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Il dio degli ebrei e la religione della Bibbia

Il Tanach
Nascita, diffusione e valore della Mishnàh ("insegnamento", "dottrina")
Nascita, diffusione e valore del Talmùd ("studio")
La Qabbalà
Il tempio
La sinagoga
Il sabato
I tre nomi bibblici di Dio
Usanze degli ebrei
I cibi
La circoncisione
Gli oggetti liturgici
Aramaico ed ebraico
L'ebraico moderno
Lo Yìddish
Ashkenaziti, Sefarditi, Yemeniti e Falashà
I chassidìm
La musica klèzmer

Il Tanach

"Tanàch" è la parola ebraica con cui si indica, nell’Ebraismo, quello che è più comunemente conosciuto come Antico o Primo Testamento. Nella religione ebraica, ovviamente non è possibile accettare una simile distinzione, in quanto i termini "primo" o "antico" implicano la presenza di altri "Testamenti" oltre all’unico riconosciuto.

Il Tanàch (radice del verbo aramaico tenà = raccontare) comprende:

Toràh (= legge)  
Bereshìt (= in principio) GENESI
Shemòth (= nomi) ESODO
Wajjqrà (= e chiamò) LEVITICO
Wamedabbèr (= e disse) NUMERI
Ellèh haddebarìm (= queste le parole) DEUTERONOMIO
Nev'yìm Rishonìm (= primi profeti)  
Yehòshua GIOSUE'
Sofetìm GIUDICI
Samuèl Rishòn 1° LIBRO DI SAMUELE
Samuèl Shenì 2° LIBRO DI SAMUELE
Malachìm Rishòn 1° LIBRO DEI RE
Malachim Shenì 2° LIBRO DEI RE
Nev'yìm Aherunyìm (= profeti posteriori) PROFETI
Isaiah ISAIA
Ieremiah GEREMIA
Ihezekiel EZECHIELE
Hoseah OSEA
Ioel GIOELE
Amos AMOS
Abdiah ABDIA
Ionah GIONA
Micheah MICHEA
Nahum NAUM
Habaquq ABACUC
Tzofoniah SOFONIA
Haghi AGGEO
Zacariah ZACCARIA
Malachi MALACHIA
Chetov'yìm AGIOGRAFI
Tehilyìm SALMI
Mashalyìm PROVERBI
Iob GIOBBE
Shir Hashirìm CANTICO DEI CANTICI
Rut RUT
'Ekhah (= come?) LAMENTAZIONI
Qohelet ECCLESIASTE
Ester ESTER
Daniel DANIELE
Ezra EZRA
Nehemiah NEEMIA
Diberèi Haiamìm CRONACHE

 

Nascita, diffusione e valore della Mishnàh ("insegnamento", "dottrina")

Con il vocabolo Mishnàh in senso stretto s’intende il corpus iuris ebraico che si è venuto costituendo tra il I e il III secolo d. C. circa, contenente la codificazione della tradizione giuridica, fino ad allora trasmessa solo oralmente, e la prassi in vigore presso il popolo. Questo termine indica non solo l’insieme delle leggi rabbiniche, ma anche un particolare articolo di esse; per indicare più articoli viene utilizzato il plurale mishnajòth . In senso lato Mishnah è la tradizione orale e lo studio di essa, così come il termine miqrà indica la Bibbia e lo studio di essa. La radice del vocabolo è sh-n-h: «ripetere, raccontare».

E’ proprio la Mishnah a segnare il punto di divergenza tra cristiani ed ebrei: sia gli uni che gli altri, sebbene vi siano alcune differenze nel canone, accettano come ispirato il Tanach; ma mentre i cristiani vedono nei Vangeli la continuazione e il compimento del Tanach, per gli ebrei essi sono libri esterni al canone e la loro lettura è, per i più ortodossi, severamente proibita. I cristiani invece non accettano l’autorità della Mishnah, ritenuta opera esclusivamente umana; nonostante contenga numerose norme morali, la Mishnah è particolarmente ricca di norme di diritto religioso.

Secondo la tradizione la redazione della Mishnah si dovrebbe a Giuda il patriarca; la lingua in cui essa è redatta è stata da molti ritenuta dotta: sarebbe stata un specie di invenzione dei rabbini. Oggi si tende invece a riconoscere l’ebraico mishnico come lingua allora viva, sulla base di ritrovamenti di papiri relativi alla rivolta di Bar Kokhebà (135 d.C.) in ebraico mishnico puro.

