classe sacerdotale

Resta da chiedersi allora cosa impedì ad una casta sacerdotale tanto ben organizzata di governare la Giudea con successo per conto di Roma: Il prestigio della condizione sacerdotale dipendeva interamente dall’ascendenza e dalla purezza genetica delle famiglie.

I sacerdoti della classe dirigente mettevano quindi in risalto le loro origini più che potevano e, certamente, ottenevano il rispetto della popolazione: purtroppo per loro, ciò non era sufficiente a giustificarne il diritto a governare: c’erano infatti migliaia di altri sacerdoti di nascita altrettanto pura ma esclusi dal potere perché poveri.

Il loro prestigio non era in nessun caso considerato dagli Ebrei come un dono divino, e comunque, per quanto importante fosse l’origine famigliare nella società ebraica, si trattava solo di una componente tra tante nel conferimento del rango sociale, dal momento che in Giudea il potere non fu mai basato su un principio di casta.

Alcuni membri della classe dirigente cercavano dunque di conquistarsi il favore del popolo con l’altra grande fonte di prestigio: la saggezza ovvero la conoscenza della Legge.

Ma la conoscenza della Torah non era sufficiente a conferire alla classe dirigente tutto il prestigio di cui avrebbe avuto bisogno perché era conseguibile tanto dal ricco quanto dal povero, a condizione di far buon uso dell’intelligenza e della memoria quando la Legge veniva letta e commentata in pubbliche assemblee.

L'errore di Roma

La classe dirigente della Giudea non era in grado di far valere nessuna qualità tale da giustificare, secondo i parametri ebraici, il suo accesso al potere.

I Romani non erano consci di questo problema e davano per scontato che la ricchezza fondiaria avrebbe conferito, col tempo, alla classe dirigente l’autorità morale di cui aveva bisogno.

Tuttavia l’idea che avere dei vasti possedimenti fosse una ragione di per sè sufficiente a garantire un elevato rango sociale e il potere era, per gli Ebrei, priva di senso: qualcuno non solo non era impressionato dalle ricchezze ma si spingeva fino ad affermare che esse costituivano un possente ostacolo al comportamento morale e che la vera autorità andava ricercata tra i poveri.

Gli Ebrei provavano un profondo disprezzo per coloro che derivavano il potere di cui si prevalevano esclusivamente dal favore di Roma, favore che, a sua volta, dipendeva solo dalla loro ricchezza: simboli di questo disprezzo erano i pubblicani, gli esattori delle tasse.

Essi dovevano essere ricchi per adempiere al loro compito: infatti il diritto a riscuotere le tasse veniva venduto all’asta e dal punto di vista romano gli esattori delle tasse erano non solo vantaggiosi, ma anche rispettabili membri della classe dirigente, ma, per gli ebrei, i pubblicani erano spregevoli.

Arrivavano al potere col solo favore dei Romani, senza soddisfare nessuno dei criteri ebraici per l’eminenza sociale; il loro potere veniva percepito quindi con amaro risentimento perchè, per i Giudei, era immeritato e, siccome la loro posizione sociale era di fatto determinata esclusivamente dalla ricchezza, si trovarono in prima fila a raccogliere i frutti dell’odio di classe quando il divario tra ricchi e poveri si approfondì.

Reazioni al fallimento

Verso il 50 d.C. alcuni membri della classe dirigente si resero probabilmente conto che l’anarchia incombente non costituiva tanto una minaccia quanto un’opportunità per acquistare maggior potere, cosicché, sfruttando il vantaggio del denaro e della posizione istituzionale, cominciarono a strumentalizzare le lagnanze dei poveri per procurarsi controllo e influenza maggiori a quelli dei loro pari. L’obiettivo che si prefiggevano era il potere fine a se stesso, sebbene si prospettasse anche l’opportunità, per chi lo deteneva, di incamerare parte delle ricchezze che affluivano a Gerusalemme a causa della presenza del Tempio: ne risultò una lotta tra fazioni che crebbe in asprezza, quella discordia civile deprecata da Giuseppe Flavio.

Emerge con chiarezza l’esistenza di una vera e propria lotta per il potere: questi politici non agivano isolati né si raggruppavano in funzione di partiti, idee politiche o credenze religiose, bensì attorno ai singoli capi, cercando influenza e potere.

