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Di fronte alla persecuzione antiebraica
29 novembre 1945: incontro di Pio XII con i profughi ebrei "Avendo costatato linsuccesso dei suoi sforzi per evitare la guerra e rendendosi conto che le prospettive di una restaurazione della pace si dileguavano in un futuro denso di ombre, la Santa Sede decise che il suo compito sarebbe stato quello di portare aiuto alle vittime del conflitto, alleviando le loro sofferenze materiali e morali" (Pierre Blet, op. cit., pag.185).
Gli interventi condotti da Pio XII a sostegno delle vittime della guerra furono tentativi di portare conforto, con la presenza e con la parola, oltre che la raccolta di viveri e indumenti da far arrivare agli oppressi. Un progetto, in particolare, stava a cuore del Pontefice: quello di formare un servizio di informazioni per garantire uno scambio di notizie tra i prigionieri e i loro familiari. Ogni provvedimento preso in favore di questa iniziativa, però, non trovò altro che una serie di insuccessi, dovuti prevalentemente alla mancanza di collaborazione da parte del governo di Berlino, dal quale dipendeva la sorte del maggior numero di prigionieri. Quando il conflitto volse a favore degli Alleati, un gran numero di prigionieri tedeschi e italiani affluì nei campi anglo-americani, e il Vaticano cercò di operare anche in favore di questi, non ottenendo, però, una collaborazione spontanea: veniva, infatti, accusato di voler compiere unattività propria della Croce Rossa Internazionale, che già rivestiva un ruolo specifico e privilegiato, riconosciuto di diritto sulle basi della convenzione del 1929, e che aveva a disposizione mezzi che superavano di gran lunga le possibilità giuridiche, politiche e finanziarie della Santa Sede. Il Vaticano instaurò allora una collaborazione, attraverso la Missione cattolica svizzera, con questo organismo di Ginevra, per informarlo dei provvedimenti della Santa Sede e per favorire di mutuo accordo i rispettivi compiti di informazione e di assistenza. Unaltra categoria perseguitata, oltre ai soldati prigionieri e i profughi della guerra del 1914-1918, era quella dei non ariani, individui di origine ebraica. Già prima dellinizio della guerra, i tedeschi avevano adottato misure sempre più vessatorie nei confronti degli ebrei, come, per esempio, il caso della Notte dei Cristalli, tra il 9 e il 10 novembre 1938, in cui centinaia di sinagoghe e un numero incalcolabile di negozi gestiti da ebrei erano stati incendiati. Nel corso della guerra, anzichè unire tutte le forze interne contro lesterno, i tedeschi resero le persecuzioni, come accadde anche per i Cattolici, sempre più violente. Espulsioni e deportazioniAllinizio, la preoccupazione del Vaticano di fronte alla espulsione degli ebrei fu di trovare uno Stato che fosse in grado e disposto ad accoglierli. In Germania esisteva lOpera di San Raffaele, che si adoperò per aiutare i perseguitati per motivi razziali, ma fu soppressa dal Governo tedesco nel 1941. Di risposta alle minacce contro i tedeschi di razza o religione ebraica che si facevano sempre più gravi, la Santa Sede iniziò a proporre numerosi progetti, come lo spostamento di questi perseguitati verso altri Stati, quali la Spagna, lAngola, il Venezuela, Il Sud Alaska; i risultati furono limitati, ma reali. Un altro grande progetto fu quello della "operazione brasiliana", che consisteva nel tentativo di ottenere, sotto richiesta del cardinale di Monaco, Faulhaber, rivolta a Pio XII il 31 marzo 1939, tremila visti di entrata che il Brasile era disposto a concedere a Cattolici non ariani costretti allespatrio. Dopo un anno di trattative, il 4 marzo 1940 furono concessi i visti richiesti, duemila per i perseguitati in Germania, gli altri mille a quelli già in attesa in altri Stati europei. In Germania, però, sorsero continue e nuove difficoltà, che impedirono il rilascio dei visti, e nemmeno gli sforzi del Vaticano e delle altre istituzioni ecclesiastiche riuscirono ad evitare il tragico epilogo che raggiunse gli interessati per lincuria delle autorità responsabili. Allinizio del 1941 la Santa Sede era al corrente delle sempre maggiori difficoltà in cui si imbattevano i perseguitati, sia per motivi razziali, sia politici, nel lasciare i territori sottoposti al Governo di Berlino. Il 4 febbraio 1941 ci fu una "deportazione", era questo il termine che iniziava a essere utilizzato al posto di "emigrazione", di sessantamila ebrei di Vienna. In Vaticano continuavano gli interventi in favore di questi infelici, volti a mitigare le leggi razziali, a far liberare ebrei internati, a migliorare le condizioni dei prigionieri, a presentare aiuto economico alle famiglie, a incoraggiare la formazione di comitati nazionali per laiuto ai rifugiati, a ottenere visti di immigrazione per lAmerica del