Per giudicare il valore storico della Mishanh è necessario considerare che alcuni trattati affrontano tematiche di legislazione religiosa già in disuso al tempo della loro redazione; nel testo inoltre viene analizzato il punto di vista dei soli farisei e molte discussioni sono di carattere più accademico, con poca aderenza alla realtà della vita.

Nel Talmud «coloro che deducono l’osservanza della prassi religiosa dalla nostra Mishnah» sono detti "tannaiti"; in precedenza gli studiosi venivano detti sopherìm (scribi) o hakhamìm (saggi). Il vocabolo "tannaita" si collega al verbo aramaico tenà, ripetere, a cui corrisponde l’ebraico shanàh.

La Mishnah è divisa in sei ordini (sedarìm); ogni seder è suddiviso in trattati (massekhòth), ogni trattato in capitoli (peraqìm), ogni capitolo in paragrafi (mishnajòth). La materia della Mishnah copre tutta la legislazione del Pentateuco. Il priomo ordine, Zeraìm, "Semenze", tratta dei precetti concernenti l'agricoltura, e contiene undici trattati; l'ordine si inizia con il trattato Berakhòth, "Benedizioni", che fu posto all'inizio della raccolta per anteporre ad ogni altro argomento il trattato che affronta le benedizioni e le lodi del Signore. Il secondo ordine è chiamato Moèd, "Festività", e riguarda le varie festività religiose: contiene dodici trattati. Il terzo trattato, Nashìm, "Donne", tratta di diritto matrimoniale e comprende sette trattati. Il quarto ordine, Neziqìn, "Danni", tratta del diritto civile e penale in dieci trattati, dei quali l'ottavo, Abhodàh Zaràh, "Culto straniero", impone l'obbligo di tenersi separati dagli idolatri, mentre l'ultimo, Abhòth, "Sentenze dei Padri", presenta un carattere sapienziale e ricorda Proverbi ed Ecclesiaste. Il quinto ordine tratta dei sacrifici, ed è chiamato Qodashìm, "Cose sacre". Il sesto di purità e impurità levitiche.

Nascita, diffusione e valore del Talmùd ("studio")

Punto di partenza dello studio nelle accademie che sorsero in Palestina e Babilonia è la Mishnah; si enuncia un articolo di essa e su questo si intavola la discussione, riferendo le varie opinioni dei maestri in proposito e cercando di collegare le norme rabbiniche, desunte dalla prassi, al testo biblico.

La Mishnah è il "libro di testo" delle accademie, e il Talmùd contiene i verbali delle discusioni tenute su di essa. C'è chi preferisce distinguere nel testo del Talmùd il talmùd vero e proprio e la Gemarà, termine aramaico interpretato come "completamento" e collegato alla radice ebraica g-m-r. Le accademie dei due paesi hanno dato due redazioni differenti del Talmùd: il Talmùd Jerushalmì, palestinese, detto anche occidentale, e il Talmùd de-Babhèl, babilonese.

Il Talmùd palestinese si considera concluso al principio del V secolo; possiede scarse unità e organicità, ma il materiale mishnico è senz'altro più abbondante in questo rispetto a quello babilonese. Il contenuto del Talmùd è giuridico (halachico) e narrativo (haggadico): presenta infatti molto materiale aneddotico, storico, mitico, geografico.

E' possibile leggere nelle sue pagine quale era la vita degli ebrei nei primi secoli dell'era cristiana, le loro pratiche religiose, i riti pubblici, le cognizioni scientifiche e linguistiche. Ma le numerose notizie teologiche sono senza dubbio le più importanti, in quanto esse ci informano circa la concezione degli ebrei dell'epoca circa Dio, la Sua attività creatrice, la Sua provvidenza, la Sua giustizia, angeli e demoni, l'escatologia, il messianesimo, l'elezione del popolo di Israele i suoi rapporti con gli altri popoli. Sono inoltre contenuti obblighi morali e preghiere.

Per valutare l'importanza del Talmùd è sufficiente sapere che esso è alla base della vita religiosa di ogni ebreo osservante; spesso si ritrovano nelle parole dei rabbini alcune espressioni evangeli che, che attestano come Gesù abbia parlato nella lingua della sua terra, adottandone espressioni e modi di dire.

La Qabbalà

Nella lingua ebraica il termine "qabbalà" significa "tradizione": esso venne adoperato a partire dall’XI e XII secolo per indicare una tipologia di pensiero mistico, che considerava i rapporti tra Dio e il mondo (cabala speculativa) e i mezzi per acquisire dalle forze spirituali del cosmo l’energia indispensabile per operare nel mondo e nella sfera interiore dell’essere umano (cabala operativa). La Qabbala parte dal principio che il male è, con il peccato, penetrato nel mondo, ed è quindi necessario che l’uomo collabori con Dio per ristabilire l’armonia primitiva.

