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Momenti dell'antigiudaismo moderno

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sinagoga nel ghetto di Venezia

Cinquecento Seicento Settecento Ottocento

Il Quattrocento: L'espulsione dalla Spagna

Il contesto del primo Quattrocento

Il periodo quattrocentesco in Europa fu per gli ebrei un tempo di ambiguità. L’accusa di omicidio rituale continuava a ripresentarsi a intervalli regolari e a mietere vittime innocenti. Negli anni Venti l’arciduca Alberto di Austria espulse dal suo territorio gli "Infedeli", i quali si rifugiarono a est, in Polonia e in Boemia.

Contemporaneamente a queste esplosioni di intolleranza però, altre voci si schierarono a favore degli ebrei, primo tra tutti Papa Martino V.

Lo stesso imperatore tedesco Sigismondo tentò una via di moderazione per la questione religiosa, ma fu ostacolato dai predicatori che infiammavano gli animi con molta più efficacia.

La situazione per gli ebrei è così dominata dalla precarietà, dovuta soprattutto agli umori delle folle e alle strategie politiche regie.

Il caso esemplare di una condizione tanto insicura quanto contraddittoria è la Spagna. Con l’ascesa al trono di Giovanni II, ebrei e conversos ottennero nuovamente i loro diritti individuali e collettivi e furono riammessi a corte. Questa aperta iniziativa da parte del sovrano fu ferocemente avversata dal clero, tra cui spiccavano i Domenicani, e da Maria, regina di Aragona.

Gli ebrei in Spagna costituivano una componente culturale, sociale e politica inestinguibile, quindi risulta chiaro che, se da un lato erano fortemente radicati nella vita spagnola, dall’altro rappresentavano un centro fortemente polarizzante di influenza politica non sempre gradita ai sovrani.

Tuttavia il vero problema della società spagnola si strutturava intorno alle recenti figure dei conversos, gli ebrei convertiti al Cristianesimo.

La Chiesa li temeva per il loro crescente potere nelle stesse gerarchie ecclesiastiche, perché era consapevole del fatto che molti di questi convertiti mantenevano vivo nel cuore il loro spirito di ebrei. Tale forma di criptoebraismo veniva vissuta come una vera e propria intrusione nella fede cattolica a opera degli stessi ebrei, non della miopia ecclesiastica che aveva imposto i battesimi forzati.

Nella società spagnola si diffuse la spiacevole sensazione che qualcosa di subdolo e nascosto serpeggiasse ovunque e questo atteggiamento comportò la rovina della nazione.

La pressione crebbe a carico sia di ebrei sia di conversos o marrani (da macharàm attà, " l’anatema sia su di te", in ebraico, o dal castigliano marrano, "porco") che videro i propri diritti regolamentati e limitati.

Contro le imposizioni cristiane l’ebraismo sviluppò una produzione apologetica diffusa in tutte le comunità, che testimonia il dibattito vivo intrecciato tra le due religioni.

La condizione ebraica era ancora molto dipendente dalla coscienza e dalla predisposizione di singoli uomini, papi o re, tuttavia forti erano le spinte dal basso clero che interpretavano gli umori popolari. La stabilità sociale per cui la Spagna si era sempre distinta, cominciava a vacillare sotto i crescenti disordini in cui venivano coinvolti marrani e ebrei.

Mentre la Spagna si impelagava sempre più nei dissidi interni, uno spiraglio di luce si ingigantì nel mondo ebraico. Nel 1453 Maometto II annientò l’impero bizantino, conquistando Costantinopoli. Le conseguenze per gli ebrei furono notevoli: si aprivano nuovi spazi verso i quali concentrare un’emigrazione e cadeva un impero tradizionalmente ostile al Giudaismo da secoli. La zona mediterranea si movimentò di nuovi traffici, intensificando le rotte commerciali e vivacizzando anche gli scambi culturali.

L'espulsione

Il 1469 fu l’anno di svolta per la politica interna spagnola. Il matrimonio tra Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia suscitò ottimistiche previsioni e speranze. Un nuovo potere centralizzato si traduceva in una limitazione dell’influenza della Chiesa e dei nobili di corte, inoltre i due sovrani erano noti per la loro amicizia con esponenti di spicco del mondo finanziario e intellettuale ebraico e marrano.