A questo proposito lo storico scrive che gli uomini influenti si comportavano come capi di briganti o tiranni, troneggiando sui loro fiancheggiatori e facendo uso delle guardie del corpo per intimidire gli oppositori.

In definitiva, il vero potere dipendeva da due fattori non conciliabili: dal favore degli amministratori romani, soprattutto il procuratore, o da quello delle masse, da conquistarsi con iniziative demagogiche.

I membri della classe dirigente potevano , se volevano, essere di grande utilità al procuratore aiutandolo a realizzare i suoi disegni, e dunque conquistarne il favore, oppure potevano cercare di influenzarlo corrompendolo con denaro personale.

D’altro canto la popolarità rimaneva un fattore importante: di fatto, il politico della Giudea che fosse stato in grado di ottenere la piene fiducia del popolo di Gerusalemme sarebbe diventato un’entità politica con la quale sarebbe stato obbligatorio fare i conti.

Egli si sarebbe, come minimo, garantito il rispetto del procuratore, giacchè era interesse di questi contare su una figura del genere per mantenere l’ordine, e con la fiducia del governatore sarebbe arrivato il potere regale.

Resta il fatto che, dato il diffuso astio contro i procuratori, ogni politico della Giudea che si fosse ostentatamente opposto ad uno di loro si sarebbe guadagnato la simpatia del popolo.

Lo scoppio della rivolta

All’inizio del 66 d.C. le tensioni etniche all’interno delle città portarono allo scontro fisico tra Greci e Ebrei di Cesarea: il procuratore Floro scese in campo prendendo le parti dei gentili e aggravò la sua impopolarità prendendo settanta talenti "per Cesare" dalle casse del Tempio di Gerusalemme.

Di qui una serie di sommosse e contestazioni nella capitale stessa per cui il procuratore, entrato nella città in armi, la mise in buona parte sottosopra per scoprirne gli autori e dopo continue umiliazioni e costrizioni la rabbia dei facinorosi si rivelò così violenta da costringerlo a fuggire dalla città e a rifugiarsi a Cesarea.

"Floro s’infuriò ancora di più e diede ordine ai soldati di saccheggiare la piazza detta superiore e di uccidere chiunque incontrassero. I soldati, essendosi aggiunto alla loro brama di far bottino l’ordine del comandante, non soltanto saccheggiarono il luogo contro cui erano stati mandati, ma facendo irruzione in tutte le case ne massacrarono gli abitanti. La gente cercava di fuggire attraverso i vicoli, ma chi era preso veniva ucciso, e fu commessa ogni sorta di ruberia; furono presi anche molti dei moderati e condotti dinanzi a Floro, che dopo averli fatti flagellare li mise in croce. Il numero complessivo di coloro che in quel giorno perdettero la vita insieme con le mogli e i figli, poiché nemmeno i bambini vennero risparmiati, fu di tremilaseicento. Il disastro fu aggravato dall’inconsueta ferocia dei romani: Floro infatti ebbe l’ardire di fare ciò che nessuno prima di lui aveva osato, ordinare che venissero fustigate dinanzi al suo tribunale e poi crocifisse persone appartenenti all’ordine equestre, che se anche erano giudei di nascita, per il loro rango sociale erano romani."

A questo punto i sacerdoti del Tempio presero una decisione che dal punto di vista romano non poteva che sembrare un’aperta ribellione: deliberarono infatti di sospendere i sacrifici quotidiani tradizionalmente offerti in onore dell’imperatore.

Di fronte all’inefficienza di Floro e dei suoi si mosse Cestio Gallo, il legato della Siria, e partì da Antiochia con una grande armata che tuttavia fu sconfitta una prima volta quando si avvicinava alla città e poi quando, spinto dalla mancanza di viveri, si ritirava verso la costa.

Non potendo più disporre di un accesso al potere per mezzo del procuratore, intanto alcuni politici cominciarono a trovare l’altra strada, quella del sostegno popolare: chi faceva leva su fervori religiosi, chi bruciava gli archivi debitori, cosa che doveva sembrare molto allettante alla povera gente.