Questo può avvenire tramite la lettura del Tanach e la meditazione sul suo intrinseco significato, in cui è celata la chiave per conoscere i segreti dell’universo e conseguire perfezione interiore. Essa è costituita dalle dimensioni fondamentali dell’essere e delle cose, racchiuse nelle dieci Sephiròth (sfere), che rappresentano i gradi intermedi fra Dio e l’uomo; costituiscono inoltre le emanazioni della divinità, ne sono le forme della manifestazione, quasi a costituirne il corpo, senza che per questo essa ne risulti antropomorfizzata.

Fondamentali testi della meditazione qabbalistica sono il Sephèr Jeziràh (Libro della Creazione) e il Sephèr Zohàr (Libro dello Splendore). Il primo è basato sull’interpretazione delle dieci Sephiroth e delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, in quanto nel Tanach non esiste parola che non comunichi un messaggio preciso, racchiuso nelle lettere stesse che la costituiscono. Il secondo, attribuito a Moshe de Leòn di Valladolid, è scritto in aramaico, e affronta i problemi legati al rapporto di Dio con l’uomo. La realtà è nello Zohar articolata su due piani: quello superiore è costituito da Dio e dalle sue manifestazioni sefirotiche, quello inferiore dalla natura e dall’uomo. La conoscenza delle relazioni che intercorrono tra questi due pianipuò portare all’onniscienza e all’onnipotenza, ottenibili solamente percorrendo questo cammino conoscitivo umilmente.

Grazie a tali possibilità il sapiente cabalista è in grado di diventare padrone del mondo e di acquisire l’immortalità, ma nulla di ciò li interessa, a parte la contemplazione di Dio, dei Suoi Nomi, della Sua presenza (Shekinà). L’obiettivo dello studioso cabalista è la ricostituzione in se stesso dell’Adamo perfetto, colui che viveva innocentemente e in concordia con Dio.

Il Tempio

Nello Stato di Israele, oggi, non esiste più un tempio concepito come gli unici due edificati dal po-polo ebraico in passato e poi distrutti.

Il primo Tempio di Gerusalemme fu edificato da re Salomone verso la metà del X secolo a.C.; fu il santuario biblico di Israele, ma venne distrutto nell’anno 586 a.C. dai babilonesi di re Nabucodonosor II, che prese per due volte la città: la prima deportò alcuni membri dei ceti dirigenti e produttori, ma la seconda fece distruggere il Tempio e trasferire tutta la popolazione di Gerusalemme a Babi-lonia. La nascita delle prime sinagoghe risale al periodo della "cattività babilonese": poiché lontani dalla propria città e dal colle di Sion, ove sorgevano il Tempio e la parte più antica della città, gli ebrei deportati si riunirono per pregare e ricevere istruzione religiosa.

Nel 538 a.C. Ciro il Grande, re di Persia, conquistò Babilonia e consentì il ritorno in patria degli ebrei , facendo a sue spese ricostruire il Tempio, inaugurato nel 515 a.C.: venne istituito l’ufficio del sommo sacerdote.

Il secondo, e ultimo, Tempio di Gerusalemme fu raso al suolo, eccetto quella parte oggi conosciuta come "Muro del Pianto", dai Romani guidati dal generale Tito nel 70 d.C. Questo Tempio fu protagonista di un episodio fondamentale della storia del popolo ebraico: dopo la conquista tra il 333 e il 328 a.C.dell’impero persiano per opera di Alessandro Magno, la terra di Israele divenne dominio della dinastia siriaca dei Seleucidi, allora rappresentata da re Antioco III; il figlio Seleuco IV cercò di sequestrare il tesoro del Tempio, e sotto Antioco IV Epifane, aiutato da membri del popolo ebraico ellenizzati e filoelleni, fu avviato un processo di ellenizzazione, con l’a-bolizione delle pratiche religiose ebraiche e l’adibizione del Tempio al culto pagano nel 167 a.C.

L’altare degli olocausti fu dedicato a Giove Olimpio, ma una rivolta dei chassidìm, guidati dal membro della famiglia degli Asmonei Giuda il Maccabeo, portò alla riconsacrazione dal Tempio nel 164 a.C. L’avvenimento viene oggi ricordato con la celebrazione della festa di Hannukkàh.