Tuttavia il potere disgregatore dell’aristocrazia che tentava di emanciparsi da quello centrale era sintomo di una situazione turbolenta e instabile. Per trovare coesione nel regno, i sovrani concentrarono l’attenzione su una campagna contro Granada e sulla caccia ai conversos.

In questo contesto di tensioni, trasse potere l’organo nascente dell’ Inquisizione, una terribile macchina di morte che avrebbe consumato vittime per secoli.

Oltre che creare un clima di autentico terrore, l’Inquisizione giocò sulle delazioni, perpetrate dagli stessi denunciati per salvarsi. Alimentandosi dunque delle paure e del desiderio di sopravvivenza delle sue vittime, questo strumento ecclesiastico produsse migliaia di vittime: le prime sei trovarono la morte nel febbraio del1481 a Siviglia.

Intanto la guerra contro gli ultimi avamposti arabi in Spagna si stava volgendo a favore dei Cristiani. Con la conquista di Granada e la definitiva cacciata dei Mori nel 1492, il potere monarchico si rafforzò e l’idea di espellere anche gli ebrei si fece sempre più ossessiva. Tre mesi dopo la presa di Granada venne emesso un proclama che decretava l’obbligo per la presenza ebraica spagnola di uscire dai confini del regno o convertirsi.

Fu un duro colpo tale decreto per una componente della nazione radicata al suo interno da secoli, ciò nonostante il giorno della partenza coincise proprio con il triste giorno 9 del mese di Av, che già aveva subito la distruzione del tempio per opera di Tito nel 70 d.C.

Pare che circa trecentomila ebrei emigrassero dalla Spagna verso l’Italia, l’Africa, la Turchia e il Portogallo. Gli scompigli socio-politici per questo improvviso mare di gente che fluiva in stati con un equilibrio già precario furono molto destabilizzanti, ma le nazioni ospitanti riuscirono ad assorbire piuttosto bene i movimenti interni, anzi trassero parecchi benefici dai nuovi abitanti.

Il Marranesimo

Il marranesimo è un fenomeno che nasce in Spagna in seguito alle numerose conversioni forzate, agli autò da fé e alla definitiva cacciata dalla nazione.

Marrani sono tutti coloro che abiurano l’ebraismo per motivi di sopravvivenza e si mostrano come cristiani convertiti, mentre in realtà restano fedeli alla loro vecchia religione.

Avversati sia dalla Chiesa che li teme, sia dagli brei che li disprezzano, i marrani rappresentano un’interessante evoluzione dell’ebraismo che riguarda non la comunità, ma nuclei più ristretti, come famiglie o singoli individui.

Per ovvi motivi di comodità, il marranesimo semplifica i riti e gli atti cultuali e traspone il dibattito culturale nella propria interiorità, generando spesso conflitti personali.

Due conseguenze nascono da tali modifiche all’ebraismo di base: la forma liturgica è più semplice e lascia maggior spazio all’originalità delle interpretazioni dei testi sacri, che vengono affrontati in solitudine. Dal marranesimo si genera quella corrente di pensiero scettico, non privo di risvolti ereticali, che avrà la sua massima espressione in Spinoza, filosofo seicentesco.

Il fenomeno marrano è difficilmente inquadrabile, perché si presenta come individuale, non costretto in categorie. La sua stessa natura è di essere una via di mezzo tra cristianesimo e ebraismo; proprio il suo carattere proteiforme gli consente di sopravvivere anche là dove l’ebraismo ortodosso no riesce a farsi strada.

Nel Cinquecento i marrani invasero l’Europa, da Amsterdam a Salonicco, da Amburgo a Venezia, da Firenze a Roma a Ferrara.

Molti marrani si amalgamarono con gli ebrei fornendo le principali caratteristiche che distinguono il filone sefardita da quello orientale ashkenazita.

Il Cinquecento: il secolo dell’ebreo errante.

