|
Il quadro internazionaleIl 2 marzo 1939 il cardinale Eugenio Pacelli fu eletto Papa con il nome di Pio XII. La sua elezione fu accolta bene ovunque, anche se con qualche riserva negli ambienti tedeschi: ci si aspettava da Lui unazione efficace in favore della pace e della distensione. E in effetti, fin dal primo giorno del suo pontificato, Pio XII mostrò la sua intenzione di voler continuare nellimpegno che il suo predecessore aveva fatto proprio: la difesa della pace nel mondo. Eugenio Pacelli era stato preparato in modo eccezionale al compito diplomatico e religioso che le necessità della contingenza storica imponevano al papato. Era stato lo stesso Pio XI a formarlo intenzionalmente a diventare il suo successore, fornendogli la possibilità di unesperienza diplomatica privilegiata: egli svolse diversi incarichi allestero, tra i quali alcuni in Francia, ricavandone unintima familiarità con la tradizione e la cultura francese; rivestì la carica di nunzio in Germania dal 1917 al 1929, assumendo così una conoscenza diretta dei problemi di quella nazione; fu nominato quindi segretario di Stato e fu anche il primo Papa a essersi recato negli Stati Uniti, dando il via a una corrispondenza diretta con il Presidente Roosevelt. A fianco del Pontefice cerano Luigi Maglione, segretario di Stato, Tardini, segretario della Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari e capo della Prima sezione della segreteria di Stato, e Montini, capo della Seconda sezione. Il nuovo Papa si trovò ad assumere un ruolo importantissimo in un momento estremamente delicato e difficile per lEuropa, che si stava avvicinando sempre più drammaticamente alla necessità di dover scegliere tra la guerra e la pace. Nel continente si vanno formando due blocchi: quello delle democrazie ricche, come la Francia, che punta molto sulla diplomazia per tenere sotto controllo le prese di posizione del regime tedesco, e quello delle dittature, come lItalia, che non vede altro sbocco per il futuro che unintesa con il III Reich. Nel momento in cui il cardinale Pacelli saliva al Pontificato, sul mondo pesava il timore di nuovi colpi di mano di Hitler; questi, in effetti, meditava già di sottrarsi agli obblighi a lui prescritti dalla conferenza di Monaco del 1938, durante la quale era stato evitato, allultimo, il conflitto. Il 15 marzo luragano scoppiava in Europa: truppe tedesche entrarono a Praga e un ultimatum del Reich minacciava la Lituania e la Polonia, con la richiesta di cessioni di territori. LInghilterra dichiarò subito che si sarebbe opposta, se necessario anche con le armi, ad ulteriori annessioni della Germania; e così fece pure la Francia. Da parte sua, il Papa, nella Messa solenne di Pasqua, parlò della pace, e indicò come cause delle turbolenze la miseria dei molti, lingiusta ripartizione delle risorse, la mancanza di comprensione tra nazioni e la violazione dei patti. Molti si rivolgevano con numerosi appelli al Pontefice, come allunico elemento concreto di speranza. conferenza a cinqueDi fronte alla situazione in cui versava lEuropa, Pio XII decise di tentare la via della diplomazia, proponendo la convocazione di una conferenza alla quale partecipassero le cinque potenze europee, Francia, Inghilterra, Italia, Polonia e Germania. Argomento di tale conferenza avrebbe dovuto essere lanalisi contrasti che rischiavano di portare ad un conflitto generale e avrebbe avuto come oggetto le questioni che tenevano in disaccordo da una parte Germania e Polonia, dallaltra Francia e Italia. Questa proposta, però, non ebbe il successo sperato. Il vertice non era voluto né dalle potenze occidentali, che conservavano lo scottante ricordo della Conferenza di Monaco e delle sue conseguenze, né dalla Germania e dallItalia che, apparentemente, non osavano più sperare di ottenere di nuovo il successo che avevano conseguito nel precedente mese di settembre a Monaco. Fu in questa occasione che il governo tedesco si dichiarò disposto a una risoluzione pacifica, ma affermò anche la totale solidarietà con lItalia; questo significava che leventuale scoppio di un conflitto franco-italiano avrebbe comportato lintervento tedesco. Inoltre Hitler si lanciò in una violenta invettiva contro lInghilterra per la sua presa di posizione accanto alla Polonia, indicando il loro accordo come la vera causa dellattuale