Il Tempio di Salomone, la cui costruzione è dettagliatamente descritta in 1°RE, 6 del Tanach, era costituito da:

Devìr (Sancta Sanctorum);
Hekàl (sala del culto);
Ulàm (vestibolo), nell’estremità orientale.

Il Tempio era dedicato a Dio e destinato a ospitare l’Arca dell’Alleanza; non conteneva alcuna effigie che indicasse la presenza della divinità residente. I comuni fedeli non entravano negli edifici del Tempio, e i sacrifici si facevano nel cortile esterno.

Il Santo dei Santi ospitava l’Arca dell’Alleanza ed era nascosto da una tenda di lino color blu, cre-misi e porpora. Nell’Hekàl si trovavano due grandi candelieri d’oro, un tavolo d’oro per l’offerta dei pani e un altare per l’incenso in legno di cedro dorato. All’ingresso dell’Ulàm si trovavano due pilastri e nel cortile all’aperto un altare sacrificale e un enorme catino di bronzo, sorretto da dodici buoi bronzei, a rappresentare il mare primordiale.

Le mura del Tempio erano rivestite all’interno e all’esterno da sculture di cherubini, palme e fiori. L’accesso al Santuario era riservato ai soli sacerdoti.

La sinagoga

La sinagoga è il luogo ebraico destinato alle riunioni per la preghiera e la lettura biblica. Il termine proviene dalla versione biblica dei Settanta, equivalente al vocabolo ebraico ‘edah o più comunemente bethhakenèseth (casa di riunione). Con il medesimo termine venne designata, dopo la Diaspora, ciascuna comunità ebraica residente in una determinata località.

E’ presumibile che l’origine della sinagoga risalga al periodo della cattività babilonese (586-538 a. C.), durante la quale gli ebrei esuli, impossibilitati a continuare il culto nel Tempio di Gerusalemme distrutto, si riunirono per pregare nelle località loro assegnate. Dopo la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme da parte di Tito nel 70 d. C. il culto sinagogale assunse importanza essenziale e una diffusione maggiore.

Originariamente l’arredamento delle sinagoghe consisteva unicamente in un armadio contenente le Sacre Scritture. Venne in seguito ricavato nella parte orientale del tempio un vano, detto aròn ha-kodèsh (arca santa) o hechàl (tempio), chiuso da porta e cortina. Dinanzi all’arca santa arde una lampada perpetua.

Funzionario stabile della sinagoga è il rabbino, dirigente del culto e lettore dei testi biblici coadiuvato da uno o due uomini; uomini e donne sono rigorosamente separati, e solamente gli uomini sono tenuti a tenere il capo coperto nel tempio.

Durante le cerimonie religiose si recitano preghiere senza alcuna forma di accompagnamento corale o di strumenti musicali, severamente proibiti. L’officiante della sinagoga, con il compito di dirigere l’officio religioso sinagogale, è chiamato hazzàn, e recita le preghiere secondo una melodia. Per i giorni feriali e per Shabbàth (festa di celebrazione del sabato) viene utilizzato come libro di preghiera il Siddùr, mentre per le festività il Machazòr. La Torah è suddivisa in cinquantaquattro sezioni settimanali lette durante tutto il corso dell’an-no, al fine di far coincidere l’inizio del nuovo ciclo con la festività di Simchàth Toràh (= Gioia dellaTorah). Durante la lettura della Torah l’officiante si occupa della recitazione, un secondo uomo indica il testo con una manina in argento ed un terzo controlla la coincidenza del testo letto con quello stampato. Al momento dell’estrazione dei rotoli della Torah dall’arca santa essi vengono fatti circolare tra i fedeli e poi adagiati su un pulpito detto bimàh, liberati adgli ornamenti in argento e dal manto che li avvolge.

Il sabato

Una delle più ampie trattazioni del Talmud è riservata alla legge del sabato. Nella letteratura ebraica sono milioni le parole su tale argomento. Sono tuttavia universalmente conosciute le più significative: il capitolo primo della Genesi e il quarto comandamento. Con il racconto biblico della Genesi venne estirpata definitivamente l’idolatria dalla ragione umana.

Sanno tutti cosa sia il sabato, quel giorno della settimana in cui il lavoro si arresta per onorare il Signore; il riposo, tuttavia, costituisce solo una parte, quella negativa, per così dire, del rito.

Il settimo giorno è sacro: devono essere mutati abiti, comportamento, vivande e occupazioni per dedicarsi in modo particolare all’adorazione del Creatore. Un ebreo osservante il sabato non viaggia, non cucina, non usa motori e apparecchi elettrici, non tocca denaro, non fuma, non scrive. Il mondo strumentale si ferma, cessa di esistere, né radio né televisione sono accese.