L'emigrazione dalla penisola iberica

L’espulsione dalla Spagna comportò un nuovo e turbolento flusso migratorio, che si inserì in un più ampio contesto di grandi movimenti. Tutta l’Europa fremeva in quegli anni per le nuove scoperte geografiche e per il vigore degli scambi commerciali. Entrambi i fenomeni rivoluzionarono la rete dei traffici internazionali.

Il Cinquecento si presenta quindi come un secolo di rapidi mutamenti, che investono la concezione geografica e economica, ma anche, come vedremo, quella religiosa e culturale.

La condizione dell’ebreo nel XVI secolo risulta quanto mai "errante". E’ una situazione difficile di continui cambiamenti, spesso coatti, ma che non mortifica mai l’ambito intellettuale, anzi, lo rinvigorisce.

Dopo il 1492 la scena portoghese si anima del perverso desiderio di introdurre l’istituzione inquisitoria come in Spagna. Solo dopo tumultuose vicende, dovute essenzialmente a compromessi diplomatici con il Papato, i sovrani riusciranno a attivare l’Inquisizione anche nelle terre portoghesi, con il terrore di tutti coloro che non possono vantare la limpieza de sangre.

L’introduzione dello strumento antieretico causa un arricchimento dei flussi migratori dalla penisola iberica verso l’Europa orientale, soprattutto verso Costantinopoli.

Nella capitale ottomana gli ebrei non si associano in un’unica comunità, ma si mantengono separati in base alle antiche origini, conservando la propria originalità liturgica e rituale attraverso la costituzione di personali Sinagoghe e Collegi rabbinici.

La percentuale ebraica iberica sovrasta tutte le altre e presto si diffonderà anche in Grecia e in Italia, approfittando della politica papale moderata. Molti brei infatti si distinguono come medici alla corte pontificia. Tra questi è noto Leone Ebreo, autore de i Dialoghi dell’Amore, di impostazione neoplatonica.

L’espulsione dalla penisola iberica permette anche la rinascita del genere storiografico ebraico, stimolato dall’eterno quesito che riguarda la responsabilità del popolo eletto in merito a tutti gli odi di cui sempre viene caricato. La maggior parte degli storiografi risponde tradizionalmente che il popolo di Israele ha peccato e che i figli avrebbero scontato le colpe dei padri.

Solo Isaac Luria Ashkenazi dissente da tali pessimistiche visioni, esponendo una nuova teoria rivoluzionaria. Secondo l’autorevole pensatore la vicenda ebraica si inserisce in un cosmo dominato dall’armonia, non dal caos, che era l’opinione più diffusa. La costrizione all’esilio non viene più interpretata come una punizione, bensì come l’affermazione della missione redentrice di Israele nel mondo.

Il carisma di Luria fu tale da influenzare molte personalità di spicco: in Italia Hayyin Vital riportò per iscritto le dottrine orali del maestro, Israel Sarug le esportò in tutta Europa. A Praga Judah Loew ( Maharal), famoso per aver sviluppato il mito del Golem, si ispirò all’interpretazione cabbalistica di Luria.

Il lavoro di Luria è significativo per la grande coesione spirituale e emotiva che avvicinò tra loro gli esponenti europei della corrente mistica.

Gli ebrei in Germania e in Polonia

Nella Germania cristiana intanto, il grande incendio appiccato dalla Riforma protestante porta alla ribalta la mai sopita questione ebraica. Tematica dei violenti scontri intellettuali sono soprattutto i Testi Sacri, primo tra tutti il Talmùd. Si diffonde così un grande interesse per la cultura ebraica e si assiste a una notevole applicazione allo studio dei suoi libri, spesso affrontati in lingua originale. Malgrado ciò, la Germania subisce una dura e paradossale involuzione antisemita.

Personaggio di spicco nelle trasformazioni del secolo, Martin Lutero manifesta inizialmente una profonda benevolenza nei confronti degli ebrei.

Per questi ultimi la ventata di novità foriera di passioni per la cultura ebraica e di lacerazione in seno alla Chiesa, è motivo di piacevole sgomento.

Ma l’idillio non è destinato a durare: Martin Lutero ripiega sempre più verso l’antisemitismo e le reazioni controriformistiche della Chiesa cattolica coinvolgono anche gli ebrei. Vengono decretate nuove espulsioni sia in alcune città tedesche, sia in alcune italiane e gli ebrei sono di nuovo costretti a migrare.