tensione, poiché ad esso imputava la maggiore intransigenza del governo di Varsavia. Nonostante il fallimento del progetto, laccoglienza riservata dai governi ai primi passi effettuati dal Vaticano sembrava aprire la strada ad ulteriori interventi pontifici, poiché la Santa Sede fu da tutti considerata lultima risorsa per salvare la pace nel momento più grave della crisi. Sfumato il vertice, il Vaticano diresse i suoi sforzi a favorire i colloqui diretti tra Francia e Italia e tra Germania e Polonia. Crescita della tensione Sfumato il vertice a cinque, il nunzio della Santa Sede a Berlino, il 17 maggio 1939, ebbe un colloquio con il ministro degli Esteri tedesco, Ribbentrop, durante il quale le inquietudini furono tuttaltro che dissipate. La violenza della stampa nazista contro la Polonia lasciava presagire un imminente attacco della Wermacht, e il ministro non fece altro che confermare questa tesi: affermò con decisione che la Germania non temeva la Francia e lInghilterra, confidando nei propri mezzi e nel patto in corso con la Russia. La situazione si aggravò il 22 maggio, con la firma del Patto dAcciaio da parte di Hitler e di Mussolini, un trattato dalleanza nel quale si dichiarava che se una delle due nazioni coinvolte nel patto fosse entrata in guerra, laltra avrebbe dovuto appoggiarla, sostenendola con tutte le forze militari. Tuttavia, prima di firmare, il Duce avvertì il Führer che lItalia non sarebbe stata pronta a intervenire prima del 1943. Si vennero, quindi, a creare due blocchi ostili, tra i quali si andava sviluppando una crescente tensione: lasse Roma-Berlino e le garanzie franco-inglesi offerte alla Polonia e alla Romania. Sembrava, tuttavia, sussistere, in tale situazione, una via per agire in favore della pace, grazie alla grande influenza che Mussolini esercitava su Hitler, unazione moderatrice che Pio XII cercò di sfruttare il più possibile, attraverso lintermediario padre Tacchi Venturi. Il Papa provò ad agire anche su un altro fronte, chiedendo alla Francia di invitare alla moderazione la Polonia e di tentare un miglioramento delle relazioni con lItalia. La Germania manteneva le sue pretese nei confronti della Polonia. Tuttavia Ciano, ministro degli Esteri italiano, fornì, in un incontro con il nunzio della Santa Sede in Italia, notizie rassicuranti su questo aspetto, riferendo con sicurezza che per i sei mesi successivi non ci sarebbe stata la guerra, poiché la Germania non voleva attaccare la Polonia, e anche perché, secondo Ciano "la Germania non si muoverà senza il nostro consenso, e tanto io quanto Mussolini non vogliamo la guerra" (Pierre Blet, op. cit., pag. 30). La questione polaccaBenché le parole di Ciano avessero allontanato il timore di una guerra imminente, restava il sospetto che la Germania non volesse rinunciare ai suoi progetti su Danzica, la città polacca di cui voleva riacquistare il comando, ma semplicemente che desiderasse realizzarli senza scatenare la guerra. Francia e Inghilterra, però, non avevano assolutamente intenzione di permettere che ciò avvenisse, e si dichiararono pronte a intervenire militarmente in caso di un colpo di mano tedesco. Malgrado ciò, lo stesso ambasciatore del Vaticano in Germania temeva che in certi circoli vicini a Hitler si coltivassero delle illusioni circa leventuale atteggiamento delle due potenze. La Germania avrebbe così ripetuto lerrore di giudizio del 1914. Ad agosto, dopo un mese di relativa calma, la situazione tornò a precipitare. Il 14 agosto 1939 il nunzio vaticano a Varsavia comunicò alla Santa Sede che da quindici giorni la Germania stava ammassando forti contingenti lungo la frontiera della Polonia. Secondo lambasciatore polacco la questione di Danzica era solo un pretesto per assalire la Polonia, al fine di raggiungere lUcraina e i pozzi petroliferi in Romania. La Polonia, tuttavia, confidava nel soccorso delle potenze occidentali, mentre invece in Germania si continuava a nutrire la fatale illusione che queste non sarebbero intervenute. Il 21 agosto il governo tedesco e quello sovietico stipularono un patto, lasciando così presagire lincombente invasione della Polonia; lInghilterra, da parte sua, ribadiva chiaramente la sua intenzione di appoggiare lo stato polacco, impedendo così a Hitler di impadronirsi di esso senza scatenare un conflitto europeo. Il 24 agosto