L’ebreo che ha intenzione di osservare lo Shabbat dal tramonto del venerdì a quello del sabato ha il dovere di abbandonare il mondo quotidiano per chiudersi in un altro completamente differente; il sabato rappresenta il fulcro dell’esistenza dell’ebreo praticante, e la sua più pura essenza si trova nello spirito: l’effetto principale che da esso deriva è pace, gaiezza, serenità dello spirito. Lo Shabbat ha inizio con benedizioni alla luce e al vino perché luce e vino danno tono alla giornata; la benedizione senza dubbio più significativa a tal proposito è chiamata Kiddùsh: «Benedetto sii Tu o Signore Dio nostro re del mondo che creasti il frutto della vite».

Tra i soli tre comandamenti positivi del decalogo spicca l’osservanza del sabato; ma anche nell’Esodo e nel Deuteronomio sono contenuti passi che esprimono le due basi del sabato.

In primo luogo il sabato è un gesto drammatico della comunità, corrispondente all’antico rito di sospendere l’attività lavorativa e fare festa. Come tutte le nazioni celebrano la loro nascita interrompendo il lavoro e festeggiando, così gli ebrei, in quanto credono che l’universo sia stato creato da Dio, ne celebrano la creazione e ringraziano una volta alla settimana il suo Fattore.

In secondo luogo il sabato segna al fondazione della nazione ebraica con l’esodo dall’Egitto. Il sabato assume un valore nazionale per il popolo di Israele, dal momento che esso divenne una nazione proprio con il passaggio dalla schiavitù, condizione nella quale non si ha la possibiltà di scegliere il lavoro o il riposo, alla libertà. Tutti i divieti del sabato sono, ovviamente, abrogati in caso di emergenza.

I tre nomi biblici di Dio

L'uomo non può percepire la reale essenza della Divinità, come viene detto nell'Esodo 33:20 «Un uomo non può vedermi e vivere»; Dio è conoscibile soltanto dalle Sue opere e dai suoi attributi, le Sue middòt.

I primi tre nomi divini nel Tanach sono Elohìm (Dio), Havayàh (Eterno, espressione utilizzata per evitare di scrivere o pronunciare il Tetragramma) e Adonài (Signore, Padrone).

Il nome divino Elohìm sottolinea il ruolo di Dio come creatore del mondo; semanticamente denota onnipotenza, la fonte eterna di energia creatrice. Tale nome non indica tuttavia un legame diretto di Dio con la creazione, e compare come Sua unica denominazione nel primo capitolo della Genesi.

Il nome Havayàh, costituito dalle quattro lettere yod-heh-vav-heh (il Tetragramma), si collega invece alla stessa essenza divina, l'Essere, e viene pronunciato dal Gran Sacerdote solamente nel giorno i Kippur; è anche definito «il Nome ineffabile», in quanto è proibito pronunciarlo in circostanze estranee alla procedura rituale. Havayàh denota l'Essere eterno, la più pura essenza di Dio costituendo l'abbreviazione dell'espressione hayàh, hovèh veyiheyèh (fu, è e sarà), che afferma come la Sua esistenza comprenda insieme passato remoto, presente e futuro infinito.

Il nome Adonài comprende i significati di signore» e padrone» afferma che Dio è il signore di tutto il creato.

Le usanze degli ebrei

I cibi

Nell’ebraismo non esistono limitazioni concernenti gli alimenti vegetali: le regole riguardano esclusivamente la vita animale; per i quadrupedi il Tanach indica due segni: lo zoccolo fesso e il rumine, propri di una classe ristretta di erbivori. In tal modo viene escluso il resto degli animali: rapaci, roditori, suini, equini, rettili, pachidermi e primati.

L’affermazione diffusa che il maiale, in particolare, sia stato proibito nell’antichità per le condizioni climatiche cade immediatamente se si pensa che anche l’orso polare è proibito. Se la disposizione fosse dovuta soltanto a una nozione igienica, le norme ebraiche sarebbero state da tutti gli uomini osservate. Per ciò che riguarda gli animali marini, gli ebrei mangiano solamente quelli con pinne e squame: sono dunque eliminati i molluschi e i crostacei; per gli uccelli, la Toràh elenca una quantità di volatili proibiti, fra cui tutti i rapaci e i mangiatori di carogne. Sono esclusi senza alcuna eccezione tutti gli insetti.