Meta del loro errare sarà principalmente la Polonia.

In questo arretrato stato dell’est gli ebrei importeranno ricchezze, capacità e conoscenze acquisite in Occidente e occuperanno nella scala sociale il gradino tra i ricchi feudatari e i poveri contadini.

Fiorenti comunità ebraiche nascono nei villaggi di campagna come nelle città.

Finalmente accolti in terre ospitali, senza persecuzioni e senza disprezzo, vero nucleo economico del paese, Gli ebrei paradossalmente si isolano dalla realtà circostante molto più che in occidente.

Se l’integrazione con la società polacca non ebbe mai luogo, fu per lo spirito di profonda coesione che legò tra loro gli ebrei in seguito alle espulsioni dai paesi natali. Forme di sincretismo culturale furono molto più intense nell’Europa dell’ovest, autentico paradosso se si considera che là l’ebraismo fu osteggiato sempre.

L’approccio ebraico nell’est europeo è differente, ma estremamente ricco; notevoli espressioni intellettuali si formano in seno all’ebraismo, ma in un ebraismo autosufficiente e che trova alimento solo in se stesso.

Si affina la discussione talmudica e vengono introdotte tecniche dialettiche più raffinate con l’aiuto di una logica formale fino ad allora mai adoperata; nasce il pilpùl ( dalla radice ebraica pilpèl "pepare"), lo sminuzzamento infinito dei testi per trovare interpretazioni sempre originali.

Verso gli anni settanta del Cinquecento la società europea approda in un porto tranquillo dopo il maremoto provocato dalla Riforma. Roma non ha più l’assoluto primato religioso, nuove fedi propongono nuovi valori.

L’accentuazione di un approccio scettico alla realtà è la direzione che ha assunto ormai la cultura.

Il clima sostanzialmente benevolo favorisce il processo di riammissione degli ebrei a Occidente. Questi anni chiudono un’altra travagliata pagina della storia ebraica per aprirne una nuova, quella dell’età moderna.

Il Seicento: il secolo scettico

I nuovi fermenti culturali

Il XVII secolo fu un’età di grandi mutamenti. La Guerra dei trenta anni coinvolse quasi tutta l’Europa in sanguinosi scontri tra nazioni dal 1618 al 1648.

Le perdite umane e materiali furono notevoli e un clima di tensione avvolse il continente; ciò si riverberò sulle comunità ebraiche come sulle altre popolazioni, ma la novità consistette nel fatto che gli ebrei non subirono rivalse in quanto gruppo. Il loro destino corse insieme a quello dei connazionali.

Il Seicento vide sorgere modelli sociali e politici estremamente differenti da quelli cui ci si era sempre affidati prima.

La religione assunse un ruolo meno accentrato a favore di valori molto più razionali e lo scetticismo cominciò a dilagare.

La scienza, ancorata fino ad allora alle scoperte greche, iniziò a muovere i primi passi in un mondo nuovo, privo dei connotati divini che gli erano stati attribuiti.

E’ ovvio che in una realtà rivoluzionata come quella seicentesca, anche i rapporti con l’ebraismo fossero cambiati. Effettivamente gli intellettuali del XVII secolo non si preoccupano più di confutare la cultura ebraica. Preferirono analizzare i Testi Sacri per la sete di conoscenza che li animava, per scendere alle radici del fenomeno teologico cristiano e inserirlo in un contesto storico, non metafisico.

Inoltre la reazione antireligiosa e scettica suscitata dalle guerre di religione, è la chiave per comprendere l’atteggiamento tollerante nei confronti degli ebrei, specialmente in terra olandese.

La situazione europea

Questo non significa che fossero assenti gli atteggiamenti antisemiti.

In Italia la presenza del Papato, proprio negli anni della Controriforma, fu causa dell’irrigidimento nei confronti delle altre religioni.

L’istituzione dei ghetti, cominciata nel secolo precedente, non si arrestò che negli anni Trenta del Seicento. La chiusura verso l’esterno ebbe effetti prevedibili; le diverse abitudini dei vari gruppi ebraici costretti a convivere si fusero e avvenne un’uniformazione linguistica e culturale.