in Vaticano numerosi ambasciatori si avvicendarono in segreteria di Stato, richiedendo al Santo Padre una condanna dellimminente aggressione. Fu così preparato il testo di un radiomessaggio pontificio, trasmesso il giorno stesso, nel quale Pio XII rivolgeva al mondo un appello ai negoziati e alla pace, supplicando i governanti di cercare nelle trattative pacifiche la soluzione dei problemi che ponevano lumanità sullorlo di un conflitto spaventoso. Dopo questo messaggio, Hitler, pronto a sferrare l'attacco nella notte tra il 25 e il 26 agosto, ebbe unultima esitazione e sospese lordine di attacco. Questa, però, fu solo una pausa nella corsa verso il conflitto. Nonostante ulteriori tentativi di negoziato e un altro discorso del Papa del 31 agosto, in cui riprendeva sostanzialmente quello del 24 agosto, il 1° settembre 1939 le truppe tedesche entrarono in territorio polacco. Il 3 settembre Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania, rispettando gli impegni presi nei confronti della Polonia. La neutralità italiana"Nellora in cui il rombo dei cannoni sembrava coprire tutte le altre voci, Pio XII non volle interrompere il suo discorso sulla pace. Limitare il conflitto, restaurare al più presto la pace fondata sulla giustizia e sulla sicurezza furono gli obiettivi della diplomazia in tempo di guerra" (Pierre Blet, op. cit., pag.44). Dopo linvasione della Polonia, la preoccupazione maggiore per il Papa era quella di evitare che lItalia entrasse in guerra e che Mussolini, con la sua influenza su Hitler, riuscisse a salvaguardare la pace nel mondo. Il 1° settembre lItalia annunciò la sua non belligeranza, ma, nonostante questo, la questione della neutralità italiana era ancora molto incerta, mancando in proposito un accordo nel governo. Una notizia rassicurante giunse da Ciano, che, in un incontro con Venturi, affermò che era intenzione del Duce mantenere lestraneità al conflitto, dichiarata allinizio, per tutto il corso della guerra; inoltre il ministro comunicò al nunzio pontificio che avrebbe continuato a battersi per la pace, in particolare per quella italiana. Pio XII non tralasciò nessuna occasione per difendere la causa della neutralità presso il governo italiano e per elogiare lattività di coloro che si adoperavano per mantenerla, come quando il 21 dicembre 1939, ricevette in Vaticano il re e la regina dItalia: "In un momento in cui, mentre altri popoli sono travolti o minacciati dalla guerra e la tranquillità e la pace sono andate esuli da gran numero dei cuori, lItalia, invece, pur sempre vigile e forte, sotto laugusta e saggia mano del Suo Re Imperatore, e per la chiaroveggente guida dei suoi Governanti, posa pacifica nel vivere civile" (Pierre Blet, op. cit., pag. 48). Il 28 dicembre il Pontefice si recò in Quirinale per ricambiare personalmente la visita dei sovrani italiani in Vaticano, e anche in questa occasione insistette sulla necessità di salvaguardare la pace italiana. In seguito a questi incontri, Mussolini, il 5 gennaio 1940, scrisse una lettera a Hitler, in cui ritenne opportuno rassicurare il Führer sullinfondatezza dellipotesi di uninfluenza del Pontefice sulla politica italiana. Nella stessa lettera il Duce suggerì una possibile soluzione per il conseguimento della pace, mediante un accordo con le potenze occidentali fondato sul riconoscimento di uno Stato libero di Polonia; ma in Germania erano ormai troppo sicuri di una vittoria certa per accettare un tale tipo di compromesso. Nel frattempo, in occasione del Natale, il Pontefice era ritornato sullargomento della pace, indicando un piano a lungo termine. Taylor, Welles e RibbentropNel messaggio di Natale, oltre a richiamare per lennesima volta limportanza del raggiungimento della pace, il Pontefice annunciò che il Presidente degli Stati Uniti, Roosevelt, aveva deciso di ristabilire le relazioni ufficiali tra la Casa Bianca e il Vaticano, e il suo rappresentante personale, Myron Taylor, non avrebbe tardato a giungere a Roma. Il Papa si mostrò riconoscente e fiducioso nei confronti di Roosevelt, che con questa sua decisione forniva un valido e promettente contributo per il conseguimento di una pace giusta e per unopera più larga ed efficace, volta a alleviare le sofferenze delle vittime della guerra. Il 27 febbraio 1940 Taylor giunse in Vaticano, ed ebbe subito un colloquio