La circoncisione

La circoncisione per gli ebrei non è e non è mai stata una pratica igienica: è l’antico suggello del patto fra Abramo e il Creatore, un segno nella carne, per il quale un uomo nudo appare diverso dall’uomo comune, dalla nascita alla morte; l’ebreo, vivo o morto, sarà sempre riconoscibile.

I bambini ebrei vengono circoncisi l’ottavo giorno di vita, come Abramo fece con Isacco. L’evento è nominato b’rith, patto. Durante la cerimonia viene dal padre pronunciata la seguente benedizione: "Benedetto sii Tu, Signore nostro Dio, Padrone dell’universo, che ci hai santificato con i tuoi precetti e ci hai comandato di far entrare questo fanciullo nel patto di Abramo nostro padre". Il taglio dovrebbe essere compiuto dal padre stesso, ma si preferisce affidare la circoncisione a un circoncisore, detto mohèl.

Gli oggetti liturgici

Tra gli oggetti liturgici e cultuali più importanti nella religione ebraica vi sono:

Menoràh, candelabro a sette braccia, simbolo ebraico, presente in tutte le residenze degli Ebrei e in tutte le sinagoghe;
Mezzuzzà, piccolo contenitore dello Shemà (preghiera fondamentale dell’ebraismo, da recitare ogni giorno al mattino e alla sera), affisso agli stipiti della propria casa;
Teffilìm, conosciuti come filattèri, sono le cinghie di cuoio indossate sulle mani e intorno alla fronte, legate a piccole scatole nere contenenti preghiere;
Kippà, o Yarmùlke, il copricapo indossato obbligatoriamente in sinagoga dagli Ebrei maschi;
Tallìt, scialle da preghiera in tessuto bianco con fasce blu;
Maghèn Davìd, "scudo di Davide", è la stella a sei punte presente nella bandiera dello Stato di Israele insieme alle fasce blu del tallìt, simbolo del Sionismo dopo l’uso che ne venne fatto dai Nazisti;
Hannukkià, candelabro a nove braccia utilizzato per accendere le candele durante la celbrazione della festa di Hannukkàh.

Aramaico ed ebraico

L’aramaico sono entrambe lingue apparteneti al ceppo semitico, e sono reciprocamente legate da alcune radici semantiche.

L’aramaico rientra nel gruppo delle lingue semitiche nordoccidentali, ed è vivo ancora oggi; si possono distinguere diversi dialetti:

Aramaico antico (iscrizioni in Siria fino al 700 a.C.);
Aramaico del regno (dal 700 al 300 a.C.: epigrafi; aramaico biblico);
Aramaico medio (dal 300 a.C. fino al primo secolo dell’era volgare: epigrafi aramaiche di Gerusalemme; parole aramaiche nel Nuovo Testamento; aramaico nabateo; aramaico di Palmira, scrit-ti aramaici di Qumràn);
Aramaico tardo (aramaico galileo; aramaico cristiano-palestinese; aramaico samaritano = aramaico occidentale; siriaco; aramaico del Talmud babilonese);
Aramaico moderno (comprende diversi dialetti aramaici, che vengono parlati in alcuni paesi della Siria, della Turchia meridionale e del Kurdistan.

L’ebraico rimase vivo accanto a questa lingua, usata nell’antichità come lingua internazionale, nei rapporti commerciali, nella vita di ogni giorno e come lingua letteraria. L’ebraico, in ogni caso, anche nei secoli successivi, non fu mai assunto come lingua parlata nelle comunità ebraiche, ma venne esclusivamente considerato lingua sacra dell Bibbia, mentre si parlava ordinariamente l’idioma del posto, ad eccezione delle comunità ebraiche mitteleuropee, ove nacque lo yìddish. Nello stato di Israele, oggi, la lingua ufficiale è l’ebraico moderno.

L'ebraico moderno

Il dibattito circa la futura lingua dello stato di Israele nacque nei primi decenni del Novecento: la scelta avrebbe dovuto orientarsi tra lo yìddish e l’ebraico. Fu, ovviamente, la prima delle due alternative quella che prevalse all’inizio, in quanto lo yìddish era la lingua parlata correntemente dagli ebrei delle prime comunità agricole in Palestina, ma l’opera di modernizzazione dell’ebraico, esistente fino a quel momento soltanto nella forma biblica, di Ben Yehudà rese più valida la seconda scelta. L’opposizione di coloro che propendevano per lo yìddish venne basata sul fatto che l’ebraico, proprio perché lingua della Bibbia, era la lingua religiosa e dell’esclusiva comunicazione con Dio, ma il compito di unificare il popolo ebraico ritornato in Palestina venne assegnato all’ebraico, dal momento che esso era la lingua di tutti gli Ebrei, mentre lo yìddish era la lingua degli ebrei esiliati.