Le influenze esterne, per quanto ridotte, si fecero sentire. I fermenti scientifici che inondarono l’Europa giunsero anche all’ebraismo, dando vita a momenti razionalisti e a reazioni misticheggianti.

In Francia il Cardinale Richelieu si dimostrò aperto, ma la società rimase antisemita. Nell’ideologia popolare l’ebreo incarnava più un pericolo inventato, una figura ombrosa ricca di tutti i difetti della società, che un individuo reale, anche perché Gli ebrei francesi erano pochissimi.

La situazione tedesca appare altrettanto minacciosa e la condizione ebraica precaria. Ma è in Polonia la situazione più sconcertante. Odiati dai gesuiti e fondamentalmente disprezzati dalla nobiltà, gli ebrei riuscirono a ottenere rispetto da entrambi soltanto diventando il loro strumento contro i cosacchi.

I gesuiti desideravano convertire i cosacchi alla religione cattolica e i nobili li tassavano senza pietà.

Controllori delle tasse erano proprio gli ebrei. Quando nel 1648 i cosacchi si ribellarono e organizzarono violentissime insurrezioni, le prime vittime furono gli ebrei. Conseguenza di tali disordini fu l’emigrazione verso ovest dei gruppi ebraici, che si diressero in prevalenza ad Amsterdam.

Lo scambio culturale tra ebrei di ogni provenienza, sefarditi, ashkenziti, italiani, risultò immenso e concorse a rafforzare, in un’atmosfera già carica di tensioni e stimoli culturali e ideologici, una straordinaria vita intellettuale ebraica.

Proprio all’interno di questo mondo così attivo e pieno di nuovi fermenti, si strutturano esperienze che sfiorarono o addirittura investirono l’eresia. Caso esemplare è quello di Baruch Spinoza, espulso dalla comunità il 27 luglio 1656.

Shabbetai Zevi

Contemporaneamente ai fermenti razionalisti, il Seicento conosce anche un notevole sviluppo di tematiche misticheggianti, primo tra tutti il messianesimo.

Proprio verso la metà del XVII secolo, il mondo ebraico assistette all’avventura di Shabbetài Zevì, un ebreo turco convinto di essere il Messia. Nel 1648, l’anno che vide i massacri polacchi e la fine della Guerra dei Trent’anni, questo giovane dichiarò la sua missione redentrice nel mondo e operò svariati miracoli. Fino al 1665 Shabbetai Zevi fu considerato il Messia dagli ebrei di Gerusalemme e era diffusa l’idea di un riscatto della pace e della fine dei tempi. Ma poco dopo fu arrestato dal Sultano e la sua conversione all’Islam nel1666 segnò la fine delle speranze.

Il Settecento: il cambiamento

Il Chassidismo

Verso la metà del Settecento si rafforzò in Polonia e in Ucraina un nuovo movimento, il Chassidismo (da chassìd, "Pio"), che viene considerato normalmente il vertice dell’esperienza mistica ebraica. Il suo leggendario fondatore, Israel ben Eliezer Baal Shemtov, visse e operò nei primi sessant’anni del XVIII secolo.

Il movimento chassidico si sviluppò soprattutto in quelle zone dell’est Europa dove l’attesa messianica e la sua conseguente redenzione del mondo erano più desiderate. L’interpretazione della Qabbalàh si fece più intimista e meno cosmica, vennero riprese alcune intuizioni di Luria sull’esilio e sulla Redenzione, ma vissute ora in chiave personale e familiare.

Reagendo alla delusione provocata da Shabbetai Zevi, i Chassidìm sostituirono al disegno cosmico fino a quel momento insito nell’interpretazione storica ebraica, una grande valorizzazione della vita e della gioia. Al tradizionale approccio intellettuale serio e severo preferirono lo slancio mistico e l’intuizione, mentre nel microcosmo del villaggio assunse sempre maggior rispetto la figura del tzaddìq ( "giusto"). Questo individuo era apprezzato per la sua santità, per la sua bontà e per il rapporto privilegiato che era capace di instaurare con il divino. Non era più la sua sapienza a renderlo venerabile, anzi, con la sua personalità virtuosa trasmetteva, incarnandoli, i valori dell’ebraismo. Ciò permise la diffusione a vaste masse di idee intellettualmente sofisticate e prima inaccessibili.

