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Dall'intolleranza alla persecuzione

Il lungo periodo dall’origine del Cristianesimo al 1300 fu quello della nascita e sviluppo dell’ostilità contro gli ebrei. Possiamo, per comodità, suddividerlo in tre parti: la prima riguarda le prime intolleranze e repressioni fino circa all’anno 1000; la seconda analizza invece il rapporto all’epoca dell’istituzione dell’Inquisizione; la terza tratta infine delle "dispute teologiche" e del secolo XIV.

Dalle origini al secolo XII

Fin dalle origini, come si è detto, il Cristianesimo ha sviluppato nei confronti degli ebrei un duplice atteggiamento, riscontrabile chiaramente nelle lettere di San Paolo:

Nella Lettera ai Romani, infatti, egli parla degli ebrei come portatori di un errore di fede che si può correggere, e che in alcuni deve sussistere a dimostrazione della verità della Parola di Gesù (i non-cristiani saranno condannati nell’ultimo giorno);
Nella Lettera ai Galati, invece, l’ebreo è visto come elemento contaminante.

Con il riconoscimento del ruolo di "religione di Stato", il Cristianesimo si avviò a crearsi una struttura organizzativa sul modello di quella imperiale (anche con l’appoggio del potere stesso) e, in questo modo, una tradizione universalizzante; i giudei vennero visti come elemento eversivo e pericoloso per questa egemonia politica e morale. Si affermò quindi dal IV secolo l’atteggiamento antigiudaico, volto all’affermazione della condanna eterna causata dall’errore e dal peccato ebraici e alla necessità della conversione di chi li seguiva. Questa posizione favoriva le classi dirigenti romane, ormai assolte dall’accusa di deicidio e convertite. La conseguenza di tutto ciò fu una serie di provvedimenti restrittivi nei confronti degli ebrei, accompagnati negli editti da espressioni di disprezzo verso la comunità ebraica, tali da alimentare l’odio delle masse: tutto in funzione di incentivo alla conversione. Dopo i contrasti della metà del IV secolo, le pressioni della Chiesa sullo Stato si fecero sempre più insistenti, specialmente nella richiesta di ostilità verso i giudei. Perfino il Corpus juris civilis, ben lungi dal migliorare la situazione, accentuò le restrizioni e le umiliazioni. Una novità si ebbe con la bolla "Sicut Iudaeis" di Gregorio Magno, nella quale agli ebrei erano garantiti protezione e rispetto della loro religione; questo, però, sempre in cambio di sottomissione e nel rispetto della vigente legislazione restrittiva. In sostanza, era riaffermato il primato del Cristianesimo, e diventava quindi anche più importante l’opera di "conversione a qualsiasi costo". Nei secoli successivi, la condizione degli ebrei rimase quella di "protetti", al servizio della Chiesa o di sovrani, anche a seconda del gioco delle parti nelle lotte interconfessionali.

Le cose peggiorarono nettamente con l’indizione, nel 1095, della Prima Crociata: nella fase della lotta agli infedeli, infatti, si travalicò dai musulmani a tutti i non-cristiani. Si ebbero veri e propri massacri, spesso accompagnati da saccheggi; spesso l’unica via di fuga fu il suicidio collettivo. Va detto però che a volte i prelati si opposero ai massacri; questo accadde ad esempio a Colonia e Magonza con il vescovo Rotardo (1096) e a Spira con l’arcivescovo Giovanni. In questo periodo comparvero alcuni stereotipi antiebraici, come quello dell’omicidio rituale (soprattutto in Inghilterra, Spagna e Francia, dove nel 1171 gran parte della comunità ebraica di Blois fu arsa sul rogo).

