Storia della musica ebraica
La storia e la cultura del popolo ebraico sono sempre state segnate da due tendenze
opposte: la volontà di autonomia e l'integrazione.
E di cio bisogna tener conto nell' analisi della storia della musica ebraica che riflette
le vicende del suo popolo.
La musica, come ogni forma di pensiero e di espressione, merita un discorso, ed uno studio
a parte.
Intanto, volgendo indietro lo sguardo, risulta evidente una possibile distinzione tra la
musica legata al culto, allo studio dei testi sacri e quella domestica.
In particolare, nela cultura ebraica, si potrebbe dire che la musica che accompagna i riti
non sia andata incontro a processi di corruzione sino a tempi relativamente recenti,
distinguendosi dall'evoluzione di altri filoni occidentali: ha accompagnato il popolo
d'Israele ripetendosi sempre uguale a se stessa nelle sinagoghe.
L'appartenenza dei segni musicali al testo sacro è una chiave determinante per la
comprensione dei vari aspetti della musica ebraica, addirittura fornisce il punto di
partenza per l'unica interpretazione possibile dei suoi caratteri.
L'intima connessione tra parole e intonazione, là dove la seconda è veicolo di
comprensione della prima, ha sicuramente determinato la posizione presa da molti rabbini e
maestri dell'ebraismo, che non hanno voluto accettare cambiamenti o modernizzazioni.
Si pensi, per esempio, a quanto avvenne nel Rinascimento, in Italia, ad opera di Salomone
Rossi.
Se da un lato proprio quel periodo, chiave di volta per l'ingresso nella modernità, è da
studiare in separata sede proprio poer l'improvvisa ricchezza di testi teorici musicali e
per gli esperimenti pratici a cui si assistette, d'altro canto proprio questo ha
rappresentato un tentativo di riforma intesa a modernizzare la musica, ovvero imitare i
musicisti e i compositori dell'epoca per non sentirsi esclusi.
Il significato da attribuire alla parola "modernizzare", in quell'ambito,
equivaleva ad adottare nella prassi sinagogale modi e stili propri alla musica cristiana,
cosa che, ovviamente, i rabbini non potevano permettere proprio perchè la musica
nell'ebraismo ha una valenza così specifica.
In realtà il problema oltrepassa i confini dell'assimilazione culturale, che può
verificarsi in altri campi , investendo proprio la preghiera e lo studio quotidiano dal
momento che, come si è detti, l'intonazione dei testi è parte integrante e
fondamentale ai fini della comprensione.
Musica e parola
La musica è un linguaggio che si esprime attraverso segni; ciò implica che la codificazione
di essi non lasci ampi spazi per la interpretazione musicale e, soprattutto, semantica.
Quest'ultima dimensione tocca da vicino, ad esempio, la cantillazione della Bibbia,
i cui versetti assumono differenti significati a seconda della vocalizzazione e della
scansione musicale.
Le resistenze alla stesura di un definitivo testo scritto dipendono proprio dalla volontà
di non tarpare le ali all'interpretazione. Esigenze pratiche e eventi storici, come è
noto, portarono poi a mutare tale atteggiamento, facendo prevalere le necessità di
sopravvivenza dei testi stessi.
La questione che dunque attanaglia musicisti e teorici della musica occidentale
relativamente alle relazioni tra parole e musica non sussiste nel caso
ebraico, dove echi del problema sono spunto di discussione teorica che riafferma la tesi
dell'unità tra i due codici. Generazioni di studiosi si preoccuparono, infatti, di
fissare una tradizione di testi in cui segni vocalici e di notazione si affiancassero sui
fogli come elementi affini ed inscindibili.
Uno spunto concreto lo ritroviamo nel libro di Daniele (12,3).
L'elemento musicale della Torà, anzi, talvolta appare addirittura privilegiato
rispetto alla lettera o, in altre parole, che essa ci permetta di scoprire ciò che
sta al di là della lettera o è nascosto nella lettera stessa.
In ultima analisi si può dire che nell'ambito della preghiera, ed in generale della
lettura di tutti i testi sacri, la musica abbia una funzione che, ben lontana dall'essere
accessoria o ornamentale, rappresenta piuttosto il livello più alto, più denso
anche dal punto di vista della comprensione intellettuale.
Le parole sono la penna del cuore, il canto dell'anima.
Il
Rebbe di Lubavitch
spiega che il pensiero serve all'intelletto,
la parola aiuta e svela
i pensieri della mente e le emozioni del cuore,
ma il canto aiuta ad esternare i sentimenti di piacere e di desiderio,
quelli che racchiudono tutto,
e sono ancora più intensi delle più intime emozioni del cuore e della mente,
poichè raggiungono le profondità recondite dell'anima.
Durante il canto,
l'uomo si rinchiude entro i più profondi recessi della sua anima e, in quel momento,
non è lo stesso individuo di sempre,
ma è connesso con la sua profondità più intima.
Attraverso le note del canto,
una persona si innalza e si congiunge con le sfere di luce più elevate presenti nella sua
anima,
del suo spirito emerge ciò che è buono e puro nel suo spirito.
Olga Romagnoni