con il Papa, ancora una volta riguardo alla pace: gli Alleati non avevano alcuna fiducia nel regime di Hitler, né erano inclini a trattare con il dittatore, il popolo tedesco era scontento, ma troppo sorvegliato dalla polizia segreta per reagire, e lo stesso valeva per lesercito; si riteneva che la Germania non avesse la possibilità di sostenere una guerra di lunga durata, ma che fosse in grado di combattere per un anno ed anche di più. Quanto allItalia, il Papa non aveva contatti diretti con Mussolini, ma sapeva che Ciano era contrario alla guerra. La missione di Taylor in Vaticano faceva parte di un piano del Presidente Roosevelt volto a ristabilire la pace in Europa. Contemporaneamente a lui, infatti, anche il sottosegretario di Stato americano, Welles, fu inviato nelle varie capitali europee per una visita con scopo informativo: sondare il terreno per valutare se vi fossero possibilità di pace. Da tutte le opinioni raccolte, Welles trasse la conclusione ineluttabile secondo cui, in quella situazione, non era possibile alcun tentativo di risoluzione pacifica; lunico passo effettuabile era quello di trattenere Mussolini dallentrare in guerra a fianco della Germania. Nel frattempo Ribbentrop, ministro degli Esteri del Reich, fu ricevuto in Vaticano. Lincontro ebbe luogo l11 marzo, e fu essenzialmente imperniato sulla situazione della Chiesa cattolica in Germania e sui rapporti con lo Stato nazionalsocialista. Durante questa visita il ministro ribadì più volte che la Germania era fermamente convinta di poter vincere la guerra entro il 1940, e fece intendere che si stava preparando per unoffensiva sul fronte occidentale. Il Papa rimase fermo nella sua intenzione di giocare tutte le carte in suo possesso per tentare di tenere lItalia fuori dal conflitto. E ciò apparì tanto più urgente, quando il 17 marzo, sotto sollecitazione del Führer, si tenne al Brennero un incontro tra Mussolini e Hitler. Questultimo tentò di trascinare lItalia nel conflitto, ma, poiché il Duce non mutò la sua decisione di perseverare in un atteggiamento di attesa, quest'incontro si concluse senza modificare le rispettive posizioni dei due dittatori. Alla fine del mese, però, lorizzonte si oscurò: Ciano non aveva più la stessa fiducia riguardo al fatto che lItalia non sarebbe entrata in guerra, e vedeva sfumare i suoi innumerevoli sforzi volti a mantenere in vita la condizione di pace, che ogni giorno diventava meno sicura. La situazione italianaLa situazione italiana appariva ormai critica a tutti. Il 18 aprile 1940 giunse in Vaticano un telegramma dagli Stati Uniti, in cui si avvertiva che unalta autorità del governo statunitense riteneva che lItalia sarebbe entrata in guerra come alleata della Germania entro pochi giorni. Roosevelt e Pio XII ritennero opportuno un tentativo parallelo per dissuadere Mussolini dalla sua intenzione, agendo però in modo da dare limpressione di condurre iniziative indipendenti, non collegate tra loro. Il 24 aprile il Papa scrisse personalmente al Duce, ringraziandolo per gli sforzi fino ad allora compiuti in favore della pace e invitandolo a proseguire sulla stessa linea di condotta. Mussolini, rispondendo, ringraziò il Pontefice della sua lettera, ma non nascose quanto scarsa sarebbe stata linfluenza di essa sulle sue decisioni. Intervenne allora Roosevelt, che elogiò a sua volta il Duce, in una lettera a lui rivolta, per ciò che egli aveva fatto al fine di evitare o circoscrivere la guerra; lo avvertiva inoltre che lestendersi del conflitto avrebbe potuto avere ripercussioni difficili da prevedere, e che le tre Americhe sarebbero state spinte a riconsiderare la loro posizione. La risposta non fu più rassicurante di quella già indirizzata al Santo Padre: Mussolini dichiarò di non volere lestendersi del conflitto, ma anche di essere sorpreso del fatto che le Americhe sarebbero dovute intervenire nelle questioni tra le potenze europee e lItalia, che non si era mai intromessa nelle guerre americane. Il tentativo di Pio XII e di Roosevelt, quindi, non riuscì a ottenere gli effetti sperati, ma levolversi dei fatti indirizzò le attenzioni del Papa in unaltra direzione: il Cardinale segretario di Stato era già informato del fatto che Hitler si stava preparando a unoffensiva contro Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, e il Pontefice si preparò