I secoli XII e XII

Nei secoli XII e XIII, la Chiesa condusse un doppio attacco: sul piano politico, per ottenere la supremazia sui sovrani europei, e su quello del costume e della dottrina, per omologare la religione eliminando le "eresie" con la persecuzione, la propaganda e l’esempio dato dagli ordini mendicanti.. Su questo secondo fronte della lotta si collocò la riaffermazione, anche in contesti di "protezionismo", della subordinazione ebraica rispetto al potere della Chiesa, che favorì il processo di emarginazione; con il IV Concilio Lateranense (1215) gli ebrei vennero limitati nelle possibilità di lavoro, per evitare che avessero potere su individui cristiani, e venne loro imposto di portare un "segno distintivo". Vennero inoltre proibiti gli eccessi del prestito a interesse, ormai pratica comune fra i mercanti, ebrei e non. Infatti la pratica dell’usura, adottata dagli ebrei come reazione all’esclusione dalle altre attività, era associata al tradimento di Giuda, così che la polemica fu creata dallo stereotipo religioso. La repressione si intensificò ulteriormente quando Gregorio IX istituì l’Inquisizione: questa, nata per occuparsi di questioni dottrinarie, sconfinò ben presto da strumento di controllo religioso in persecuzione totale, anche con il ricorso alle armi del "braccio laico". Ciò si evidenziò particolarmente nel caso dei domenicani, distintisi per le dispute teologiche, i roghi di testi sacri ebraici e le prediche conversionistiche. L’atteggiamento di "protezione e repressione", tuttavia, toccò in un primo tempo solo i ceti poveri: grande era infatti, sul piano economico, l’importanza dei commercianti ebrei. Più tardi, quando si scatenò nel patriziato romano la lotta per il papato, anche costoro vennero però colpiti, tanto che Bonifacio VIII affermò, per frenare gli attacchi inquisitoriali, la scarsa influenza politica degli ebrei. Questa tardiva presa di posizione, però, non frenò il movimento antiebraico; anzi, in Francia e in Inghilterra, la comunità ebraica venne espulsa dal regno.

Le dispute teologiche e il secolo XIV

Nel quadro di affermazione del primato cristiano (sancito, per quanto riguardava l’Europa occidentale, dal IV Concilio Lateranense), di protezione degli ebrei e tolleranza delle loro pratiche religiose che si scontrava con l’idea dell’ebraismo come "errore teologico", di risoluzioni restrittive dei Concili e di problema dell’usura, assunse grande importanza l’arma della disputa teologica. Condotta nel secolo XIII principalmente dai domenicani, questa era tipica della Chiesa fin dall’epoca della scissione dell’Impero, ed era volta a dimostrare l’erroneità dell’ebraismo e il fatto che in Gesù aveva trovato compimento la promessa dell’Antico Testamento. Vi prendevano parte, alla presenza di un sovrano come mediatore, teologi cristiani e una controparte ebrea: questa, mancando un clero specifico, poteva essere costituita da persone di ogni genere, sempre però costrette a ribattere in condizioni di inferiorità e con la minaccia di vessazioni. Fra le dispute più importanti si ricorda quella di Parigi del 1240, con il re antiebraico Luigi IX e l’ebreo convertito Donin, animato più che altro dal risentimento verso i suoi antichi correligionari. In realtà si trattò di un processo all’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento: questo causò da un lato l’accensione di roghi di testi ebraici, ma dall’altro lo studio di quegli stessi testi, volto a demolirne le tesi, portò a una maggiore conoscenza della complessa cultura degli ebrei. La distinzione fra vecchia letteratura e nuova (eretica) portò alla persecuzione della seconda e al recupero per l’opera conversionistica di parti del Talmud: apparvero così accanto alle dispute i testimonia, raccolte di citazioni bibliche utili per opporsi agli infedeli, fra i cui autori si distinsero Isidoro di Siviglia, Pier Damiani e Gioacchino da Fiore. Circolavano inoltre anche trattati antigiudaici in difesa dell’ortodossia cristiana. La disputa, se per un verso poteva risultare efficace, era però osteggiata da molti per il timore che gli ebrei, esperti lettori dell’Antico Testamento e in media più alfabetizzati dei cristiani, potessero condurre questi ultimi ad abbracciare la propria "eresia".

Il secolo XIV segnò una tappa decisiva e non certo positiva nel rapporto ebrei-Chiesa: in questo secolo venne costituendosi lo stereotipo antigiudaico e antisemita, che nei secoli andrà arricchendosi di nuovi elementi senza perdere quelli antichi. Questa ondata di odio è da associare alla carestia e all’epidemia di peste che colpirono l’Europa nella prima metà del Trecento, e causò un po’ ovunque violenze e massacri. Il pregiudizio era causato dalla percezione dell’ebreo come diverso, principalmente sotto tre aspetti: ebreo superstizioso per la ritualità incomprensibile, ebreo lussurioso per la valutazione positiva della sessualità data dal giudaismo, ebreo pericoloso in quanto mediamente più colto del cristiano. Fra i pregiudizi più diffusi sia sul piano morale (antigiudaici) che su quello fisico (antisemitici), quelli di avvelenamento dei pozzi, di essere portatori sani o meno del contagio, di omicidio rituale e di profanazione dell’ostia: la Chiesa prese ufficialmente posizione contro le accuse, che però circolarono grazie ai predicatori o a movimenti come quello dei flagellanti. Ancora una volta, solo le famiglie che possedevano sufficienti ricchezze riuscirono, a caro prezzo, a sottrarsi alla persecuzione.

Daniela Negro