Secondo il Chassidismo, la chiave della salvezza consiste in un’armonia da trovare nella vita quotidiana attraverso la continua ricerca di momenti estatici e solenni. La presenza divina è intrinseca in ogni aspetto della vita terrena e la consapevolezza della santità della vita comporta l’esaltazione di questa e la ricerca della bontà. Per tale ragione Il Chassidismo adora la danza, la musica e il canto; essi permettono di avvicinare l’anima dell’uomo a Dio.

Questo movimento mistico fu ostacolato dallo stesso mondo ebraico, che spesso negava il suo approccio estatico al cosmo e l’idea dell’intermediazione, tramite santi, tra umano e divino.

In realtà il Chassidismo con il tempo si fece sempre più conservatore e rigido, attuando una forte chiusura verso il mondo esterno e avvicinandosi alle altre forme religiose ebraiche, comportando un arricchimento reciproco notevole.

La Haskalàh

Gli ideali illuministici ormai diffusi in tutta Europa lambirono anche le comunità ebraiche, lasciando profondi segni. Un piccolo gruppo di intellettuali, detti maskilìm, entusiasmati dalla filosofia dei Lumi, operarono per annullare il fossato sociale che separava ebrei e non ebrei. Essi armonizzarono gli spunti razionali e cosmopoliti dell’Illuminismo con l’ideologia ebraica, creando un movimento altamente originale, definito Haskalàh. Lo scopo principale dei Maskilìm era di assimilare completamente gli ebrei alla cultura della nazione di appartenenza, riducendo l’ebraismo a religione. Il pericolo che avvertirono subita gli oppositori dell’Haskalàh, consisteva nel rischio della perdita di identità, problema sempre avvertito da un popolo costretto a un esilio plurimillenario. Ciò nonostante il movimento ebbe un seguito presso molti ebrei, i quali interpretarono l’idea della redenzione cosmica proprio attraverso i principi illuministici di tolleranza e integrazione.

La Rivoluzione francese

Gli ebrei francesi erano pochissimi (trenta o quarantamila) alle soglie della Rivoluzione, e estremamente divisi al loro interno. Nella Francia meridionale e nel Midì erano prevalenti i gruppi iberici, i quali godevano di antichi privilegi e non chiedevano che di conservarli.

Diversa la condizione degli Ashkenaziti insediati in Alsazia e Lorena: non erano integrati, la popolazione locale li guardava con odio, vivevano in un mondo povero e arretrato.

Nel 1784 Luigi XVI si dimostrò molto aperto per quegli anni di cieco conservatorismo, dando possibilità agli ebrei di possedere beni immobili e di cimentarsi nelle professioni manuali. La breccia di tolleranza aperta da tali decisioni venne però affiancata da perduranti proibizioni di una severità sconcertante. Lo stesso ambiente intellettuale era ambiguo; sebbene circolassero tanti propositi di rispetto e idee di uguaglianza, l’unica voce a favore degli ebrei fu quella di Montesquieu.

Il 14 luglio 1789 il popolo parigino distrusse il simbolo dell'ancien régime, la Bastiglia, ponendosi in soluzione di continuità rispetto al passato. Tuttavia, mentre nella maggior parte della Francia veniva annientata ogni espressione del potere assoluto, in Alsazia il popolo si scatenò contro gli ebrei. Questa drammatica esperienza è la dimostrazione di quanto la condizione ebraica risultasse problematica nell'assetto francese anche agli albori della Rivoluzione.

Il dibattito sulla posizione ebraica sarebbe ritornato impellente nel 1791, l'anno della nuova Costituzione. Il 27 Settembre fu approvata una Dichiarazione che segnò l'inizio dell'emancipazione degli ebrei francesi. Essi ottennero il diritto di cittadinanza senza suscitare grandi scalpori: la maggior parte dei deputati antiebrei era emigrata e Luigi XVI, che aveva tentato di fuggire qualche mese prima, era stato privato di tutti i diritti.