Lo Stato di Israele, dunque, adottò come priopria lingua nazionale l’ebraico, mantenendo la struttura della lingua del Tanach e arricchendola di neologismi: a partire dal 1890 il Comitato per la Lingua Ebraica, di cui fu uno dei fondatori lo stesso Eliezer Ben Yehudà cura l’aggioranmento della lingua nazionale ebraica, oggi con il nome di Accademia della Lingua Ebraica. Grazie all’intervento di Ben Yehudà l’ebraico divenne lingua non più solo scritta, bensì parlata.

Lo yìddish

Questa lingua ha le sue origini in quella ebraico-tedesca che andò sviluppandosi nel Medioevo (yìddish occidentale); essa si diffuse poi nel territorio slavo dell’Europa orientale, diventando la lingua parlata dal popolo (yìddish orientale).

Nel Medioevo esisteva una letteratura yìddish di intrattenimento piuttosto vasta, nell’epoca moderna si ebbe una letteratura religiosa; nel tardo XIX secolo lo yìddish divenne nell’Europa orientale una moderna lingua letteraria, che continuò a rimanere viva anche dopo la Seconda Guerra mondiale in alcune comunità chassidiche, negli USA e in Israele.

E’ una lingua nata dal mescolamento di ebraico e tedesco in misura maggiore, francese, ungherese, polacco, galiziano, rumeno e russo. E’ lingua parlata e non scritta, in quanto la sua scrittura adotta i tipici caratteri ebraici e lo sviluppo da destra verso sinistra, sebbene la lettura richiami i fonemi tedeschi.

Ashkenaziti, Sefarditi, Yemeniti e Falashà

Nella letteratura rabbinica medievale il termine "Ashkenazi" indica l’Europa centrale e in particolare la Germania. Sono detti pertanto "ashkenaziti" gli ebrei originari della Germania e diffusisi in Europa orientale e in Russia.

Nella medesima lingua ebraica medievale il termine "Sefaràd" indica la Spagna: gli ebrei spagnoli e portoghesi, dunque, sono detti "sefarditi", insieme ai loro discendenti in in tutto il bacino del Mediterraneo, nella penisola balcanica, nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna.

Yemeniti sono gli ebrei originari dello Yemen giunti in Israele tra il 1949 e il 1950, mentre è detto dei "Falashà"(=emigranti) il gruppo degli ebrei etiopi trasferiti nel 1984-85 in Israele.

I chassidìm

Il vocabolo "chassidìm" in ebraico significa "pii", e con esso viene identificata una "setta" particolare dell’ebraismo, caratterizzata da una particolare religiosità e da un rigorismo legale molto forte. Non esiste un termine che identifichi tutti gli ebrei non "chassidìm", che per tale motivo vengono detti semplicemente "laici"; la distinzione non si basa sull’ortodossia, bensì sull’osservanza più o meno aderente delle pratiche cultuali e religiose alla Torah.

I chassidìm sono facilmente distinguibili dagli altri ebrei per il particolarissimo modo di vestire e di presentarsi fisicamente: portano pantaloni, una lunga giacca e un cappello neri, barba e capelli lunghi, in modo particolare le basette, arricciate (peyòth). Sotto la giacca indossano una sorta di gilet, che non tolgono mai, e dal quale pendono lungo i pantaloni dei lunghi nodi.

La musica klèzmer

La parola klèzmer deriva dai termini ebraici klèy e zemèr ("strumento che canta") e delinea la musica popolare prevalentemente strumentale degli ebrei dell’ Europa orientale, conservata ed elaborata a partire dal secolo XVII, a dispetto delle difficili condizioni materiali e spirituali sofferte da questo popolo a causa di regolamenti e divieti di imperatori, papi e zar.

Nel klezmer sono coniugate da espressività e religiosità tipicamente ebraiche il folklore e le tradizioni musicali di Polonia, Romania, Russia e Ucraina; esso è una musica profana prodotta da una società fortemente religiosa, traendo ispirazione dai rumori di strada come dal canto della sinagoga. Il momento cruciale della storia del klezmer fu l’emigrazione ebraica negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento e nei primi del Novecento; dopo la Seconda guerra mondiale, fino agli anni Settanta, la musica klezmer perse di interesse, forse anche per la volontà di cancellare il proprio doloroso passato dopo la Shoah.

