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Nel luglio del 1955 il vescovo Otto Dibelius e il presidente ecclesiastico Martin Niemöller si rivolgono ai vincitori del conflitto mondiale con queste parole: «Ci rivolgiamo a Voi con la preghiera di concedere la grazia a coloro che, bollati con il marchio di criminali di guerra, continuano a essere detenuti in carcere», poiché con la grazia non si instaura la pace «ma si esaurisce una fonte di amarezza».

Per la Chiesa i criminali di guerra sono «vittime della giustizia dei vincitori»
Le richieste di grazia
Le ultime richieste di grazia

Per la Chiesa i criminali di guerra sono «vittime della giustizia dei vincitori»

Tra le carte di Wurm si è ritrovata la copia di una richiesta di grazia da lui inviata al ministro della giustizia dell’Assia. Essa riguardava la capoinfermiera di Eichberg che aveva partecipato a molte uccisioni "nel reparto agitate", Helene Schürg. L’infermiera era una sostenitrice delle SS e era a capo di una sezione locale femminile nazista. Per motivare la sua richiesta di grazia, Wurm presenta un documento stilato da Karl Geiler di Heidelberg, professore di diritto, nel quale si sostiene che l’infermiera avrebbe preso parte alle esecuzioni «soltanto» in quei casi che dal punto di vista medico «non lasciavano alcun margine di speranza». Wurm trasforma così una complice del regime nazista, che secondo alcune indiscrezioni avrebbe eseguito in 50 casi iniezioni letali, in una salvatrice di vite umane; secondo il vescovo, in alcuni casi «la capo infermiera Schürg ha tentato, anche con successo, di salvare i pazienti dalla morte che li minacciava». In una lettera del 19 ottobre 1950 Wurm auspica che l’infermiera venga graziata e liberata prima del Natale di quell’anno.

Nel 1947 Gerstenmaier, dirigente dell’attività di soccorso della Chiesa evangelica, fa presente a Hardt, consigliere concistoriale e direttore degli istituti intitolati a von Bodelschwingh, che a lui si è rivolto Servatius, avvocato di Karl Brandt, l’ex medico personale di Hitler, per una richiesta di grazia. Gerstenmaier, intenzionato a portare avanti la richiesta, scrive: «A Norimberga il difensore segue- secondo me a ragione- la linea di chi sostiene che l’eutanasia non può in nessun caso essere considerata un crimine di guerra». Nella richiesta di grazia inoltrata al tribunale militare si legge che il defunto von Bodelschwingh ha «gettato uno sguardo profondo nei più intimi recessi dell’anima del dottor Brandt»; egli voleva «contenere il più possibile il numero dei malati in questione. L’incarico che gli era stato assegnato gravava su di lui come un pesante fardello». Nonostante i suoi sforzi Gerstnmaier non riesce a salvare Brandt dalla morte; le sue ultime parole sul patibolo così recitano: «Qui non c’è mai stato diritto! Né in generale, né nei singoli casi! E’ il potere che detta legge! E vuole delle vittime! Noi siamo queste vittime! Io sono una di queste vittime!».

L’impressione che gli ecclesiastici vogliano presentare i condannati come vittime della «giustizia dei vincitori» è chiaramente confermata dal caso della dottoressa Herta Oberheuser che nel dicembre 1940 giunse nel lager femminile di Ravensbrück per svolgere la sua attività di medico delle SS.

Nell’agosto del 1942 cominciò la sua collaborazione ne la «cosiddetta operazione cavia» che comprendeva due serie di esperimenti: il primo consisteva nel trasmettere la cancrena gassosa a donne vive tramite bacilli, il secondo riguardava la rigenerazione ossea. La dottoressa Oberheuser fu condannata a 20 anni di carcere, poi ridotti a 10. Il cappellano di Landsberg, Ermann, scrisse a Wurm: «E’ una crudeltà che la dottoressa Oberheuser non possa assistere i suoi genitori, di salute cagionevole. Non sono in grado di giudicare se un qualche passo da parte Vostra possa portare a un ulteriore provvedimento di grazia».

Le richieste di grazia

Kurt Hans è una dei tanti seguaci di Hitler che, pur condannati alla pena capitale, riescono a fuggire la morte grazie all’intercessione della Chiesa. Di Hans, uno dei comandanti del reparto speciale 4a, uno dei supervisori dei plotoni di esecuzione che nella fossa di Babi-Yar nel settembre 1941 avevano trucidato 33 771 ebrei, il pastore Johannes Sy di Wuppertal, dice: «Posso capire che egli, sotto l’influenza dell’autorità cui era sottoposto, abbia abbandonato la Chiesa per non compromettere le sue possibilità di carriera [...] Allo stesso tempo, conoscendo Hans, credo di poter dire che era incapace di azioni disonorevoli». Hans, dopo essere stato riaccolto in seno alla Chiesa, riesce a fuggire la giustizia tedesca, che lo colpirà più tardi, nel 1968, condannandolo a 11 anni di carcere, grazie all’aiuto del cardinale Frings. Nella sentenza si legge che egli non ha mostrato «rincrescimento per la sorte delle vittime ma solo commiserazione per sé e per la sua sorte».