Man mano che la tattica del terrore romana, condotta, in zone anche lontane da Gerusalemme, con l’intento di intimidire i ribelli e spingerli alla sottomissione, induceva tutta la nazione alla rivolta, altri capi politici, provenienti dalla Galilea e dall’Idumea, che fino ad allora non si erano curati di acquisire del potere nella capitale, cominciavano ad immischiarsi nella politica della città.

In questo quadro di disordine completo Giuseppe Flavio dipinge i suoi amici come dei notabili moderati che avevano cercato di dare a Gerusalemme un governo stabile mentre trattavano un accordo con l’Impero.

Secondo lo storico la classe dirigente fu assolutamente una vittima innocente della guerra, con i suoi bravi notabili moderati uccisi dai fanatici, o spinti da questi all’esilio in territorio romano.

Ma questo quadro è tutt’altro che attendibile: è indicativa e grave la decisione che molti di loro presero di restare a Gerusalemme dopo la sconfitta di Cestio Gallo: proprio il fatto di rimaner in città quando altri se ne erano andati e la guerra era ormai inevitabile dimostra come costoro fossero risoluti a combattere per lo Stato indipendente ebraico.

E non erano neppure semplici osservatori della rivoluzione, poiché tutti i capi delle fazioni più importanti appartenevano proprio a quella classe ricca cui Roma aveva affidato il potere locale.

La resistenza

Gli Ebrei avevano buone ragioni per sperare che i Romani non avrebbero fatto uso di tutta la loro forza per venire a capo della ribellione: c’era la consistente possibilità che i Parti potessero sfruttare ogni indebolimento di quel fronte e, d’altronde, i Romani sapevano bene che , dopo l’insuccesso di Cestio Gallo, prendere Gerusalemme non sarebbe stata impresa breve o facile, tant’è che durò dal 67 al 70 d.C..

Posti di fronte al pericolo di rimanere invischiati in una guerriglia sulle colline della Giudea, essi avrebbero potuto preferire la ricerca di un accordo con i ribelli e, in ogni caso, una Giudea indipendente ma tagliata fuori dal Mediterraneo non avrebbe rappresentato una minaccia per l’Impero.

Di sicuro i ribelli non si aspettavano il disastro: ancora nel 70 d.C. un assedio efficace sembrava impossibile e, se le cospicue riserve di cibo fossero state attentamente razionate, la popolazione avrebbe avuto di che mangiare per anni.

Gli assedianti invece avrebbero sofferto della mancanza d’acqua e tanto meno nel 66 d.C. nessuno avrebbe ragionevolmente previsto la tenacia e lo sprezzo per le vite dei suoi soldati con cui Tito prese la città, assalendola di petto.

L’ottimismo degli Ebrei riguardo all’esito della guerra è comprovato dal fatto che prima che gli eventi precipitassero, lo Stato ebraico funzionava come se fosse destinato a durare, coniava perfino monete proprie di qualità impressionante.

La miseria in effetti si poteva sentire, a quanto racconta Giuseppe Flavio, poiché la maggior parte delle energie veniva dedicata al perfezionamento dei preparativi militari come il rafforzamento della cinta murario, mentre, cosa più importante di tutte, il Tempio continuò ininterrottamente le sue funzioni fino agli ultimissimi giorni della guerra.

Ma vediamo come lo stesso Giuseppe Flavio descriva i dintorni di Gerusalemme, lasciati incolti dalla popolazione ora occupata nella guerra contro i Romani non meno che in quella tra le fazioni all’interno delle mura della città:

"[...] penoso anche lo spettacolo offerto dalla campagna; infatti quelle contrade, un tempo rese amene da alberi e giardini, erano allora ridotte a una landa deserta e senza verde, e nessuno straniero che avesse visto la Giudea di una volta e gli incantevoli dintorni della città allo spettacolo di quella desolazione avrebbe potuto fare a meno di rattristarsi e di gemere di fronte a un tale cambiamento. La guerra aveva infatti cancellato ogni traccia dell’antico splendore, e chi per caso fosse all’improvviso ritornato in quei luoghi non li avrebbe riconosciuti, ma si sarebbe messo in cerca della città pur trovandosi nei suoi paraggi."