a far fronte a questa situazione. L'offensiva tedesca e l'entrata in guerra dell'ItaliaCome era stato annunciato dal cardinale segretario di Stato, il 10 maggio 1940 Hitler lanciò loffensiva contro Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Senza un ultimatum, senza una dichiarazione di guerra, la Wehrmacht invadeva il territorio dei tre Stati neutrali. Lambasciatore di Francia presso la Santa Sede riferiva al Papa che il mondo intero si aspettava da lui che formulasse "con la sua alta autorità una solenne condanna per stigmatizzare questo odioso attentato" (Pierre Blet, op. cit., pag. 65). Lo stesso appello fu a lui rivolto dagli ambasciatori degli Stati Uniti, del Belgio e dellInghilterra. Pio XII aveva già deciso di prestare ascolto a quelle istanze; così furono redatti alcuni documenti, tra cui tre telegrammi indirizzati al re del Belgio, alla regina dellOlanda e alla granduchessa del Lussemburgo. In essi il Papa espresse il cordoglio per i popoli vittime delle sciagure della guerra e, seppure velata, una formale condanna della violazione della neutralità degli Stati invasi, una pubblica affermazione della colpevolezza e della responsabilità del governo tedesco. Questi tre telegrammi furono anche pubblicati nella prima pagina de Losservatore Romano. Il partito al potere, e lo stesso Mussolini, che voleva far marciare lesercito italiano al fianco della Wehrmacht, videro nei tre telegrammi un colpo diretto contro la loro politica: attaccarono il quotidiano della Santa Sede e incaricarono lambasciatore dItalia a esprimere al Santo Padre la protesta contro tali telegrammi. Come risposta, il Pontefice affermò di non aver timore di finire in campo di concentramento, e aggiunse: " loro sanno (gli italiani), sanno sicuramente e completamente le orribili cose che avvengono in Polonia. Noi dovremmo dire parole di fuoco contro simili cose, e solo Ci trattiene dal farlo il sapere che renderemmo la condizione di quelli infelici, se parlassimo, ancora più dura" (Pierre Blet, op. cit., pag. 68). Nel frattempo la Francia continuava a chiedere una condanna esplicita della Germania da parte del Vaticano, ma il Papa riteneva di aver già fatto ciò che era giusto e opportuno. E non cambiò posizione nemmeno quando, il 15 maggio 1940, prevedendo che Mussolini, di lì a poche ore, avrebbe trascinato lItalia nel conflitto, lambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede gli chiese di minacciare di scomunica il Duce, affinché tornasse sui suoi passi. Fino allultimo, però, Papa Pacelli continuò a cercare tutti i mezzi possibili per evitare lentrata in guerra dellItalia. Non poté, tuttavia, fare a meno di costatare linutilità dei propri sforzi, e decise di rivolgere la sua attenzione verso le nazioni in guerra e a quelle occupate. In proposito, ricordò il dovere delle potenze occidentali occupanti di trattare le popolazioni cadute sotto il loro dominio secondo gli stessi criteri con cui esse stesse avrebbero voluto essere trattate in circostanze analoghe. Il 10 giugno 1940 lItalia entrò nel conflitto. Pio XII cercò di perseverare almeno Roma dalla guerra, rivolgendo allInghilterra e alla Francia lappello a non bombardarla. Mentre la seconda si dichiarò subito favorevole a tale richiesta, la Gran Bretagna si manifestò solamente disposta a non attaccare la Città del Vaticano. Il 16 giugno fu subito lanciata dalla Francia la proposta di un armistizio con la Germania, con la Spagna come intermediario, e con lItalia, attraverso la Santa Sede, che però fu subito esclusa dalle trattative. Il 25 giugno si concluse il doppio armistizio. Il 19 luglio, in un solenne discorso, Hitler lanciò un appello allInghilterra, proponendo la fine delle ostilità. Il Pontefice cercò di favorire questa proposta di pace, inviando un telegramma al delegato apostolico a Londra, incaricandolo di fare il possibile per far concludere questofferta. Il 29 luglio giunse, però, la notizia che lInghilterra non era intenzionata a trattare, dato che, nel discorso del Führer, il governo inglese vedeva una manovra più che una proposta di pace, e non era disposta ad accettare ciò. Dunque, tutte le risorse della diplomazia sembravano per il momento esaurite. La Santa Sede non si era trovata sola nei suoi sforzi: aveva trovato un valido appoggio nel Presidente degli Stati Uniti. Sara Personeni
|