Le reazioni contro il processo di integrazione ebraica furono più forti, paradossalmente, proprio presso gli ebrei ortodossi.

La fusione con la società circostante venne considerata pericolosa per le strutture ebraiche, che costituivano l'unica barriera per la conservazione dell'identità.

Benché la nuova condizione ebraica fosse migliore rispetto al passato nelle relazioni sociali, ciò non significava ancora uguaglianza: il culto ebraico era tollerato e non riconosciuto dallo Stato, l'eleggibilità degli ebrei era ancora sottoposta a restrizioni e il rapporto con la maggioranza cristiana restava problematica.

Ma la preoccupazione in seno all'ebraismo non riguardava le disparità perduranti; era la sua ideologia a venir minacciata. Come cittadini venivano integrati in un mondo che richiedeva l'uniformazione, senza che antiche mentalità e secolari comportamenti fossero stati superati.

La comunità, che per secoli aveva protetto gli ebrei in un nucleo di tradizione e separatezza, venne meno, riducendo l'ebraismo a culto riservato.

Tuttavia molti ebrei entrarono con entusiasmo nel vortice della politica francese e i giornali dell'epoca sottolineavano il loro civismo.

Negli anni 1793-1794 la scena politica fu dominata dal terrore giacobino; è illusorio ritenere che gli ebrei passassero indenni attraverso un tale clima di paura, ciò nonostante essi non figurarono come protagonisti né attivi né passivi del terrore.

Napoleone Bonaparte

Verso il 1796 cominciò a imporsi sulla scena francese la figura di Napoleone Bonaparte. Le idee rivoluzionarie oltrepassarono il confine della Francia per diffondersi in Olanda (dove nel 1796 gli ebrei ottennero l'emancipazione) e in Italia. Tra il 1797 e il 1798 in nome dell'Uguaglianza e della Libertà, i ghetti di Venezia e di Roma furono chiusi.

Sebbene Napoleone fosse accolto benevolmente dagli ebrei, con il tempo egli accrebbe il rancore che covava nei loro confronti.

La minoranza ebraica costituiva un problema per le profonde condizioni che la venavano: gli ebrei desideravano l'emancipazione, ma molti tra loro non erano disposti a rinunciare alla loro originale identità; erano considerati un gruppo compatto che faceva fronte contro il mondo esterno, eppure all'interno dell'ebraismo esistevano grandi fratture.

Napoleone affrontò la questione ebraica escludendo l'ipotesi dell'espulsione unicamente per gli ingenti capitali che sapeva essere nelle mani degli ebrei. I diritti acquisiti da questi ultimi nel 1791 sembravano correre il rischio dello smantellamento. Se l'emancipazione ebraica era stata concessa in vista di una rigenerazione, Napoleone fece di questa la conditio sine qua non per il possesso dei diritti civili.

Fu deciso che per essere considerati cittadini, gli ebrei avrebbero dovuto vivere secondo le norme civili, non più secondo quelle dettate dai Testi Sacri. Tale prescrizione presupponeva che quelle norme cui l'ebreo sottostava, non previste dalla legge francese, venissero abbandonate.

La convocazione dell'assemblea dei Notabili ebrei nel 1806 e del Gran Sinedrio nel 1807 confermò il principio dell'immutabilità delle leggi religiose.

Napoleone reagì emanando un decreto infame nel 1808: egli concedeva alle comunità ebraiche dieci anni per "diventare cittadini come tutti gli altri" e nel frattempo le privava di tutti i diritti.

Intanto nel resto dell'Europa molti sovrani si erano aperti al processo di emancipazione ebraica, promuovendo la parità di diritti.

Con la caduta di Napoleone una ventata restauratrice scosse il continente, causando restrizioni anche nell'ambito ebraico. La pesantezza di questa nuova atmosfera fu denunciata da pochi intellettuali. Le due voci più potenti del periodo furono quelle di Ludwig Boerne, scrittore e poeta ebreo, e di Heinrich Heine, anch'egli poeta. Appartenenti al mondo ebraico entrambi, ne espressero la dimensione contraddittoria convertendosi. Questo atto è simbolo di un momento incerto per l'identità ebraica, non più protetta dal rassicurante ambito della comunità, ma nemmeno inserito nella società.