Altra richiesta di grazia viene perpetrata in favore dell’SS dottor Eduard Strauch da parte di Heinrich Held, presidente della Chiesa evangelica in Renania. Held, per motivare la sua richiesta di grazia, sottolinea insistentemente che Strauch è un prigioniero di guerra non in grado di difendersi a sufficienza a causa dei gravi attacchi epilettici di cui soffre. Ma il tribunale americano decide di non dare ascolto alle richieste della Chiesa giustiziando Strauch: egli morirà nel settembre 1955.

Karl Ermann, pastore evangelico del carcere di Landsberg, il 5 febbraio del 1951 si rivolge al vescovo territoriale Meiser invitandolo a far sentire la sua voce di fronte alla «deformazione della verità e asservimento del diritto». Ermann è convinto che sia ingiusta l’accusa nei confronti di Hans Schmidt, aiutante nel lager di Buchenwald, al quale non viene concessa la grazia a causa della crudeltà da lui mostrata: secondo Ermann non è vero che Schmidt ha provocato la morte di molti internati. Schmidt, che si è convertito durante la prigionia a Landsberg alla Chiesa evangelica da quella cattolica, afferma: «Al cospetto di Dio, davanti al quale tra un istante io morirò, assicuro di non essere colpevole dei crimini dei quali sono stato accusato». Egli prima di essere giustiziato dice: «Muoio innocente».

Le ultime richieste di grazia

Tra i detenuti di Landsberg che a poco a poco vengono scarcerati vi è un certo Ernst Biberstein, il cui vero nome era Szymanowski, un ex pastore divenuto nel 1926 membro del NSDAP ( Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi ), entrato nel 1935 nel ministero del Reich per le Chiese e posto a capo della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza in veste di direttore dell’ufficio della Gestapo di Oppeln nel 1941-1942.

Nel 1947 davanti agli inquirenti americani egli ammette: «Io stesso ho ordinato a Rostov un’esecuzione che venne effettuata con una camera a gas mobile […] Ho anche partecipato a esecuzioni effettuate con armi da fuoco». All’indomani della scarcerazione di Biberstein, nel maggio 1958, Steffen, rappresentante ecclesiastico, scrive sul periodico religioso «Deutsches Pfarrerblatt»: «Mi sono dichiarato disposto a garantire per lui e permettergli almeno di iniziare un lavoro […] Per qualche mese abbiamo potuto dargli lavoro nel nostro ufficio ecclesiastico […]Secondo la mia convinzione Biberstein non è un criminale».

Il 10 settembre 1943 diventa capo della polizia a Roma l’ex SS Herbert Kappler. Kappler riesce a opporsi energicamente alle brigate partigiane riuscendo a distruggerle quasi tutte. Quando il 23 marzo 1944 in via Rasella a Roma esplode una bomba piazzata dai partigiani con la conseguente morte di oltre 30 poliziotti sudtirolesi e Hitler ordina di uccidere per ogni tedesco rimasto morto 10 italiani è proprio Kappler a ricevere l’ordine di scegliere e fucilare le vittime. Nel 1948 un tribunale militare italiano condanna Kappler all’ergastolo con l’accusa di aver fucilato cinque ostaggi di troppo. Egli viene imprigionato nella fortezza di Gaeta; tra i suoi visitatori vi è Hudal. L’ex SS tiene contatti con la principessa von Isenburg e come benefattore della sua famiglia è indicato Aschenauer. Nel 1970 Stempel, responsabile della EKD per i condannati per crimini di guerra, invia a Saragat, presidente della Repubblica italiana, una richiesta di grazia, firmata da molti vescovi, in favore di Kappler. La richiesta non viene presa in considerazione tanto da spingere Kappler all’evasione da un ospedale militare, nel quale era ricoverato per un tumore, il 15 agosto 1977. Egli muore poco dopo, il 9 febbraio 1978. Al suo funerale partecipa Wilm (dal 1970 al 1977 responsabile della EKD per i condannati per crimini di guerra) ribadendo il suo stretto legame con il defunto.

La Repubblica federale tedesca non ha mai riconosciuto le sentenze dei tribunali alleati; molte volte esse non sono nemmeno state registrate. Uomini condannati per crimini di guerra sono stati considerati così come cittadini incensurati.

Elena Roda