Per evitare uno scontro diretto la cui potenza d’urto poteva essere incalcolabile, i Romani inizialmente scelsero la tecnica del terrore: comportava il massacro deliberato, la deportazione in schiavitù e la distruzione di parte della popolazione nelle fasi iniziali della guerra con lo scopo di atterrire gli avversari e indurli alla resa.

 

Le lotte per il potere interne alla città continuarono a minare l’ordine pubblico e l’efficienza nelle operazioni militari finché, nel 70 d.C., esse cominciarono a sembrare stupide diversioni dal compito principale, quello di difendere la città dall’assalto romano: solo quelli sospettati di essere in procinto di defezionare correvano dei rischi, mentre i complotti politici cessarono completamente.

Nei pochi mesi che trascorsero da questa unificazione al crollo finale dello Stato, la rivalità tra fazioni assunse un nuovo aspetto: non più armati l’uno contro l’altro, nelle battaglie sempre più disperate contro le forze di Tito, i contingenti ebraici mantenevano identità separate, gareggiando tra loro per l’eroica difesa della nazione.

La reazione romana

"[...] Il numero complessivo dei prigionieri catturati nel corso dell’intera guerra fu di novantasettemila, quello dei morti dal principio alla fine dell’assedio fu di un milione e centomila. La maggior parte di costoro furono giudei, ma non solo di Gerusalemme; erano infatti convenuti da ogni parte del paese per la festa degli Azimi, quando improvvisamente scoppiò la guerra in cui si trovarono invescati, e il superaffollamento causò dapprima l’insorgere fra loro di una pestilenza e poi l’ancor più travolgente flagello della fame.[…] In quel tempo, dunque, l’intera nazione era stata come chiusa in prigione dal destino, e la guerra ghermì la città rigurgitante di abitanti. Fu cosi che il numero delle vittime risultò superiore a quello di qualsiasi sterminio compiuto da mano umana o divina;

Inoltre i romani, dopo aver ucciso o catturati tutti quelli in cui s’erano imbattuti nella città, si misero a dar la caccia a quelli che s’erano nascosti nelle gallerie sotterranee praticando delle aperture nel suolo e uccidendo quanti ne

trovavano, e anche laggiù furono scoperti più di duemila morti, dei quali alcuni si erano suicidati, altri s’erano tolti vicendevolmente la vita, ma i più erano finiti per la fame. Chi si calava giù era investito da un orribile lezzo di cadavere, e molti si affrettavano a risalire mentre altri, spinti dalla cupidigia, s’inoltravano calpestando i corpi ammonticchiati; in realtà non furono pochi gli oggetti di valore scoperti in quelle gallerie e il guadagno giustificava ogni mezzo. Vennero tirati su anche numerosi prigionieri dei capi ribelli, che nemmeno ridotti agli estremi avevano deposto la loro ferocia. A tutti e due il dio inflisse il giusto castigo. I romani, infine, incendiarono le estreme propaggini della città e spianarono le mura."

Dopo la vittoria del 70 d.C. la classe dirigente ebraica fu consegnata all’oblio ed il culto del Tempio fu interrotto per sempre; molti ricchi latifondisti furono gettati in prigione, venduti in schiavitù o messi a morte; i sacerdoti che si arresero quando il Tempio era già in fiamme vennero uccisi perché, come ebbe a dire Tito, era giusto che facessero la stessa fine del loro santuario.

I Romani posero fine ad ogni ulteriore collaborazione con la classe dirigente della Giudea. La sconfitta totale dello stato ebraico e la sua distruzione furono sottolineate dall’emissione di monete recanti iscrizioni greche sulla presa della Giudea e raffigurazioni di prigionieri prostrati mentre venivano condotti in catene in Palestina sotto il principato di Tito.

Per decretare l’estinzione dello Stato ebraico in quanto comunità religiosa, l’Imperatore decretò una tassa annuale di due dracme pro capite da pagarsi, al posto del tributo del Tempio, a Roma in onore di Giove Capitolino.