L'Ottocento

La nuova mentalità

L'ebreo ottocentesco dovette affrontare nuovi problemi, dettati da un rapporto con la società diverso, che richiedeva l'uniformazione come prezzo dell'uguaglianza. Molti ebrei si adattarono a tali richieste pur di allontanarsi da una vita precaria che li aveva fatti soffrire troppo. Altri non violarono il loro nucleo originale e accettarono la discriminazione per rimanere fedeli alla loro cultura. Qualche voce tentò anche di chiedere una autentica uguaglianza, l'uguaglianza nella diversità.

L'Ottocento fu il secolo delle lacerazioni nell'anima ebraica, anelante verso nuove prospettive di vita, eppure rivolta alle proprie radici. Il conflitto interiore che Spinoza aveva anticipato di due secoli colpì la produzione intellettuale.

Alcuni intellettuali scelsero una strada di compromesso tra l'ebraismo e il mondo cristiano, altri si convertirono addirittura, pochissime furono le proposte di esaltazione della cultura ebraica. Leopold Zunz per esempio, riteneva indispensabile restare fedeli al proprio essere ebrei e conseguiva questo scopo attraverso lo studio profondo del suo mondo.

E' in seno a questa corrente di pensiero che troviamo opere di immensa importanza, come la Storia degli ebrei in undici volumi di Heinrich Graetz.

Le reazioni all'emancipazione ebraica

I Rothschild erano gli esponenti ebrei di spicco nel mondo finanziario. Il capostipite della famiglia era un abitante del ghetto di Francoforte che aveva accumulato una fortuna, divisa poi tra i cinque figli, che si erano insediati in varie parti dell'Europa, creando i presupposti per una grande multinazionale del capitale.

I Rothschild infastidivano l'opinione pubblica in quanto incarnavano l'atavico timore che la società fosse tra mani ebraiche.

Per i rivoluzionari i Rothschild assunsero i connotati dell'ebreo capitalista e potente, dimenticando che essi costituivano una eccezione in un mondo dove gli ebrei erano per lo più indigenti. Per i conservatori invece, gli ebrei, Karl Marx in testa, erano tutti perturbatori dell'ordine precostistuito.

Proprio in questo secolo che assiste all'integrazione nella società degli ebrei, che perdono i loro tradizionali connotati culturali, si sviluppano nuove reazioni di odio tale da investire atteggiamenti razzisti.

I pregiudizi sorti non derivarono più da un'azione di propaganda della Chiesa, ma dagli stessi principi filosofici illuministi. In Germania nacque un nuovo fenomeno nazionalista e intriso di venature biologiche. Ernst Moritz Arndt esaltò il culto della purezza del sangue tedesco. Scoppiarono disordini in molte città ripetuti quasi ciclicamente per alcuni anni. Il potere politico intervenne per annullarli, ma nel 1840, con l'ascesa al trono di Federico Guglielmo IV le teorie nazionalistiche e razziste tornarono in auge, a scapito degli ebrei.

In Inghilterra la situazione era molto più tollerante; il Religious Relief Bill (ordinanza in favore delle opinioni religiose) nel 1846 rappresentò la concessione della parità di diritti.

Benjamin Disraeli, di evidente origine ebraica, fu primo ministro conservatore del governo inglese, segno della integrazione che in Gran Bretagna aveva accolto gli ebrei. Il nuovo destino del popolo eletto sembrava puntare verso atteggiamenti attivi nella società: l'esperanto era stato inventato da un ebreo, la prima traversata della Manica l'aveva pensata un altro ebreo, anche la società per la protezione degli animali. Voci politiche influenti come quelle di Disraeli, Marx e Lassalle appartenevano a ebrei.

I mutamenti prodotti dal XIX secolo non furono privi di conseguenze per il futuro. Proprio gli anni che videro la costituzione di una nuova mentalità ebraica, assistettero anche all'inasprirsi dei sentimenti nazionalistici. Non bisogna dimenticare che in questo periodo venne coniato il termine antisemitismo.

Erica Baricci