Nord e del Sud, ma la situazione si faceva sempre più tragica e cresceva limpotenza della Santa Sede. In quel momento era diventato difficile ottenere i visti di transito anche per la Penisola Iberica e, insieme, sembrava perduta anche ogni speranza di riuscire a contribuire, in qualche modo, allemigrazione. Per quanto riguarda la situazione giudaica, poi, non si poteva giungere ad alcuna conclusione se non lassoluta inutilità di ogni interessamento: non solo, a quanto disse Orsenigo, nunzio pontificio in Germania, non cera nulla da fare per ottenere i permessi di emigrazione o di impedire la deportazione, ma era assolutamente impossibile ricevere informazioni una volta avvenuta la deportazione; era addirittura pericoloso fermarsi lungo la via a parlare con persone non ariane munite del distintivo della stella di David. In Germania correvano voci, difficili da controllare, di terribili eccidi in massa di ebrei. Linteresse dei tedeschi era quello che il Reich germanico "si difendesse" dalla razza non ariana, portando i perseguitati a vivere in uno stato di agonia, per il timore delle deportazioni, isolati dal mondo e nemmeno confortati da alcuna parola, che non riusciva, in nessun caso, anche se pronunciata, a giungere fino a loro. Alla fine del 1942, in un rapporto consegnato in segreteria di Stato da un consigliere della nunziatura di Berlino, veniva presentato un quadro generale della situazione degli ebrei in Germania, Cattolici e non, nella quale si comunicava che le misure contro di loro si erano dimostrate, negli anni 1941-1942, particolarmente violente; gli ebrei in mano ai tedeschi, dopo la campagna di Russia, sembravano essere circa quattro milioni. I campi di concentramentoAlla fine del 1942 si faceva per la prima volta allusione ai campi di concentramento. Non potendo più ammassare i perseguitati nei ghetti di Lodz e di Varsavia, i nazisti li deportano in campi di concentramento, dove i prigionieri conducevano una vita durissima che li portava spesso alla morte. Questi campi erano presenti soprattutto in Polonia, nello Stato dove sembra che i tedeschi intendessero confinare le popolazioni ebraiche dEuropa. La popolazione tedesca, tuttavia, non sembrava convinta della propaganda del regime ed evitava ogni ironia e scherno nei confronti degli ebrei e si dimostrava indifferente; questo era, forse, il segno di un forte risentimento interiore contro la disumanità dimostrata dal governo. Nella primavera del 1942 cominciò la realizzazione di quel progetto che i documenti segreti del Terzo Reich definivano "la soluzione finale" che era stata proposta in una conferenza tenuta a Berlino il 20 gennaio e con la quale i tedeschi intendevano eliminare undici milioni di ebrei. Sotto la copertura della campagna di Russia il progetto prese la forma di un trasferimento in massa dei non ariani dEuropa verso la Polonia. Nel 1942 le possibilità di emigrare furono completamente bloccate e si verificò un fenomeno nuovo: lespulsione di uomini, donne e bambini ebrei dal proprio luogo di residenza e la loro deportazione fuori dalla Germania. Da allora in poi le azioni della Santa Sede si concentrarono sul tentativo di bloccare le deportazioni che già sembravano presagire un tragico epilogo. Il Nunzio della Santa Sede a Berlino, Orsenigo, non era più in grado di soddisfare né i superiori a Roma né i vescovi della Germania, tanto più quando si stava tentando una passo in favore degli ebrei, che si rivelava immediatamente vano se non pericoloso. Gli insuccessi che stava conoscendo la Germania sul piano militare provocavano una più dura intransigenza dei capi nazisti. Nei mesi di febbraio e marzo 1943 iniziarono a essere perseguitati e arrestati ebrei sposati a cristiani, contro leggi stabilite a Norimberga che, fino ad allora, stabilivano che essi fossero considerati ariani a tutti gli effetti. Lodio di Hitler per la popolazione ebraica si faceva di giorno in giorno più feroce, arrivando ad invitare le altre nazione europee ad imitare la Germania nella sua lotta antisemita. Sembrava che nessuno fosse in grado di opporsi alla forza sfrenata e brutale della Gestapo. Le prescrizioni riguardo agli ebrei coniugati con ariani e ai loro figli, per uno strano concorso di circostanze, non vennero messe in atto in Germania, cosa che accadde, invece, in Italia. Qui già dal 1938 era in vigore una legge che proibiva matrimoni tra ariani e non ariani, la cui approvazione aveva destato la protesta del cardinale segretario di Stato e una comunicazione del SantUffizio sulla dottrina razziale diffusa in Italia. La Santa Sede cercò anche di compiere qualche passo in favore di un trattamento migliore dal punto di vista materiale e morale nei campi di internamento, presenti in vari numero sul territori italiano, tra cui quello di Ferramonti-Tarsia. Durante il 