[Federica Levi]

La seconda guerra giudaica (132-135)

La rivolta ebraica in età adrianea

E’ l’ultima grande rivolta antiromana e ha come teatro la Palestina. Essa scoppia come conseguenza di due iniziative prese da Adriano: il divieto di circoncisione, e il progetto di costruire una nuova città, con il nome di Aelia Capitolina, sulle rovine di Gerusalemme. Data la tolleranza che contraddistingue questo sovrano, è probabile che l’iniziativa non fosse specificatamente antigiudaica, ma solo volta all’eliminazione di un costume considerato barbarico, tanto più che nel romanzo "Memorie di Adriano", della scrittrice francese Marguerite Yourcenar (1903-1987), è detto che era stata di Tineio Rufo la decisione di applicare anche per la circoncisione la legge adrianea contro l'evirazione; ciò nonostante è naturale che il popolo giudaico sia rimasto sconvolto da una proibizione improvvisa e senza motivo. Lo stesso vale per la costruzione della città: sebbene le intenzioni di Adriano non fossero provocatorie, ma solo di restaurazione, secondo criteri urbanistici ellenistico-romani, questo atto viene considerato sacrilego.

Così anche Adriano, al pari di Antioco IV e Caligola, rappresenta l'ennesimo persecutore del culto e delle tradizioni religioso-culturali.

La rivolta scoppia all'improvviso, ma organizzata accuratamente; i ribelli, guidati da Simone bar Kochba, esercitano un'attività di guerriglia evitando scontri in campo aperto con i nemici, il che consente loro di infliggere parecchi danni ai romani. Inoltre le prime vittorie dei rivoltosi sono probabilmente dovute all'incapacità strategica di Q. Tineio Rufo, governatore della provincia.

Così Adriano decide di affidare il comando a uno dei suoi migliori generali, Sesto Giulio Severo; il quale sceglie di tagliare i rifornimenti ai nemici, piuttosto che prestare il fianco alle imboscate.

La battaglia decisiva si svolge nell'estate del 135 intorno alla roccaforte di Bether, vicino a Gerusalemme, e in essa muore lo stesso Simone bar Kochba. La strage è descritta nel Talmud con toni particolarmente accesi. Le stesse notizie sono poi confermate anche da altre fonti.

Questa rivolta assume nel suo corso un risvolto messianico; infatti il nome di Simone era originariamente bar Kosiba, ma durante la rivolta assume quello di bar Kochba, cioè "figlio della stella", con chiaro riferimento all'astro messianico evocato in una famosa profezia del libro dei Numeri (24, 17). Tale investitura messianica è utilizzata da Simone come forte strumento di propaganda: egli assume il titolo di principe d'Israele. Egli ha buon seguito soprattutto negli strati medio - bassi della popolazione, ma anche un cospicuo numero di rabbi appoggia la sua causa. Tuttavia la maggior parte di loro non si schiera con lui, ma anzi ne storpia il nome in bar Koziba, cioè "figlio della menzogna". Anche in tutta la storiografia successiva questo personaggio viene descritto con tratti grotteschi, e sotto una luce negativa, quasi a giustificare la punizione inflitta a tutti i giudei con la sconfitta.

La repressione e la diaspora

La repressione è quasi definitiva: tra uccisi, schiavi e deportati non rimangono più ebrei a Gerusalemme, e ben pochi in tutta la Palestina. Si tratta della cosiddetta Diaspora, destinata a diventare una parola - chiave nel lessico ebraico, che significa letteralmente "dispersione", o anche "disseminazione".

Dopo la vittoria, Adriano porta a compimento le modifiche che aveva programmato: Gerusalemme viene trasformata in Aelia Capitolina, i nuovi coloni subentrano ai giudei e con loro fanno ingresso nella città anche gli dei capitolni.

Con il successore di Adriano, Antonino Pio, la tensione diminuisce parzialmente, successivamente Severo e Caracalla concedono nuovi privilegi ai giudei, e la benevola disposizione di Eliogabalo e Alessandro Severo verso questo popolo è attestata da molte fonti; tuttavia bisogna aspettare un secolo e mezzo prima che Costantino permetta ai giudei di tornare a Gerusalemme, per pregare sul luogo del santuario nel giorno dell'anniversario della distruzione del tempio da parte di Tito.

Giulia Sapi