In origine la musica klezmer era ben distinta dal repertorio vocale in lingua yiddish, ma passò in seguito a designare approssimativamente tutte le differenti espressioni musicali ebraiche dell’Est europeo. Storia, lingua, teatro, letteratura sono la linfa di cui si è nutrita la musica degli ebrei dell’Europa orientale.

I primi documenti ufficiali riguardanti orchestrine itineranti di musicisti ebrei, costituite a volte anche da donne, risalgono all’Europa centrale del secolo XVI. Questi piccoli ensemble sono noti col nomedi kapelye, e svolgevano vere e proprie tournèe attraverso il paese, partecipando spesso a festività cristiane, in quanto preferiti agli stessi musicisti locali per le doti artistiche e la professionalità.

Dalla seconda metà del secolo XVI agli ebrei non venne più permesso svolgere come professionisti attività artistiche senza una esplicita delibera delle autorità governative: così gli ebrei erano costretti a celebrare i matrimoni lontano dalla propria città, ove fosse loro permesso suonare.

Oltre all’ostilità delle autorità locali, i klezmorìm (suonatori di musica klezmer), dovettero affrontare il rigido moralismo dei rabbini, che emanarono complicatissime normative che regolavano la loro attività musicale.

Le feste di matrimonio costituivano il contesto più adatto per ogni musicista klezmer: tutta la ritualità del matrimonio era scandita dalla musica; spesso i klezmorim venivano retribuiti per eseguire brani a richiesta, e le mance costituivano per i musicisti l’introito maggiore.

Altre occasioni nelle quali essi erano coinvolti, oltre i matrimoni, erano inaugurazioni di nuove sinagoghe, circoncisioni, l’accompagnamento dello shabes klaper, colui che percorreva le vie del paese per annunciare l’arrivo dello shabbat.

Il musicista klezmer apparteneva a un gruppo sociale ben distinto all’interno della comunità ebraica: lo stato di klezmorim derivava direttamente dalla loro condizione di musicisti.

Essi tendevano acostituire una setta isolata, diffidata e temuta per ipropri comportamenti non ortodossi. Nel corso dell’Ottocento la loro vita cambiò radicalmente, non più legata alle cittadine rurali ebraiche: la cultura e la musica yiddish poterono diffondersi in tutta l’Europa orientale.

La moderna orchestra di musica klezmer è costituita da un numero di membri che va da cinque a dodici, comprendente violini, violoncello, viola, contrabbasso, flauto traverso in legno, clarinetto, tromba, trombone, grancassa, piatti e rullante.

Le radici della musica klezmer affondano nel repertorio religioso sinagogale delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, affidato alla caratteristica inerpretazione, ricca di inflessioni vocali, del chazzàn, l’officiante della sinagoga, che guida le preghiere dei fedeli durante lo shabbat e nelle feste: con il suo canto libero egli esprimeva vocalmente gli stati d’animo del suo popolo.

Il canto del chazzan era in grado di stimolare l’animo dei fedeli molto più delle preghiere recitate dal rabbino: in Europa orientale si affermarono così quei canti di matrice cabbalistica e mistica che vennero in Europa occidentale trascurate, preferendo testi di contenuto religioso, nazionale o etico.

Tutto il repertorio klezmer è intriso di di questa religiosità orientale, festosa e disperata nello stesso tempo. La voce da cantante lirico del chazzan orientale assumeva in sé il concetto di dolcezza in musica; la scelta delle note, l’uso delle differenti sfumature timbriche ricordano lo stretto rapporto tra musica ebraica e tradizione araba e turca, con richiami a quella ucraina e zingara.

Chazzanìm (pl. di chazzan) di fama internazionale emersero in Polonia, Lituania: il loro stile era caratterizzato da fantasia e gusto per la variazione e l’improvvisazione, valori del tutto banditi dalle sinagoghe dell’Europa occidentale. In questo modo nacque una forma d’arte autonoma, e il chazzan divenne un vero e proprio musicista, compositore, interprete.

Le melodie sono costruite sui modi sinagogali e gli strumenti, particolarmente il violino e il clarinetto, tentano di imitare la voce del cantore, per raggiungere il medesimo afflato spirituale.

Il musicista klezmer rappresenta la versione profana del chazzan, colui che offre alla gente la pro-pria arte, unendo il sacro col profano, il tragico con il comico.

Il repertorio tipico di un’orchestra klezmer tra Ottocento e Novecento comprende polke, mazurche, quadriglie, valzer, canzoni del teatro yiddish, brani di musica classica: questo perché è fondamentale l’elasticità e la versatilità del repertorio, insieme alla capacità di improvvisazione.

Simone Pratelli