1941, tuttavia, gli interventi della Santa Sede furono coronati da sempre minor successo e lemigrazione in Italia degli ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste fu progressivamente bloccata. Il 17 dicembre 1942 un comunicato di padre Tacchi Venturi, intermediario ufficioso del Vaticano presso Mussolini, indirizzato a Maglione, rese noto che ogni speranza per gli ebrei anche cattolici di ottenere il permesso di entrare in Italia era ormai destituito da ogni fondamento. Eppure, se il governo italiano chiudeva le porte agli ebrei provenienti dal Nord, si rifiutò fino allultimo di consegnare quelli che già si trovavano sotto la sua autorità; Mussolini, infatti, espresse più volte la politica contraria alla deportazione che lItalia mantenne nel corso della guerra. Nel mese di agosto 1943, dopo la caduta del regime fascista, il Vaticano si adoperò per migliorare le condizioni degli israeliti nei campi della zona di occupazione in Dalmazia, riuscendo addirittura a evacuare quelli degli internati croati e sloveni. La sorte dei deportatiFin dal 1942 in Italia, come anche negli altri paesi, cominciavano a sorgere interrogativi sul significato di "deportazione". Essa equivaleva, in gran parte, a una condanna a morte. Le informazioni già acquisite, infatti, sulle condizioni in cui venivano fatti i trasferimenti dei perseguitati non lasciavano illusione sulla fine alla quale essi andavano incontro. Restavano, però, delle speranze che essi potessero resistere alla prova e queste alimentavano la richiesta di notizie circa la loro sorte. Tali richieste non ebbero, tuttavia, mai risposta. Le poche informazioni che pervenivano, anche se non si poteva controllare lesattezza, non erano certo rassicuranti: gli ebrei deportati di Germania, Belgio, Olanda, Francia e Slovacchia erano destinati a morire, anche in seguiti a esecuzioni, mentre gli ariani di Francia e Olanda deportati nellEst erano utilizzati come forza lavoro. Le informazioni pervenute in Vaticano riguardavano il brutale trattamento imposto agli ebrei in Ungheria, Croazia, Slovacchia, Francia e in altri paesi. La domanda in merito a quale fosse la destinazione ultima dei deportati e quale il piano dei nazisti costituiva allepoca un enigma, ma si poteva presumere che essi non sarebbero sopravvissuti a lungo. Le notizie sullo sterminio degli ebrei non venivano considerate come vere, ma prese come una minaccia gravissima, premonitrice di una tragedia di cui non si riuscivano a cogliere gli esatti contorni. Sul finire del 1942 molte furono le dichiarazioni pubbliche riguardo alle deportazioni. Il 17 dicembre gli Alleati pubblicarono una dichiarazione dei diritti delluomo, nella quale si denunciava con termini forti ma generici il trattamento inflitto agli ebrei. Il 19 dicembre lambasciatore della Polonia rifugiato in Vaticano denunciava che erano in atto procedimenti con cui si mettevano a morte i deportati, senza tuttavia essere in grado di descriverli con esattezza. Nel messaggio di Natale Pio XII faceva un ulteriore appello in favore della cessazione dei combattimenti, ricordando inoltre le vittime della deportazione. Questo intervento apparve agli Alleati poco soddisfacente, ma suscitò le accuse da parte del Reich. Tuttavia, secondo lopinione di Pierre Blet, autore del libro cui si è fatto riferimento per ricostruire le operazioni svolte dalla Santa Sede nel corso della guerra, non vi era, a quel tempo, alcun modo per ottenere le informazioni cercate, ma solo il silenzio da parte dei deportati, che non faceva altro che giustificare ogni timore. Solo lambasciatore della Polonia sembrava essere nella condizione favorevole al fine di fornire precisazioni sulle atrocità naziste, e egli faceva conoscere, senza però poter portare dei dati concreti e certi a conferma, quale fosse la realtà: i resti degli ebrei venivano adoperati per fabbricare il sapone. Si stentava a credere a questi rapporti, vista da una parte lincredibilità delle atrocità riportate e dallaltra il silenzio dei deportati come unica prova a disposizione. Questa non è, però, lunica interpretazione degli avvenimenti di quegli anni: alcuni, di posizione sicuramente meno filovaticana di quella dello scrittore analizzato, portarono prove consistenti sul fatto che si conoscessero le atrocità compiute dai nazisti, come la testimonianza di Jan Karski, forse il più importante dei corrieri che, giungendo da Varsavia, trasmettevano agli inglesi le informazioni sul destino degli ebrei. Fino alla fine del conflitto il Papa cercò di indirizzare i suoi tentativi di pace, che non sortivano alcun effetto nel Reich, negli stati di Slovacchia, Romania, Croazia e Ungheria: attraverso messaggi personali e per mezzo dei suoi rappresentanti sul posto, esercitò la sua opera di salvataggio fino agli ultimi anni di guerra. Sara Personeni |